In mancanza di negoziato, vince la logica delle minacce tra Israele e Hamas. A Gerusalemme si prospetta un nuovo ritiro dalla Cisgiordania in modo unilaterale come fu per quello da Gaza l’estate scorsa? I palestinesi gridano alla provocazione. Gli israeliani pianificano di smantellare nuove colonie ebraiche? Hamas risponde che servirà solo a fomentare nuovo odio. ‟Una dichiarazione di guerra”, così da Damasco uno dei ‟duri” tra i dirigenti del movimento islamico uscito vittorioso dalle elezioni palestinesi dello scorso 25 gennaio reagisce al progetto per il futuro della Cisgiordania descritto in una serie di interviste dal premier israeliano ad interim Ehud Olmert. ‟Non si tratta di un piano di pace, ma piuttosto di una dichiarazione di guerra, che metterà Israele in grado di controllare Gerusalemme, mantenere il muro, allargare gli insediamenti. In verità Olmert sta commettendo gli stessi errori di Ariel Sharon”, ha dichiarato Khaled Mashal, appena tornato nella capitale siriana dopo un viaggio a Mosca che l’ha visto cercare di raccogliere legittimazione internazionale e aiuti economici per il suo movimento messo all’indice da larga parte dei Paesi occidentali. Da Gerico gli fa eco Saeb Erekat, leader del team di negoziatori del Fatah che dagli anni ‘90 tiene i contatti con Israele: ‟Gli israeliani non hanno il diritto di determinare i miei confini e di imporli senza il mio assenso, serve unicamente a prolungare il conflitto”. I progetti di Olmert in verità non sono nuovi. Lui stesso ne parla da almeno un anno e mezzo, quando era ancora il delfino di Sharon tra i quadri dirigenti del Likud conservatore. Poi vennero adottati in pieno da Sharon per spiegare il ritiro da Gaza e 4 colonie della Cisgiordania. Da novembre, con la nascita del nuovo partito di centro Kadima, sono diventati parte integrante del programma in vista delle elezioni del 28 marzo. Rappresentano la filosofia del consenso di centro in Israele. ‟Noi vogliamo uno Stato democratico a maggioranza ebraica. Per questo motivo siamo disposti a ritirarci da larga parte della Cisgiordania e smantellare la maggioranza delle colonie. Preferiremmo farlo in accordo con i palestinesi. Ma se Hamas non riconosce Israele, non accetta gli accordi firmati dall’Autorità palestinese e non rinuncia al terrorismo, allora noi lo adotteremo in modo unilaterale”, spiega il premier. Si rifiuta però di delineare i confini precisi. Più volte ha accennato in passato alla necessità di annettere ‟gruppi di colonie” in quattro aree della Cisgiordania occupata sin dal 1967: Gush Etzion, Maale Adumim, Ariel e la Valle del Giordano. E inasprisce i toni: ‟Guai se Hamas sostenesse il terrorismo, potremmo colpire anche il suo premier, Ismail Haniyeh”. Una parte di Hamas alza le spalle. ‟Sono tutte manovre elettorali di Olmert per catturare il voto delle destre”, dicono a Ramallah. C’è una buona dose di verità. Sono in molti a ritenere che solo dopo il voto israeliano le due parti saranno in grado di valutare seriamente la possibilità di contatti, seppure a distanza. Del resto anche gli uomini di Hamas sono occupati. Ancora non sono riusciti a formare il loro governo. E l’Europa torna minacciare il taglio dei finanziamenti. Da ieri una loro delegazione si trova in Arabia Saudita per chiedere fondi alternativi.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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