Non perde tempo Abu Mazen. Interrotto il suo viaggio nelle capitali europee (in queste ore avrebbe dovuto essere a Vienna, poi all’assemblea di Strasburgo), il presidente palestinese si è recato ieri direttamente agli edifici devastati dal blitz israeliano due giorni fa contro la prigione-commissariato di Gerico. Il volto preoccupato. Sa bene che quelle macerie rappresentano l’avvenire che l’attende: l’intensificarsi del braccio di ferro tra Israele e Hamas, il suo personale isolamento. E simboleggiano le rovine del processo di pace iniziato a Oslo 13 anni fa. Non può che condannare. L’onta dei 327 palestinesi ripresi dalle televisioni di tutto il mondo che in mutande si arrendono agli israeliani è vissuta tra la sua gente come la provocazione di tutte le provocazioni, la beffa dopo la sconfitta. ‟Abbiamo subito un crimine imperdonabile, un’umiliazione e una violazione di tutti gli accordi”, esclama riferendosi al blitz e alla cattura tra gli altri del leader del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, Ahmed Saadat, assieme ad altri quattro complici nel commando che nel 2001 assassinò il ministro della destra israeliana Rechavam Ze’evi. Si sfoga come può il presidente palestinese. Se la prende con il premier israeliano ad interim, Ehud Olmert. Lo accusa di aver voluto l’operazione per ‟motivi elettorali”. Si scaglia contro Washington e Londra: ‟E’vero in passato che avevano minacciato di ritirare le loro guardie. Ma senza precisare alcuna data, erano rimasti nel vago”. Addirittura avanza il sospetto che vi sia stato un coordinamento diretto tra loro e Israele: ‟Come mai le loro guardie hanno lasciato Gerico alle 9.20 di mattina e le teste di cuoio israeliane hanno fatto irruzione 10 minuti dopo?”. E’il tema caldo all’ordine del giorno. La molla che ha fatto scattare ieri lo sciopero generale in Cisgiordania e Gaza, oltre ad aver spinto i gruppi più estremisti a rapire 11 stranieri nelle ultime 48 ore. Verso mezzogiorno tutti gli ostaggi erano stati liberati. Ma come è avvenuta la partenza della ventina di agenti anglo-americani? Secondo gli accordi mediati nel 2002 da Washington, Gran Bretagna e Stati Uniti si sono impegnati a garantire che gli assassini di Ze’evi venissero tenuti nel carcere palestinese di Gerico. Ci avrebbero pensato i loro agenti a rassicurare gli israeliani. Ma già tre mesi fa i due governi avevano fatto sapere ad Abu Mazen di non essere soddisfatti: pensavano che i loro uomini potessero essere in pericolo, oltretutto l’autorità palestinese non rispettava gli accordi sulla detenzione. Saadat avrebbe condotto la campagna elettorale dalla cella, con tanto di telefonino (proibito dalle intese del 2002) e libero ricevimento per i visitatori. ‟Più volte abbiamo detto ai palestinesi che i nostri uomini erano a rischio”, ha ribadito ieri lo stesso Tony Blair. Ehud Olmert riporta un grande successo. La stampa israeliana lo paragona a quello ottenuto da Menachem Begin nel 1981, quando ordinò il bombardamento del reattore nucleare iracheno poche settimane prima delle elezioni in Israele. I sondaggi danno il suo partito, il Kadima di centro, in netta crescita: sarebbe passato in poche ore da 36 seggi a 42 (sui 120 al parlamento). E praticamente non ci sono critiche. ‟Li abbiamo presi!”, titola entusiasta Ma’ariv. Sui 327 palestinesi arrestati, 38 sono ancora nelle mani degli israeliani. Olmert promette un processo veloce per Saadat e i suoi complici.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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