Mohsen Kedivar è pessimista: ‟Con questa sfida dell'energia nucleare ci stanno portando allo scontro. Sanno di non avere il sostegno della maggioranza della società iraniana, ma pensano di non averne bisogno”. Kedivar è uno degli intellettuali riformisti più accesi in Iran, uno dei non pochi clerici (lui è un mullah) che respinge il potere fondato sulla religione (la Repubblica islamica è uno ‟stato duale”, dice: da un lato istituzioni elette ma senza poteri reali, dall'altro un sistema di istituzioni emanate dalla Guida suprema ‟che si pretendono nominate da dio, assolute e indiscutibili”). Lui era tra quelli che proponevano un referendum popolare, di fronte all'impossibilità di democratizzare lo stato attraverso le riforme: la Repubblica islamica era stata instaurata con un plebiscito, dice, che siano di nuovo gli iraniani a pronunciarsi. Inutile dire che il referendum era un'ipotesi poco realistica quando i riformisti in Iran avevano la maggioranza del parlamento e il governo - tanto più oggi. Incontro Mohsen Kedivar nel suo ufficio dell'Università di Tehran, dove insegna: è la settimana prima della riunione dell'Aiea a Vienna. Come tutti a Tehran, Kedivar era (è) preoccupato da una escalation della crisi nucleare, già visibile. ‟Con la presidenza Khatami eravamo riusciti ad avere gli europei dalla nostra parte, e gli Stati uniti contro. Oggi abbiamo tutti contro. Abbiamo bisogno di un governo capace di decisioni intelligenti nell'interesse nazionale. Invece temo proprio che stiano andando allo scontro”.
Come tutti gli iraniani, Kedivar non mette in questione il diritto dell'Iran, firmatario del Trattato di non proliferazione nucleare, ad avere centrali nucleari e produrre il combustibile con cui alimentarle: ‟Gli europei e gli statunitensi devono riconoscere questo diritto. Penso anche che il vero problema per la sicurezza nella regione sia Israele, che ha la bomba atomica ed è fuori dal Tnp”. Fin qui, è vero che in Iran c'è un generale consenso. Ma non oltre: ‟Abbiamo questo diritto: ma quanto ci costa? Vogliamo quelle centrali nucleari a prezzo di una guerra? Il governo sa che se gli iraniani potessero esprimersi direbbero di no. Sappiamo che il problema è eliminare i sospetti sulle intenzioni reali della nostra Guida. Invece il presidente Ahmadi Nejad sfida il mondo con frasi disordinate, retorica, propaganda”.
Insiste: ‟Tutto sembra pronto per lo scontro. Pensi: abbiamo due bilanci dello stato, uno ordinario e uno d'emergenza, militare. Da parte americana continuiamo a sentire indiscrezioni su piani d'attacco, e dal nostro governo dichiarazioni oltranziste. Del resto, sia noi che gli americani siamo dominati dai neo-cons”. In Iran è chiamata così la corrente di conservatori radicali arrivata al governo con Ahmadi-Nejad.
Mohsen Kedivar spiega: il sistema ha il consenso reale del 15% della società iraniana (altri analisti parlano del 20%): ‟Ma è la parte più organizzata”: le Guardie della Rivoluzione e i Basij (corpo di volontari creato durante la guerra, diventato poi un'organizzazione strutturata sotto il comando delle Guardie della Rivoluzione), che insieme sono l'unico apparato capillare in tutto il paese, poi le fondazioni islamiche con le loro organizzazioni caritatevoli. ‟Hanno questo apparato di mobilitazione e controllo, non gli importa il consenso reale. E stanno militarizzando il potere”, aggiunge: ‟Dai governatori delle province all'amministrazione, dalle cariche più alte a quelle medie e basse: con un'ondata di nomine ha portato alla ribalta uomini usciti dalle Guardie o dai ranghi militari”, fa notare Kedivar.
E i riformisti? ‟Tentano di riorganizzarsi, sì. Ma non hanno accesso ai media, i giornali indipendenti sono stati chiusi. Anzi, stiamo ancora pagando i debiti fatti per aprirli”, risponde Kedivar (che è anche un dirigente dell'Associazione indipendente dei giornalisti). Il Partito della partecipazione (principale formazione riformista) ha solo una newsletter a circolazione interna; l'ex presidente del parlamento Mehdi Karrubi non riesce a farsi autorizzare un canale televisivo: ‟Riacquistare un peso politico sarà un processo lento”. E le associazioni, la ‟società civile organizzata” che era fiorita negli anni delle aperture riformiste? ‟Sì, le Ong: qualcuna è stata chiusa, molte restano attive. Ma anche la società civile organizzata è fragile, il potere non ha mai permesso che si rafforzasse: hanno schiacciato gli studenti, i lavoratori, le proteste popolari”.
E però, fa notare Kedivar, ‟il gap tra il governo e la società civile non è mai stato così ampio, mai il discorso del sistema è stato così lontano dal senso comune della società. La forza del sistema è che ha il reddito del petrolio, gli apparati militari, la magistratura. Fa grande uso di propaganda con argomenti falso terzomondisti, agitano tutte le cause fondamentaliste come se fossero vita o morte per l'Iran stesso: da quella dei partiti shiiti iracheni ai fondamentalisti afghani a Hamas in Palestina”.
Un'altra cosa fa infuriare Kedivar - come del resto tutti gli interlocutori incontrati a Tehran, dagli intellettuali critici rintanati nei loro istituti di ricerca agli studenti, agli attivisti sociali che sono andati a farsi arrestare durante un recente sciopero dei trasporti: sentir parlare di ‟intervento esterno per instaurare la democrazia”: ‟Vogliamo cambiare noi il nostro paese, non serve nessun intervento esterno”: ‟saremo noi a dare battaglia per riformare il sistema, non c'è altro modo per costruire la democrazia”. La voce degli oppositori all'estero, gli exilés, sono irrilevanti in Iran: voce futile, senza credibilità (che l'amministrazione Usa però ha gratificato il mese scorso stanziando 75 milioni di dollari aggiuntivi ‟per la democrazia in Iran”, cui cui 50 milioni per un canale tv satellitare in farsi 24 ore su 24).
Purtroppo, ‟i discorsi dell'amministrazione Bush sull'Iran, questo eleggerci a grande nemico, è un immenso favore a Ahmadi Nejad - e anche l'Europa ha assunto un ruolo negativo, sul nucleare e in genere sul dialogo. State rafforzando i fondamentalisti. Noi che vogliamo democratizzare l'Iran siamo presi tra due fuochi. Per questo vedo giorni bui nel nostro futuro”.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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