Coreografie forzate, misure di sicurezza imponenti, manifestazioni di protesta diffuse: dal punto di vista dell'immagine, la visita del presidente George W. Bush nel subcontinente indiano non si può dire brillante. La sostanza però c'è (parliamo qui della tappa centrale del viaggio, quella in India). Appena arrivato a New Delhi infatti Bush e il suo ospite, il premier indiano Manmohan Singh, hanno annunciato un accordo di cooperazione nucleare che - tiene a sottolineare la Casa Bianca - è un passo fondamentale di una ‟nuova partnership economica, militare e strategica”. La stampa indiana riferisce che l'amministrazione Bush offre all'India di rafforzare i rapporti strategici bilaterali, nel medio termine una partnership nella ‟guerra al terrorismo”, e più a lungo termine di essere un partner nella coalizione anti-cinese che Washington sta mettendo in piedi.
Dal punto di vista americano, ci sono almeno un paio di buoni motivi per corteggiare l'India. Uno è appunto la Cina, emergente potenza economica e militare. Da almeno un paio d'anni, un rapporto del Pentagono dopo l'altro indicano la Cina come il futuro avversario militare e la maggiore ‟questione strategica” per gli Usa nel lungo termine, mettendo in luce ora l'aumento della spesa militare cinese (che coincidenza: proprio ieri Pechino ha annunciato un nuovo, consistente aumento del suo budget per la difesa), ora il suo estendere il controllo strategico sulle rotte marittime tra il Medio oriente e il Mar cinese meridionale, l'espansione sui mercati petroliferi, e così via. Così Washington ha cominciato (da tempo) a rafforzare le posizioni: dalle basi militari in Asia centrale alla costituzione di alleanze - ovvia quella con il Giappone, con gli accordi di mutua sicurezza firmati nel febbraio 2005. Non è mai stato detto in modo formale, in questi giorni, ma ‟contenere” la Cina è uno dei motivi che spinge gli Stati uniti ad agganciare l'India con relazioni strategiche.
L'altro buon motivo è economico. Durante la visita di Bush sono stati discussi anche contratti, in particolare nel campo delle alte tecnologie per la difesa: Washington permetterà all'India di comprare un sistema di radar super sofisticato se Delhi comprerà da aziende americane i 126 aerei caccia che ha in progetto di comprare (non conosciamo ancora l'esito del mercato). Poi ci sono le relazioni commerciali in senso più ampio, investimenti, affari: in fondo i 250 milioni di indiani dotati di potere d'acquisto (su una popolazione totale che supera il miliardo) sono un mercato attraente e l'India è in crescita, ha bisogno di investire in infrastrutture ed energia, ha imprenditori e ottimi informatici anglofoni.
Anche per l'India l'accordo di cooperazione nucleare è l'elemento centrale (‟storico”) della visita del presidente americano: segna il riconoscimento di New Delhi come legittima potenza nucleare e la fine del trentennale isolamento dell'industria nucleare indiana. L'accordo di cooperazione, come l'intera ‟partnership strategica” e la svolta filoamericana che sottintende, hanno però suscitato forti opposizioni, e non solo quelle viste per le strade. Parte dell'establishment nazionalista teme che l'accordo nucleare, con le salvaguardie che l'India ha dovuto accettare (ispezioni agli impianti nucleari civili), sia un tentativo di mettere dei limiti alla politica nucleare indiana (i più illustri scienziati nucleari hanno chiesto che il governo tenesse su alcune garanzia della libertà d'azione dell'India: ad esempio non includere il reattore sperimentale autofertilizzante tra gli impianti soggetti a ispezioni).
Più in generale, l'avvicinamento agli Stati uniti era cominciato con una discreta cooperazione antiterrorismo ben prima dell'11 settembre 2001, e ha sostenitori in entrambi i maggiori partiti indiani: il Congress (ora al governo) e il Partito nazionale indiano (Bjp, ora all'opposizione). Il governo della destra nazionalista tra il `98 e il 2004 aveva ottimi rapporti con i neo-cons di Washington (era stato il ministro degli esteri del Bjp, nel 2002, a dare il primo entusiastico appoggio allo scudo missilistico dell'amministrazione Bush). La coalizione di centrosinistra guidata dal Congress, al governo da due anni, dice che rafforzare le ‟relazioni speciali” con gli Usa è una priorità. E però, molti al suo interno si chiedono se gli interessi strategici dell'India coincidano davvero, a lungo, con quelli degli Usa - ad esempio l'interesse strategico indiano ad assicurarsi approvvigionamenti di petrolio e gas naturale. La vicenda dell'Iran è esemplare: Delhi, che definisce Tehran un ‟partner strategico” e progetta un gasdotto dall'Iran all'India attraverso il Pakistan, ha però votato contro l'Iran presso l'Agenzia internazionale per l'energia atomica, in settembre e poi il mese scorso. La cosa ha suscitato furibonde proteste nel parlamento di New Delhi: ed è allora il premier indiano Manmohan Singh ha dichiarato che le iniziative del suo governo in politica estera, dal voto sull'Iran al patto nucleare con Washington, sono ispirate da un ‟illuminato interesse nazionale”.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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