Hamas è teoricamente disponibile a riconoscere Israele nel futuro. Come? ‟Con un referendum. Un grande referendum, che coinvolga i palestinesi di Cisgiordania e Gaza, quelli residenti in Israele e i milioni di profughi e i loro discendenti che dal 1948 in poi si sono dispersi per tutto il mondo”. Certo è una risposta fumosa, ambigua, improbabile nella sua fattibilità. Però, per la prima volta dalle elezioni del 25 gennaio, un alto esponente tra i dirigenti eletti di Hamas si dice disposto a modificare l’ormai celebre piattaforma ideologica del maggior movimento islamico palestinese, che dal 1988 predica la sostituzione di Israele con uno Stato islamico e la piena legittimità della lotta armata, incluso il terrorismo dei kamikaze. Abdel Aziz Al Dweik ne parla dal suo ufficio a Ramallah di neoeletto presidente del Parlamento. Ben felice di incontrare un giornalista proveniente da quella stessa Unione Europea che nelle ultime ore ha scelto di donare 120 milioni di euro alle esauste casse palestinesi. Ha 58 anni, laureato nelle università americane, è oggi docente di geografia e urbanistica all’università Al Najah di Nablus. Dunque siete anche pronti a cancellare il ‟diritto del ritorno” ai loro villaggi in Israele per i milioni di palestinesi della diaspora e a non considerare più l’intera Palestina terra ‟Waqf”, ovvero bene irrinunciabile per l’Islam? ‟Hamas ha vinto le elezioni con la democrazia. Sono gli americani che prima predicano la necessità di sviluppare la democrazia in Medio Oriente e poi, quando non sono d’accordo con i risultati elettorali, cercano di modificarli con la forza militare e il ricatto economico. Noi no. Il popolo ha votato, ci ha scelto. È il libero voto che costituisce il fondamento della nostra legittimità. Se, con la stessa logica, la maggioranza dei palestinesi dovesse pronunciarsi per l’abolizione del diritto del ritorno e per modificare la nostra piattaforma fondativa del 1988, noi non potremmo che adeguarci”. Ma perché coinvolgere i palestinesi che vivono all’estero? Non saranno cittadini del vostro Stato ed è ovvio che un residente nei poveri campi profughi in Libano o Siria ben difficilmente sarà disposto a votare in quel senso. ‟Ma che autorità ho io per negare il suo diritto storico a tornare alla sua casa perduta nel 1948 o 1967?”. L’Europa sblocca l’embargo economico nei vostri confronti. Che garanzie ha che quei soldi non serviranno per preparare la prossima guerra contro Israele? ‟Noi siamo infinitamente grati agli europei. Hanno capito che le pressioni economiche non servono a nulla, se non a gettare i palestinesi nelle braccia degli estremisti. Ora si tratta di lavorare assieme per fare pressione su Israele e convincerlo a riconoscere i diritti palestinesi. Perché davvero ci troviamo in una situazione assurda: sono loro che occupano Gerusalemme Est, costruiscono le colonie ebraiche illegali in Cisgiordania, erigono il muro condannato dall’Onu e dal tribunale internazionale dell’Aja, affamano la striscia di Gaza e la trasformano in una gigantesca prigione. Eppure siamo noi che dovremmo per primi riconoscere Israele. Ridicolo! Diciamo così, il nostro riconoscimento procederà di pari passo al loro nei nostri confronti. E comunque il riconoscimento può avvenire solo tra due Stati, su di un piano di parità. L’Olp fece male dal 1988 a giocare tutte le sue carte senza ottenere nulla in cambio. Ed è questo uno dei motivi per cui ha perso le elezioni”. Gli israeliani in fondo chiedono un passo molto semplice: la promessa che la coesistenza pacifica è possibile. ‟Noi non baratteremo mai i nostri diritti nazionali per qualche centinaia di milioni di dollari. Deve essere chiaro all’Europa, come a chiunque altro, che non rinunceremo a Gerusalemme, neppure in cambio dell’intero bilancio degli Stati Uniti”. Avete un deficit mensile di 130 milioni di dollari. ‟Lo so. Se le cose andassero male, chiederemo aiuto al mondo islamico. Con l’Iran in testa. È un loro dovere morale. Ma anche l’Europa ha un dovere morale nei nostri confronti. Sono stati l’antisemitismo e l’Olocausto a spingere gli ebrei sulle nostre terre. Gli inglesi nel 1917 furono i primi a parlare di "focolare ebraico" in terra di Palestina. Con che diritto? Ora, che almeno paghino”. Lei sa bene che dal mondo arabo arrivano tante promesse, ma poca sostanza. ‟È vero. Ci rivolgeremo ad Allah”. Pensate di islamizzare la Palestina? Lo sa che è stata attaccata una ditta che produce alcolici in Cisgiordania? ‟Un fatto gravissimo, inaccettabile. Lo condanno. Apprezzo però chi si è messo a produrre birra analcolica. Hamas è un partito religioso, si impegna a lavorare per migliorare gli standard morali della nostra gente. Spero che presto chiudano le rivendite di alcolici, non per decreto, ma semplicemente perché mancheranno clienti”.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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