Chi potrà ancora sostenere che se si ritirano le truppe straniere dall'Iraq scoppierà la guerra civile? Quello che è successo ieri a Samarra - un'esplosione ha distrutto la cupola d'oro della moschea al Aksari, luogo santo sciita, cui sono seguite proteste e rappresaglie contro imam e moschee sunnite - toglie ogni velo di ipocrisia ai fautori dell'occupazione. Non è la prima volta che vengono attaccati i luoghi santi sciiti e probabilmente non sarà l'ultima. Bisogna fermare il massacro non alimentarlo, come hanno fatto finora gli occupanti acuendo la divisione fra le varie componenti etnico-confessionali irachene. Il ritiro dall'Iraq toglierebbe ogni alibi a coloro che non sono interessati alla sua liberazione dall'occupazione ma alla destabilizzazione del paese sfruttando le diverse appartenenze religiose (sunniti e sciiti) per perseguire il proprio disegno terroristico. Non si può assistere al dissanguamento di un popolo sfuggendo alle proprie responsabilità. Che non sono solo americane, ma anche italiane. La testimonianza resa a Rainews 24 da Ali Shalal al Kaisi, «l'incappucciato» di Abu Ghraib, ci rivela qualcosa che purtroppo non ci può sorprendere: tra i torturatori del tristemente famoso carcere c'erano anche italiani. Non i soldati in «missione di pace» a Nassiriya, ma i mercenari. Perché ci sono anche italiani tra i mercenari presenti in Iraq, insieme a sudafricani, cileni, bosniaci, colombiani, francesi, etc. etc. Io stessa a Baghdad avevo cercato di intervistarne uno ma non sono riuscita perché, da vero mercenario, voleva essere pagato. Sono quei contractors che costituiscono il secondo esercito di occupazione in Iraq, il cui numero è di decine di migliaia. Sono i fautori della privatizzazione della guerra sostenuta dalle americane Balckwater, Caci, Titan corp e altre società che così rimpinguano i loro bilanci.
E' la parte più sporca della guerra: sono infatti i contractors a fare quello che nemmeno i soldati regolari possono permettersi di fare. E sono superpagati. Tanto da far nascere tensioni con soldati americani che si erano ribellati a questo doppio trattamento. Non si può certo impedire a chi vuole fare della guerra una propria fonte di reddito di farlo, ma almeno potremmo evitare di celebrarli come eroi. Possiamo invece evitare che i nostri soldati continuino a essere complici di un'occupazione che non può avere nessuna giustificazione. L'Iraq è in guerra, per questo gli americani hanno sparato un anno fa alla macchina su cui viaggiavamo verso l'aeroporto uccidendo Nicola Calipari. E anche i nostri soldati sono in guerra e non in «missione di pace». Ancora una volta è stata Rainews 24 a svelarci una realtà che solo l'ipocrisia poteva farci ignorare: la guerra è la guerra e chi si trova su un teatro di guerra imbracciando le armi non svolge attività umanitaria. E spara anche sulle autoambulanze, lo ha confessato il caporalmaggiore Raffaele Allocca confermano le affermazioni del giornalista americano Micah Garen. Di fronte a tanta barbarie come è possibile che la campagna elettorale non faccia della posizione sulla guerra e l'Iraq un punto qualificante?
Giuliana Sgrena

Giuliana Sgrena

Giuliana Sgrena, inviata de ‟il manifesto”, negli ultimi anni ha seguito l'evolversi di sanguinosi conflitti, in particolare in Somalia, Palestina, Afghanistan, oltre alla drammatica situazione in Algeria. Negli ultimi due anni ha raccontato la guerra e l'occupazione in Iraq. Nei suoi servizi cerca di indagare la realtà che sta dietro lo scontro armato, la vita quotidiana delle principali vittime delle guerre moderne: donne e bambini. Ha dedicato particolare attenzione all'islamismo e al suo effetto sulla condizione delle donne. Attualmente collabora, tra l'altro, con RaiNews24, con il settimanale tedesco ‟Die Zeit”, con la radio della Svizzera italiana e con riviste di politica internazionale. Libri pubblicati: La schiavitù del velo, voci di donne contro l'integralismo islamico (manifestolibri 1995); Kahina contro i califfi, islamismo e democrazia in Algeria (Datanews 1997); Alla scuola dei taleban (manifestolibri 2002); Il fronte Iraq, diario da una guerra permanente (manifestolibri 2004).

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