L'aggettivo ‟storico” è stato ampiamente usato, ieri a New Delhi, e con qualche ragione. Il presidente degli Stati Uniti George W. Bush e il primo ministro indiano Manmohan Singh hanno infatti raggiunto un accordo di cooperazione nucleare, nell'ambito di una ‟partnership strategica” che segna un visibile strappo dalla tradizionale politica indiana di non allineamento - e in buona sostanza esenta l'India dai vincoli del Trattato di non proliferazione nucleare. L'accordo, annunciato in una trionfale conferenza stampa congiunta dai due leader nella elegante residenza chiamata Hyderabad House, nel centro di New Delhi, arriva nella prima di tre giornate di visita del presidente americano in India. Si tratta per la precisione di un accordo su come applicare lo ‟storico” patto di cooperazione firmato dai due paesi nel luglio scorso, durante una visita del premier Singh a Washington. Cooperare ‟per aiutare l'India a sviluppare il suo settore nucleare civile” significa vendere all'India alta tecnologia, ovviamente a usi civili: ma l'India è un paese che dichiaratamente ha un programma militare (nel 1998 ha fatto esplodere la sua prima bomba atomica sperimentale, seguita dal Pakistan) ed è uno dei tre paesi al mondo che non aderiscono al Trattato di non proliferazione nucleare, il Tnp (come Pakistan e Israele, tutti in possesso di bomba atomica).
Così, il presidente Bush chiedeva che l'India accettasse qualche sorta di chiarimento delle sue attività - o altrimenti non riuscirà mai a far ratificare quel patto dal Congresso di Washington, dove già molti obiettano che viola il Tnp. E' dunque questo l'oggetto dell'accordo annunciato ieri. Pochi dettagli sono noti, se non che l'India ha accettato di classificare in modo permanente i suoi 22 reattori nucleari distinguendo tra quelli civili e quelli militari; i 14 impianti definiti civili (producono oggi il 3% dell'energia elettrica del paese) saranno per la prima volta soggetti a ispezioni internazionali. Gli altri, quelli militari, compreso un prototipo di reattore superveloce (o ‟autofertilizzante”, che tra l'altro produce plutonio) restano esclusi da ogni ispezione. Il premier Singh ha precisato, al parlamento nazionale, che l'India continuerà a costruire da sola le sue centrali nucleari e nessuno metterà il naso nel suo programma strategico.
Anche così, la ratifica del Congresso americano non è comunque scontata, così come quella del gruppo dei paesi ‟fornitori di materiale nucleare”, tenuti a rispettare le norme della non proliferazione. Bush ieri però ha detto che spera di far cambiare opinione ai suoi parlamentari, ‟questo accordo è nel nostro interesse”. E il direttore dell'Aiea, Mohammed el Baradei, lo ha definito un accordo ‟positivo” con un paese (l'India) ‟partner della non proliferazione”.
Sia Bush, sia Singh hanno voluto fare dell'accordo nucleare il centro della visita del presidente americano in India, peraltro accolta da furiose polemiche e manifestazioni di protesta: anche ieri a New Delhi decine di migliaia di persone hanno partecipato a un corteo organizzato dai partiti della sinistra, che pure sostengono la maggioranza di governo guidata dal partito del Congresso. Per il governo indiano, il trattato di cooperazione nucleare con Washington serve agli interessi nazionali perché ‟offre accesso all'energia nucleare civile, non intacca i nostri programmi strategici e porta l'India nel mainstream”, nella corrente principale delle potenze mondiali, spiegava ieri Amitabh Mattoo, membro della Task Force presso il primo ministro sullo Sviluppo strategico globale. In altre parole l'India si vede riconosciuta come piccola potenza nucleare, obiettivo che perseguiva fin dal `98: questo spiega il trionfalismo che circolava ieri nell'entourage del governo di New Delhi.
Per Bush, l'accordo consolida l'alleanza con un paese considerato fino a tempi recenti infido: non allineato, legato all'Unione sovietica e poi alla Russia da trattati di amicizia e cooperazione militare - ora invece è una potenza emergente dell'Asia, stabile, amica, da giocare se necessario come riequilibrio della Cina (o come spauracchio per il fedele alleato Pakistan). L'accordo di cooperazione nucleare infatti è parte di una più ampia ‟partnership strategica”, e proprio questo in India ha suscitato le critiche della sinistra e di tutta la vecchia scuola del non allineamento. Il patto nucleare segue un accordo bilaterale di difesa (giugno 2005), e diversi accordi di cooperazione nell'ambito della lotta al terrorismo. Il patto firmato in luglio poi include una ‟iniziativa globale per la democrazia” e considerato come gli Stati uniti la stanno promuovendo in Iraq, si capisce l'allarme di molti commentatori indiani.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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