Oggi l’Italia ha una brutta reputazione. Ha distrutto decenni di vita democratica, ispirata (anche quando l’ispirazione era blanda e formale) alla Resistenza, alla Liberazione, ai fatti della Storia, ai patti di civiltà contratti con gli altri Paesi del mondo attraverso le Nazioni Unite, ai patti di garanzia dei diritti umani, all’impegno comune e sacro, il ‟mai più” pronunciato da tutti i capi di Stato del mondo sulle ceneri di Auschwitz.
La Storia insegna che non c’è limite al peggio. L’Italia si è messa su una strada indegna attraverso l’autorità di un ministro di questa Repubblica che - tramite la televisione di Stato - ha gettato benzina sul fuoco di una serie di violenze già in corso. Ha provocato 13 morti, e l’assalto ai simboli dell’Italia in un Paese che ci era stato descritto (proprio dal governo di quel ministro) come amico. L’Italia proclama guerra di religione attraverso la voce purtroppo autorevole del presidente del Senato, che non sembra comprendere il rischio recato ogni giorno di più dalle sue ripetute affermazioni. Adesso l’accordo formale e solenne stipulato dal presidente del Consiglio in persona e da suoi collaboratori stretti e credibili porta nello schieramento ufficiale del centrodestra accanto a Casini e Fini la peggiore specie di fascismo negazionista, di fascismo coinvolto in inchieste per banda armata e stragi, di seguaci di Julius Evola, predicatore dell’‟antisemitismo come dovere”, del pensatore tenuto a distanza persino dal Movimento Sociale Italiano che precede An. Porta l’Italia fuori dal consesso civile, democratico e storico stabilitosi in Europa e nel mondo democratico subito dopo la sconfitta e la distruzione del fascismo e del nazismo.
Al centro di questo gruppo di nuovi e formali alleati c’è la negazione della Storia, l’esaltazione di Hitler come statista, c’è il rimpianto di Mussolini, autore delle peggiori leggi razziali d’Europa, c’è lo scherno della Shoah, con la frase pronunciata da uno dei leader di queste bande di governo, certo Romagnoli, che ha detto a Sky Tg 24: ‟Le camere a gas? Non ho abbastanza elementi in proposito per poter dare un giudizio”.
Siamo consapevoli che, fra coloro che preannunciano di votare per l’opposizione, per Prodi, per la sinistra, vi sono state in una occasione e in un corteo quasi del tutto disertato dalla sinistra alcune persone che hanno bruciato la bandiera di Israele, un gesto più che simbolico per un Paese che a cinquant’anni rischia di essere cancellato, e nel momento in cui un potente capo di Stato ne chiede la eliminazione.
Una di esse ha detto la frase: ‟Israele è un pugno nello stomaco dell’umanità”.
È accaduto. Ma tutta la sinistra, dalle sue posizioni più moderate fino a Rifondazione Comunista, ha respinto e condannato ciò che è accaduto. E qualunque osservatore estraneo alle vicende italiane potrebbe concludere, come hanno fatto i colleghi della stampa estera (e mi riferisco in particolare ai servizi dall’Italia e sull’Italia di Bloomberg, agenzia certo non sospetta di simpatie di sinistra) che non c’è adesso nella coalizione di opposizione - e non potrà esserci nel governo che dovesse nascere dalla vittoria dell’Unione - traccia tollerata di negazionismo.
La vera differenza, che impedisce ogni simmetria tra ciò che sta accadendo a destra e ciò che è accaduto a sinistra sulla memoria, la Storia, l’antisemitismo e l’invocazione a distruggere lo Stato di Israele è che la sinistra respinge e condanna tutto ciò in modo netto e totale, anche se non avviene nelle sue file e sotto il nome di qualcuno che si fa trovare vicino ai suoi partiti. Ed è dalla stessa sinistra che si levano le voci che esigono il rispetto della Storia.
Da destra invece sono state aperte le porte, messi a disposizione i tavoli, attivati i bracci esecutivi più in vista (sia pure tristemente in vista, a causa dei loro personali precedenti) del primo ministro e candidato unico, a tutto l’arco di chi rappresenta il fascismo sterminatore senza pentimenti e ripensamenti, anche a causa del distacco dei personaggi coinvolti da ogni forma di cognizione della Storia. Uno di essi - forse pentito, forse colpito da ciò che ha ascoltato - ha detto all’Unità: ‟Vogliono far fare a noi il lavoro sporco”.
Vorremmo supplicare i colleghi che hanno accesso ai grandi giornali e tv, in questa situazione di regime mediatico e di rigorose esclusioni, di riflettere in pubblico, e in nome della reputazione del nostro Paese, sulla portata e sul pericolo di quella frase. E di ciò che sta davvero accadendo. Non dite che ci sono due mezze ali pericolose in una coalizione e nell’altra. Sarebbe mentire. Il negazionismo, che altrove porta a conseguenze penali qui, in Italia, adesso, potrebbe abitare al governo. Il governo della destra.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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