E di nuovo tornano le svastiche, croci celtiche, striscioni che inneggiano ai forni (con riferimento immediato allo sterminio degli ebrei) e tutto ciò non avviene penosamente in qualche angolino di sottocultura. Stiamo parlando di sottocultura, certo, ma non di un angolino perché intere curve di stadio sono l’ambiente di queste grandi manifestazioni oscene. Per orientare me stesso e il lettore, vorrei notare alcuni fatti. Il primo è che non si è trattato di gruppi sparuti, ma di bande potenti e bene organizzate, con un evidente deposito di ‟valori” e di persuasioni che li guidano in scorrerie violente. La violenza non è fisica ma è reale, perché simili manifestazioni sono in se violente, per ciò che dicono, o meglio per ciò che evocano e vogliono.
Il secondo è che a molti di noi fa un effetto di particolare stupore, misto a ripugnanza, che ciò sia avvenuto a poche ore dal ‟Giorno della Memoria”. Svela un precipizio mentale pauroso proprio accanto a quella che sembra il buon senso medio, il senso di decenza medio degli italiani.
Il terzo è un pensiero da cui non mi è facile liberarmi fin da quando ho visto le foto di uno spettacolo tutt'altro che secondario. Questa non è una minoranza allo sbando di poveri stupidi. Per esempio lo stendardo della Decima Mas appare allo stadio nei giorni in cui un rispettabile docente di sociologia de La Sapienza, Franco Martinelli, ha dedicato alla Decima Mas un libro dal titolo Il breve sogno. La Decima Mas e una formazione fascista rimasta nella mente e nei ricordi di molti italiani come macchina da guerra per la caccia agli ebrei, ai partigiani, agli antifascisti, e apparato militare ‟alle dipendenze” (è scritto così anche nel libro di Martinelli) delle forze occupanti tedesche.
Ma è rimasta anche nella pubblicistica italiana più recente, perché il nome del "glorioso comandante", Junio Valerio Borghese, è anche legata al fascismo contemporaneo e a un tentativo di colpo di Stato. Una bandiera della Decima Mas non va da sola allo stadio, e non ci va sull'onda di un sia pur accecante e involgarito tifo sportivo. Una bandiera della Decima Mas è una bandiera di morte, tale è stata per tutti i durissimi anni della Resistenza. E arriva allo stadio solo se c'è di nuovo quel clima e quel tempo di morte contro cui tanti italiani, da Piero Calamandrei a Carlo Azeglio Ciampi, credevano di avere chiuso i conti il giorno della Liberazione.
Torna? Lo temo. Appena una settimana fa stava per essere messo ai voti al Senato di questa Repubblica Italiana nata dalla Resistenza la legge che intendeva equiparare i combattenti di Salò con i Partigiani, ovvero coloro che denunciavano, arrestavano e consegnavano ai trasporti di morte nazisti gli italiani ebrei, gli italiani combattenti per la libertà, gli italiani antifascisti. Soltanto due giorni fa il presidente del Consiglio si è fatto fotografare accanto alla signora Maria Antonietta Cannizzaro. Non è una casalinga che voterà Forza Italia. È la candidata fascista (nessun ‟post”, qui il fascismo è vivo e rivendicato) nello schieramento di Berlusconi. È la moglie di Gaetano Saya, organizzatore di una misteriosa polizia parallela (ma lui vantava "altri legami" e bisognerà vedere quel che i giudici accerteranno) e che per ora lo ha portato in carcere come "falsificatore di documenti". Ma non può sfuggire la matrice fascista e l'arruolamento immediato del gruppo fascista nella "Casa della Libertà" . Ci sarebbe da ridere di questo riprodursi nella cupa Italia di questi giorni della narrazione Orwelliana che vede una scheggia di fascisti candidarsi sotto la scritta "libertà". A meno che sia un ricordo più o meno conscio della lugubre scritta sui cancelli dei campi di sterminio. Ricordate? ‟Il lavoro rende liberi”.
Infatti la signora dice al ‟Corriere della Sera” (29 gennaio, pag. 12): ‟Berlusconi, dopo Mussolini, è il più grande statista del secolo. Entrerà nella storia insieme a Cesare”. Non precisa quale Cesare. Ma purtroppo la signora, che sarà piazzata bene nelle liste di Berlusconi con il suo carico di fascismo e il suo legame coniugale-golpista, risponde così alla domanda sulla Shoah (la citazione che segue è letterale): ‟Non la condivido. Ma non è colpa di Mussolini”. Quando la frase finisce così, tronca in sospeso, chi ha vissuto un po’ più a lungo conosce la parte che manca e che sfortunatamente l'intervistatore non ha sollecitato. ‟La colpa non può essere che degli ebrei”.
Vi rendete conto che, nel frattempo, i migliori commentatori dei migliori giornali italiani sono - quasi tutti - impegnati a chiedere alla sinistra di pentirsi, di fare ammenda, di riconoscere qualche cosa? Vi rendete conto che c'è chi esige che ci si dichiari sullo stesso piano morale della signora Cannizzaro-Saya, perché altrimenti risulteremmo affetti da un "complesso di superiorità morale" e saremmo "antipatici"?
Ma attenzione al contesto. Il nuovo acquisto fascista della Casa delle Libertà (che dovrebbe creare un imbarazzo immenso a Gianfranco Fini, ma invece che a lui i reporter andranno a chiedere ulteriori spiegazioni a Fassino) non si tiene a distanza né dalla canea degli stadi né dalle vicende quotidiane che illustrano il nostro Paese sotto Berlusconi. La "striscia rossa" dell'Unità del 30 gennaio ripete ciò che la signora di cultura argentino-cilena (con riferimento agli eventi di carceri e torture fasciste di quei due Paesi) ha detto al ‟Corriere della Sera” a proposito di questo giornale: ‟L'Unità è una latrina. È il peggior giornale del mondo. Bisogna farla chiudere. Io li arresterei tutti”.
L'intervista finisce lì, senza commenti e senza alcun intervento dell'Ordine dei Giornalisti a difesa, se non della nostra libertà, almeno della libertà dei lettori. Ma fatti come quelli elencati costituiscono il contesto. Ciò che accade sugli spalti dei nostri stadi è follia. Ma qualunque psichiatra ti dice che anche la follia matura e si esprime in un contesto. Eccolo il contesto. Un incoraggiamento continuo a disprezzare la dignità, i diritti delle altre persone, il rispetto di coloro che dissentono e che vengono indicati come omicidi. Un incoraggiamento anche più grande a non sapere la Storia, a respingerla per poter svilire la Resistenza e vandalizzare la Costituzione. Ecco perché siamo in presenza di svastiche di regime. Perché siamo nell'occhio del tifone di un violento golpe mediatico dal quale sta difendendo il Paese il presidente della Repubblica, mentre i professionisti dell'informazione non sembrano avere sentito il bisogno di sostenere subito e apertamente un simile atto di coraggio (pensate, il presidente della Repubblica è insolentito ogni giorno da Cicchitto e Bondi!), le svastiche di regime si moltiplicheranno sugli spalti dei nostri stadi fino a quando gli atti di prepotenza, di disprezzo per le leggi, di diffamazione degli avversari (e persino del capo dello Stato, quando il presidente del Consiglio definisce ‟liberticida” una legge che Ciampi invoca e prescrive solo parità di diritti minimi) di falsificazione dei fatti attraverso il dominio dei media continueranno.
Il rapporto non è tra simboli, ma tra comportamenti, non è solo nella evocazione delittuosa del più grande misfatto della Storia, ma anche (è questo il meccanismo scatenante) nella lezione appresa ogni giorno dalla vita pubblica e dalla televisione governata con prepotenza, invasione, occupazione e disprezzo. Si può? E allora un unico impegno, un'unica battaglia. Liberare l'Italia col voto e restituirla a un mondo normale. Sarà faticoso, difficile, pieno di problemi. Ma privo di delirio. Degli stadi, dei fascisti, di Berlusconi e del suo coro di "voci a sostegno", che fa paura.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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