Quella che più deve essergli seccata è stata probabilmente la ‟solidarietà” di Maurizio Gasparri. Il quale si è precipitato a dettare alle agenzie quanto gli dispiacesse delle sue dimissioni e quanto considerasse la sua scelta ‟responsabile e coraggiosa” e quanto si augurasse che ‟tutto questo si concluda al più presto perché siamo in campagna elettorale”. Lui no: Francesco Storace, a parti rovesciate, dopo aver saputo che l’ex ministro delle Telecomunicazioni era stato defenestrato perché aveva posto l’alternativa ‟o lui o io”, era stato meno diplomatico. E aveva sibilato: ‟Sono felice che oggi si sciolga la corrente della Destra sociale, perché sono finalmente libero di poter dire che sono disgustato dal comportamento dell’onorevole Gasparri”. Se dopo aver lasciato l’incarico per ‟sottrarre” la sua ‟comunità politica e il governo dalle strumentalizzazioni della sinistra” si sia sfogato in un pianto liberatorio, non si sa. Certo non è il tipo che, su questo, si barrichi dietro una maschera. Un giorno l’ha detto: ‟Sono un uomo che sa piangere, senza vergogna”. Piange, ride, si sfoga, si arrabbia, scazzotta. Convinto che la politica sia anche cuore. Un cuore nero, per parafrasare il titolo dell’ultimo libro di Luca Telese. Dove si racconta appunto di come Giuseppe Storace, il padre che anni dopo sarebbe stato investito dall’accusa falsa e vergognosa, raccolta dall’Unità, di essere stato un picchiatore di ebrei, non vedesse di buon occhio che il figlio frequentasse i missini di una sezione bellicosa quale quella di Acca Larentia di cui, dopo l’uccisione di tre militanti, sarebbe diventato segretario. E che lui, il futuro ministro, stava quasi per cedere e avvicinarsi alla più sobria Cl. Scelta che sarebbe andata in porto se, appunto, non ci fosse stato di mezzo il cuore. Certo, non portava la camicia nera: ‟Mai messa”. Non andava in giro impugnando spranghe (‟Non c’è una sola denuncia a mio carico: sono immacolato, anzi, vergine”) come altri che poi si sarebbero rasserenati come Gianni Alemanno. E l’unica volta che puntò qualcosa addosso a qualcuno fu un fantastico bluff. Tornava a casa quando, incrociata una manifestazione di ‟rossi”, se li vide piombare addosso minacciosi. Al che, racconta la leggenda, estrasse dalla tasca il portaocchiali rigido e lo puntò a due mani addosso gli avversari, che subito fecero dietrofront, divaricando le gambe come in una celeberrima foto di quegli anni: ‟In quegli anni le ho soprattutto prese. Ho subito tre attentati. Una volta mi hanno sparato, un’altra mi hanno bruciato l’auto, una terza hanno cercato di bruciarmi la casa”. Sarebbe potuta finire male, come nel caso dei fratelli Mattei, se il fratellino non si fosse casualmente accorto che avevano versato benzina sotto la porta. Fatto sta che, per il fisico da torello che richiama un po’ ‟Caio Gregorio, er guardiano der Pretorio”, il collo incassato nelle spalle, la parlata spiccia e romanesca, le braccia che a Umberto Bossi ricordavano ‟l’orangutan, il trapezista con le braccia corte”, il marchio del fascista manesco gli restò appiccicato a lungo. Tanto da spingere perfino amici di schieramento, come Lucio Colletti, a dire: ‟Storace? Se apriamo le gabbie e lasciamo che i gorilla circolino liberamente destando il terrore di qua e di là, per noi sarà difficilissimo costruire un governo che abbia prestigio e autorevolezza”. Cresciuto al ‟Secolo d’Italia”, dove secondo Giancarlo Perna faceva coppia fissa con l’altro torello Teodoro Buontempo (‟D’estate si presentavano in redazione come reduci di un campeggio paramilitare. In canottiera, pantaloncini corti grigioverde, scarponi. Con la canottiera e i pantaloncini combattevano il caldo, con gli scarponi scrivevano gli articoli”), confidò d’aver ‟sognato tutta la vita la mia foto su Prima Comunicazione”, il periodico dei giornalisti. Ci arrivò, da capoufficio stampa del Msi, guadagnandosi un titolo indimenticabile, ‟Lo sparaballe”, e due pagine in cui si spiegava come faceva a piazzare ovunque notizie sul suo giovane capo, Gianfranco Fini: ‟Mi inventavo le cose più strane. Il meglio fu la storia, accreditata, secondo cui Fini era il megafono di Cossiga. Invece ero io che scrivevo dichiarazioni appositamente studiate in cossighese”. Sbarcato in Parlamento e piazzato alla presidenza della Commissione di vigilanza Rai, si guadagnò con le sue invettive la fama di ‟Epurator”. Fama meritata. Che lui coltivò cercando, al tempo stesso, di cambiare personaggio con l’invio di decine e decine di lettere (153 in tutto) al presidente Rai Enzo Siciliano, così affettate da esser rococò: ‟Gentile e illustre presidente, ove Ella non abbia difficoltà in proposito, vuole spiegare perché...”. Un linguaggio del tutto in contrasto con quello più naturale, che come dimostrò una rissa alla Camera con Mauro Paissan, sa essere vernacolare: ‟Quella checca di Paissan mi ha graffiato con le sue unghie laccate di rosso, io non l’ho toccato: sfido chiunque a trovare le sue impronte sul mio culo”. Deciso sostenitore della svolta di Fiuggi, sia pure contraddetta da sporadici richiami al Duce e ai bei tempi andati e dal rifiuto di sottoscrivere le censure postume di Fini al fascismo ‟male assoluto”, mostrò alle Regionali del 2000 di aver messo da parte definitivamente, in nome delle regole della politica e del potere, certe sue antiche battute. Tipo ‟il cazzotto sottolinea l’idea”. Abbandonati i toni e i giacconi di un tempo, riuscì anzi a farsi addirittura bacchettare dalla principessa nera Elvina Pallavicini: ‟Ma caaaro: troppo moderato!”. Come abbia governato il Lazio, e con quali metodi abbia tentato di restar al comando, lo diranno la storia e l’inchiesta giudiziaria. Certo è che, prima di essere battuto da Marrazzo, assicurò che mai avrebbe abbandonato la Regione dove sarebbe rimasto, lui, a fare opposizione. Un proclama presto smentito. A riprova di come ormai, dopo aver offerto per anni ai camerati la battuta di essere, lui, ‟l’idea che si fa corpo”, si sia convinto che far politica è restare lì, nel cuore nel potere. Disse una volta, fiero di essere un battutista: ‟Alla politica non so se sono adatto, al cabaret sì”. Ieri aveva meno voglia di sorridere.
Gian Antonio Stella

Gian Antonio Stella

Gian Antonio Stella è inviato ed editorialista del “Corriere della Sera”. Tra i suoi libri Schei, L’Orda, Negri, froci, giudei & co. e i romanzi Il Maestro magro, La bambina, il pugile e il canguro, I misteri di via dell’Amorino. Insieme a Sergio Rizzo ha scritto, per Rizzoli, La Casta, La Deriva, Vandali e Licenziare i  padreterni. Con Feltrinelli ha pubblicato Tribù s.p.a. Foto di gruppo con Cavaliere bis (2005), Bolli, sempre bolli, fortissamente bolli (2014) e Se muore il Sud (con Sergio Rizzo, 2013; Premio Benedetto Croce 2014).

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