‟Sei la vergogna dei parrucchieri!”. Campasse mille anni, Vittorio Cecchi Gori non dimenticherà quello striscione steso nel ‟suo” stadio dopo la catastrofe viola. Guai a toccargli i capelli. Li portava allora gonfi come un soufflé e se ne serviva per essere all’altezza non solo delle spettacolari stangone che sono sempre state la sua passione ma, le volte che lo incontrava, dell’uomo di cui è sempre stato invidioso, Silvio Berlusconi. E più quello si issava sui tacchi, più lui raddoppiava la cura che metteva nella chioma, via via lievitata fino a diventare una specie di panettone cotonato dalle sfavillanti sfumature arancioni. Per questo colpisce la scelta dell’ex patron della Fiorentina di candidarsi a Roma con il Movimento per le autonomie di Raffaele Lombardo: perché il leader catanese dei neo-dc ha stretto un patto di ferro con la Lega Nord e questa è la forza politica più fedele al Cavaliere. Il nemico cui Vittorio attribuì l’origine di tutte le sue sventure. Il suo incubo notturno. Il vincente il cui esempio gli veniva sempre contrapposto: ‟Lui un impero l’ha costruito, tu che invece ce l’avevi...”. Bastava nominarglielo per vederlo avvampare. ‟Dico: mi hanno tolto perfino 7 centimetri d’altezza!”, si sfogò davanti alle prime difficoltà incontrate nel mondo delle tivù private, ‟Ero 1,72, prima: da quando ho preso Telemontecarlo e sono diventato l’anti-Cavaliere sono sceso di colpo a 1,65. ‘Sti bischeri!”. E sbuffava: ‟O che storie sono queste? Io sono un metro e 67 come lui, solo che lui coi tacchi e io no. Guardi qua: vede? Li ho bassi. Mica come quelli di Silvio. E se facciamo una fotografia nudi c’è da giocarsela”. E via a sparare: ‟Quello è come i grandi fazenderos che nei western si impossessano di tutti i ruscelli lasciando gli altri ranch senza acqua. Ha fatto incetta di frequenze non per trasmettere meglio ma per impedire agli altri d’esistere”. ‟È come Napoleone. Gli ho detto: Silvio, puoi conquistare mezza Europa ma alla fine, un giorno o l’altro, finisci a Sant’Elena”. E ancora: ‟L’ultima volta che l’ho incontrato gli ho detto: "Bravo, sei riuscito a comprare anche l’ultima partita a Milano contro la Fiorentina". Risponde: "Non mi occupo più di calcio". Gli stavo per mollare un pugno”. Il suo sketch preferito era raccontare un aneddoto su Gianni Agnelli: ‟L’Avvocato me lo dice sempre: ‘La frase storica l’hai detta tu: se a Berlusconi gli dai un dito, quello ti prende il culo’”. Va da sé che, dopo aver scelto di schierarsi nel ‘94 con il Patto di Mario Segni e nel ‘96 con l’Ulivo, guadagnando in entrambi i casi l’elezione al Senato, teorizzava perfino una visione del mondo diversa: ‟Io non credo nel capitalismo. Il capitalismo aberrante, consumista, senza regole, colluso col potere e le banche porta un Paese a Panama. A Noriega. Io credo in un neo-capitalismo dove siamo tutti lavoratori. Dove vanno rispettati i sindacati, gli operai, i manager, gli imprenditori”. Giurava che nulla lo infastidiva quanto le chiacchiere sul suo essere nato nella bambagia, diceva di esser cresciuto ‟giocando con le armi del mi’ babbo partigiano”, stupiva tutti raccontando: ‟Nel ‘52, quando facemmo il trasloco, trovammo in cantina venti chili di nitroglicerina”. Uomo ricco di contraddizioni, diceva di essere grande amico di Fausto Bertinotti, interrompeva le riunioni di manager in via Platone per convocare il domestico filippino con la bacinella d’acqua calda (‟Eugenioooooo! Presto, il mi’ pediluvio”) e confidava: ‟Sì, vent’anni fa ero liberale. Ma adesso sono molto più a sinistra di Occhetto. L’ho detto anche a Berlusconi: Silvio, invece che lasciare ai nostri figli un miliardo in più o in meno è meglio lasciargli un mondo migliore. Giusto? Io sul giallo di Ustica ho fatto un film che ha perso due miliardi e mezzo. Beh, mai perso soldi così serenamente”. Tutto il resto l’ha perduto assai meno serenamente. Prima perse la moglie, Rita Rusic, che secondo le malelingue era colpevole di essere diventata il punto di riferimento (‟Ma non scherziamo! È bravina ma il mestiere gliel’ho insegnato io”) dei registi e dei critici e si vide non solo buttar fuori ma togliere dalla villa a Sabaudia perfino i mobili e i lavandini così che non potesse andarci in vacanza. Poi perse le televisioni, con le quali aveva dato battaglia accarezzando il sogno di sfidare il Cavaliere e soffiando alla Rai il calcio a un prezzo così stratosferico da risultare suicida. E infine perse il ‟suo” seggio fiorentino e fu disastrosamente trombato alle elezioni 2001 (i tifosi arrivarono a ricordarglielo partita dopo partita con striscioni crudeli: ‟Catanoso Genovese batte Cecchi Gori 67% a 33%”) nel collegio di Acireale, che inutilmente aveva cercato di sedurre firmando un preliminare per l’acquisto della squadra locale, operazione seguita da uno strascico di grane giudiziarie, compresa un’inchiesta per voto di scambio. E infine, dopo aver perduto in un paio d’anni almeno mille miliardi, secondo le stime del ‟Sole 24 ore”, perse pure la faccia e subì l’onta di una perquisizione in casa, il magnifico palazzo Borghese, durante la quale fu trovata della cocaina. Una brutta botta. Che cercò di attutire, più che altro nei confronti della madre, ridacchiando: ‟Macché! L’unica droga che conosco è lo zafferano”. Meno di un anno, e proprio a causa dei bilanci dell’amata Fiorentina, venne arrestato per bancarotta fraudolenta. Indimenticabile il titolo che un giornale popolare dedicò a lui e alla sua compagna, Valeria Marini: ‟Valeria in baby-doll gridò: ‘Lasciate stare il mio Vittorio!’”. Pareva allora che almeno l’amore di quella che è stata la donna più sognata dagli italiani fosse destinato a durare. Lui diceva cose tipo: ‟Le altre donne mi hanno amato perché mi chiamo Cecchi Gori, Valeria perché mi chiamo Vittorio”. Lei gli perdonava perfino il carattere fumantino: ‟I primi tempi buttava i telefoni dalla finestra. Ricordo i filippini che correvano in cortile a recuperare i cellulari”. Macché, tutto finito anche su questo fronte. Nuova donna, nuovo partito, nuovi rapporti con l’ex-nemico Silvio cui ha mandato un affettuoso bigliettino. Così è fatto, Vittorio: non vede l’ora di ricominciare. Partendo dai ‟valori etici” del Papa e di Raffaele Lombardo, dice. Del resto, un giorno spiegò serio serio: ‟Sono un uomo da epitaffio. Sulla mia tomba ci sarà scritto: ‘Era un idealista’”.
Gian Antonio Stella

Gian Antonio Stella

Gian Antonio Stella è inviato ed editorialista del “Corriere della Sera”. Tra i suoi libri Schei, L’Orda, Negri, froci, giudei & co. e i romanzi Il Maestro magro, La bambina, il pugile e il canguro, I misteri di via dell’Amorino. Insieme a Sergio Rizzo ha scritto, per Rizzoli, La Casta, La Deriva, Vandali e Licenziare i  padreterni. Con Feltrinelli ha pubblicato Tribù s.p.a. Foto di gruppo con Cavaliere bis (2005), Bolli, sempre bolli, fortissamente bolli (2014) e Se muore il Sud (con Sergio Rizzo, 2013; Premio Benedetto Croce 2014).

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