Il contributo più controverso sul tema fu certamente quello offerto dall’ex ministro della Salute Francesco Storace, che anni fa, vittima della trasmissione televisiva ‟Scherzi a parte”, pronunciò in prima serata una memorabile sentenza: ‟mejo frocio che laziale”. Il significato profondo di quelle parole lo si comprende alla luce della sua decennale passione di tifoso romanista: nulla di troppo lusinghiero verso i ‟froci”, quindi. Tuttavia, quella riflessione segnava un primo passo avanti in un percorso di emancipazione culturale che, per la destra italiana, si dimostra vieppiù faticoso.
Claudio Sabelli Fioretti ricordò allo stesso Storace, in un’intervista, di aver successivamente dichiarato: ‟Non vorrei avere offeso i laziali”, quando, con tutta evidenza, a detta del giornalista, egli aveva offeso soprattutto i gay. E Francesco pronto rispose: ‟Io dissi: ‟Mi dispiace che i tifosi laziali si siano sentiti offesi”. I gay non si sentivano offesi perché era la prima volta che sentivano che qualcuno era peggio di loro”. La comunità gay, così, saliva di una posizione nella classifica dell’abiezione proposta dal leader della Destra Sociale, dall’ultimo al penultimo posto; i laziali erano peggio di loro e precipitavano sul fondo, i laziali froci non venivano neppure classificati.
Di episodi di omofobia analoghi, seppur meno ‟brillanti”, è costellata tutta la storia recente della politica della destra italiana. Si ricordino le appassionate arringhe di Daniela Fini, moglie dell’attuale vicepresidente del consiglio, contro i giocatori di calcio e i maestri omosessuali (‟Chi è un omosessuale? Non lo so, una persona malata, una che lo fa per soldi, uno che gli piace farlo, sono affari suoi, non mi riguarda. Come quello che è cornuto: è cornuto, sono affari suoi, non è un problema mio. Diventa un problema mio quando diventa il maestro di mia figlia”). E si notino, altresì, le acrobatiche precisazioni di suo marito, in seguito a quelle dichiarazioni (‟Se lei mi chiede se un maestro dichiaratamente omosessuale può fare il maestro, la mia risposta è no. Sarebbe diseducativo e moralmente non opportuno che chi è omosessuale dichiarato, o chi arriva a considerare la pedofilia, tutto sommato, una forma d’amore, possa fare l’insegnante”). Poi ci fu Mirko Tremaglia, che lamentò di come l’Europa sia governata da una lobby di ‟culattoni” (non a caso qualcuno nella Lega si riferisce all’Unione Europea come ai ‟froci di Bruxelles”); fino a Gaetano Saya, capo del Nuovo Msi, che preferisce chiamarli ‟finocchi”, e a sua moglie che dice ‟i froci facciano i froci, non chiedano diritti allo stato”.
Questa campagna elettorale, per molti aspetti avara di contenuti programmatici, torna a interpellare gli italiani su quale giudizio esprimere nei confronti della comunità omosessuale. Maurizio Gasparri, appreso il significato della parola ‟transgender”, ha pubblicamente dichiarato di nutrire più stima per Vladimir Luxuria che per Francesco Caruso. Meglio frocio che no global. Ecco allora che gli omosessuali rosicchiano ancora qualche punto e scavalcano pure la sinistra più radicale, in quella graduatoria iniziata da Storace. Attualmente risultano terzultimi (ma chi sarà ultimo tra no global e laziali?). Sono passi avanti, questi, da non sottovalutare: ché se il giornalismo nostrano facesse un po’ più di inchieste, rivolgesse domande più scomode, potremmo pure apprendere che magari, nel frattempo, hanno scavalcato gli immigrati nella scala di giudizio della destra italiana e sono lontani da qualsivoglia ‟zona retrocessione”. Ma, poi, giovedì sera, 9 marzo 2006, un’epica puntata di ‟Porta a Porta” interrompe bruscamente la scalata dei gay nella gerarchia dei corpi sociali. È sempre Vladimir Luxuria che, dopo aver subito le sottili (si fa per dire) ironie di Roberto Castelli, trova in Alessandra Mussolini un ostacolo invalicabile alle ‟promozioni” garantite da Gasparri. ‟Meglio fascista che frocio”, le dice la nipote più virile d’Italia. La frase, paragonata a quella di Storace, sollecita dubbi radicali: la frase dell’ex ministro della Salute era, a ben vedere, sì comparativa: e, tuttavia, giocava al ribasso, metteva in competizione quei due soggetti (froci e laziali) come due entità tra cui scegliere il male minore. Il senso della frase della Mussolini, evidentemente, non può essere questo. Sa proprio di una difesa estrema, di uno stop definitivo, di un altolà disperato prima che gli omosessuali dilaghino e prendano il potere: ‟passino pure tutte le lusinghe e gli apprezzamenti che vi piovono adosso, ma meglio dei fascisti non sarete mai”. E qui si chiude la vicenda, non c’è altro da dire. Anzi sì, un’ultima noticina: in tempi in cui la rappresentazione delle evoluzioni di genere, in televisione, passa soprattutto per Cristiano Malgioglio e Solange (come, non sapete chi è Solange?), non appare poi così strano che qualcuno pensi di affiancare, in un dibattito pubblico e politico, un candidato transgender (bravissima, ancora una volta) ad Alessandra Mussolini e Roberto Castelli. Non è che, come direbbe Storace stesso, qui qualcuno ‟ci marcia”, qui qualcuno ‟sta a fa’ er sorcetto”? Non sarà mica che si vuole fare ‟share” con l’omofobia?
Luigi Manconi

Luigi Manconi

Luigi Manconi insegna Sociologia dei fenomeni politici presso l’Università IULM di Milano. È parlamentare e presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato. Tra i suoi libri recenti: Corpo e anima (Minimum fax 2016), La pena e i diritti (con G. Torrente; Carocci, 2015), Abolire il carcere (con S. Anastasia, V. Calderone, F. Resta, Chiarelettere 2015), Accogliamoli tutti (con V. Brinis; Il Saggiatore 2013), La musica è leggera (Il Saggiatore, 2012), Non sono razzista ma. La xenofobia degli italiani e gli imprenditori politici della paura (con Federica Resta; Feltrinelli, 2017). Nel 2001 ha fondato l’associazione A buon diritto.

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