Il tempo stringe e nemmeno l’incontro in extremis con gli europei ha sbloccato il negoziato. C’erano del resto ben poche speranze che gli iraniani avessero qualcosa di nuovo da mettere sul tavolo negoziale dopo il fallimento dei colloqui di Mosca. L’Iran insiste sull’arricchimento dell’uranio sul proprio territorio, mentre il resto del mondo vuole evitare che in questo modo il regime degli ayatollah mantenga una opzione aperta sulla bomba atomica. Quali sono le intenzioni del presidente Ahmadinejad, che in pochi mesi ha radicalmente cambiato la politica estera iraniana? Lo chiediamo a Mohammad Reza Khatami, fratello dell’ex presidente e capo del partito Mosharekat, un riformatore che ha sempre parlato e agito con molto più coraggio del fratello presidente. ‟Che cosa abbiano davvero in testa nessuno lo sa. Forse non lo sanno nemmeno loro. Molto probabilmente hanno fatto dei calcoli sbagliati. Hanno contato sulle divisioni tra Europa, Stati Uniti, Cina e Russia. Si sono spinti così avanti con la retorica e la propaganda nazionalistica che ora tornare indietro è difficile. Forse se la crisi aumenta, sempre più persone capiranno che questa situazione non è nell’interesse iraniano e che molte porte si chiuderanno per l’Iran”.

Non pensa che il regime veda questo confronto con l’Occidente come un’opportunità per mettersi alla guida di un mondo islamico, dove proliferano i sentimenti antioccidentali?
Noi abbiamo scritto al Leader Khamenei numerose lettere per spiegare che insistere sull’arricchimento dell’uranio non è nell’interesse del paese, che in questo modo si perdono tutti i benefici conquistati negli ultimi 16 anni, e che la sola posizione corretta era quella tenuta dal governo Khatami: sospendere le attività di arricchimento dell’uranio e negoziare allo scopo di creare la fiducia e avere una supervisione internazionale. Ma non ci sentono da quest’orecchio. Vogliono la tecnologia nucleare per essere padroni del gioco. Credono nell’equazione tecnologia nucleare uguale capacità di raggiungere una posizione di forza che obblighi gli altri a cambiare strada.

Perché i riformatori tacciono, e non dichiarano apertamente ciò che pensano sia nell’interesse del paese?
Sul piano esterno, parliamo: con gli europei, con i governi. Sul piano interno, non è facile comunicare questo messaggio. Prima di tutto non abbiamo i mezzi per comunicare. I giornali sono rigorosamente controllati, non sfugge nulla: se pubblicano le nostre dichiarazioni sul nucleare vengono chiusi. E in più siamo tra due fuochi. Non possiamo nemmeno dire che l’Occidente ha ragione, perché dal punto di vista del diritto internazionale l’arricchimento dell’uranio è un diritto dell’Iran. Su questo punto loro hanno fatto una propaganda enorme, insistendo sull’interesse nazionale, paragonando la tecnologia nucleare alla nazionalizzazione del petrolio negli anni '50. Non è facile ora per gli iraniani accettare un altro punto di vista.

Ma molti iraniani probabilmente si rendono conto in quali mani finirebbe questa tecnologia.
Noi diciamo infatti che la tecnologia nucleare è un nostro diritto, ma la condizione preliminare è avere un governo democratico. La priorità è la democrazia. Sempre più iraniani si rendono conto che l’energia nucleare in questa situazione non sarebbe un beneficio per il nostro paese. Ma non abbiamo istituzioni della società civile attraverso le quali esprimerci, non abbiamo una leadership riformista. Mosharekat è il solo gruppo che ha preso apertamente posizione sul nucleare.

Lei crede che esistano delle differenze tra il Leader Khamenei e il presidente Ahmadinejad?
Nessuna. Questa è una idea che si è fatta l’Occidente. è il Leader che decide tutto. Come le ho detto, noi gli abbiamo mandato diverse lettere ma non hanno avuto nessun effetto. E sia Rafsanjani che Khatami hanno fatto pressioni. Inutilmente. Soprattutto Rafsanjani ha fatto moltissime pressioni. Ma non ha avuto la forza di cambiare le opinioni del Leader.

Ma se sono così convinti che si sia di fronte a un precipizio, perché Khatami e Rafsanjani non prendono posizione pubblicamente? Hanno le piattaforme da cui parlare, nessuno oserebbe mettere in galera due ex presidenti come fanno con i giornalisti.
Non è questione di galera. Non è questo il punto. Nessuno di loro vuol prendere posizione. Perché, non lo deve chiedere a me. Io sono convinto che sia un grave errore.
Vanna Vannuccini

Vanna Vannuccini

Vanna Vannuccini è inviata de “la Repubblica”, di cui è stata corrispondente dalla Germania negli anni della caduta del Muro. Ha seguito le Guerre balcaniche, lavorato in diversi paesi e, dal 1997, soprattutto in Iran. Nel 1973 era stata una delle fondatrici di “Effe”, il primo giornale femminista italiano. Tra i suoi libri Quarant’anni in faccia (Rizzoli, 1982), Piccolo viaggio nell’anima tedesca (con Francesca Predazzi, 2004; nuova edizione in Ue: 2014), Rosa è il colore della Persia. Il sogno perduto di una democrazia islamica (Feltrinelli, 2006), Al di qua del muro. Berlino 1989 (Feltrinelli, 2010), L’amore a settant’anni (Feltrinelli, 2012) e Suonare il rock a Teheran (con Benedetta Gentile; Feltrinelli Kids, 2014).

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