L’ufficio del Grande Ayatollah Saanei è quasi un santuario: i pellegrini arrivano da ogni parte del mondo, perfino dalla Cina, consegnano le loro domande in lettere sigillate e aspettano le risposte; gli studenti vengono a far lezione, i mullah snocciolano il tasbih memorizzando il Corano e un addetto distribuisce una tazza di tè dopo l’altra a tutti i presenti. Il Grande Ayatollah è uno delle massime autorità dello sciismo. Nella sala dove riceve una cornice dorata racchiude le parole che Khomeini pronunciò su di lui: ‟Un uomo dotto, devoto, diligente. L’ho allevato come un figlio. Sono sempre stato colpito dal suo eloquio e dalla sua conoscenza”. Le fatwa di Saanei hanno avuto un’eco in tutto il mondo islamico: quelle relative all’uguaglianza di uomo e donna (‟la legge coranica non permette discriminazioni di razza, sesso o etnia”), alla musica (‟non è proibita a meno che non deturpi l’islam”), alle questioni legate ai diritti umani. ‟Non sono opinioni” precisa. ‟Sono posizioni che dimostro logicamente partendo dai testi sacri”. Saanei ha dedicato la gran parte dei suoi studi alla metodica chiarificazione dei princìpi dell’islam. Netta la sua posizione contro gli attentati suicidi, e ben lontana dall’esaltazione del martirio che ne viene fatta. La espresse chiaramente anche subito dopo le bombe che colpirono Londra la scorsa estate e lo ribadisce oggi: ‟Gli attacchi suicidi sono proibiti nell’islam così come è proibito il suicidio. Entrambi sono ammessi solo sul campo di battaglia”. Così come la condanna del terrorismo: ‟Terrorismo significa uccidere di nascosto, e questo è sempre proibito. Purtroppo viene praticato oggi in nome dell’islam, ma resta proibito”

Come giudica la reazione del mondo islamico alle famigerate caricature pubblicate dal giornale danese, la considera proporzionata o eccessiva?
Chi mostra il Profeta in veste di terrorista di fatto si allea con il terrorismo perché ne favorisce la diffusione. Le caricature sono diventate un perfetto alibi per i fondamentalisti che dicono: vedete, sono nemici dell’islam, abbiamo ragione a combatterli. Chi ha disegnato le caricature - o è stato manipolato per disegnarle - dovrebbe essere punito secondo la legge per incitamento al terrorismo. Una volta risvegliate le emozioni, tanto più quando c’è chi nel mondo islamico aiuta a tenerle sveglie e le strumentalizza, è molto difficile riportarle sotto controllo. Gli attacchi alle ambasciate e le violenze di questi giorni sono totalmente sbagliate, ma è difficile contenerle. Se i responsabili delle caricature fossero stati puniti per incitazione alla violenza sarebbe stato tolto ai fondamentalisti l’alibi per le loro strumentalizzazioni.

Come liberare le religioni dai fondamentalisti?
Il fondamentalismo nella storia dell’islam è un fenomeno recente. C’era stato al tempo di Ali, che fu ucciso da un terrorista, ma poi è stato raro. Non possiamo guardare alla storia dell’islam per trarne una lezione, perciò ritengo di dover parlare ai media, per far capire alle masse quanto la verità sia spesso manipolata.

Si può pensare che le religioni contengano in sé un germe di violenza in quanto pretendono di essere in possesso di una verità assoluta?
Io non sento in me il germe di nessuna violenza, questo glielo posso garantire, e non lo vedo nel Corano. Riconosco però che di un principio fondamentale, il concetto di infedele, kuffar, è stata data nel mondo islamico un’interpretazione completamente sbagliata. Alcuni hanno definito infedele, empio, chi non è musulmano - sono perfino arrivati a dire che chi non è musulmano non è un essere umano. Da questa falsa interpretazione derivano gli articoli del Codice civile o penale che riguardano, ad esempio, il fatto che un non musulmano non possa ereditare da un musulmano, oppure che una donna musulmana non possa sposare un non musulmano. Tutto sbagliato. Kuffar, empio, indica non chi ha un’opinione diversa dai musulmani ma chi, pur sapendo che l’islam è nel giusto, si adopera perché questa verità venga nascosta. Io ho dedicato gran parte dei miei studi a questa questione, l’ho dimostrata logicamente e posso dire che tutte le opinioni hanno diritto di esistenza: siano essere di cristiani, ebrei, marxisti. Ogni opinione va rispettata. Il valore dell’individuo è alla base dei diritti umani, per questo dico che non solo l’islam è compatibile con i diritti umani ma che essi sono il suo fondamento. L’empietà, ripeto, è altro: è la volontà di impedire all’islam di esprimere la propria verità anche quando sappiamo che è corretta.

Quale dovrebbe essere il rapporto tra Stato e religione?
I cittadini devono poter amare il loro Stato. Lo Stato deve avere la loro adesione.

Non è ciò che s’intende per democrazia?
È di più. La democrazia ha bisogno di consenso, io parlo di amore. Quando Khomeini arrivò a Teheran 5 milioni di cittadini andarono ad accoglierlo. Quando morì erano 10 milioni. Questa è adesione. Ma quando i cittadini non amano più il loro Stato questo perde automaticamente ogni legittimità. Possiamo ancora una volta prendere esempio da Hossein. Nonostante fosse andato a Kufa perché il popolo lo chiamava e lo richiedeva come leader, quando vide che la gente non lo voleva più, prima ancora che potesse governarli, disse: "Torno indietro, me ne vado".
Vanna Vannuccini

Vanna Vannuccini

Vanna Vannuccini è inviata de “la Repubblica”, di cui è stata corrispondente dalla Germania negli anni della caduta del Muro. Ha seguito le Guerre balcaniche, lavorato in diversi paesi e, dal 1997, soprattutto in Iran. Nel 1973 era stata una delle fondatrici di “Effe”, il primo giornale femminista italiano. Tra i suoi libri Quarant’anni in faccia (Rizzoli, 1982), Piccolo viaggio nell’anima tedesca (con Francesca Predazzi, 2004; nuova edizione in Ue: 2014), Rosa è il colore della Persia. Il sogno perduto di una democrazia islamica (Feltrinelli, 2006), Al di qua del muro. Berlino 1989 (Feltrinelli, 2010), L’amore a settant’anni (Feltrinelli, 2012) e Suonare il rock a Teheran (con Benedetta Gentile; Feltrinelli Kids, 2014).

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