È tutto ‟in verde” il futuro palestinese. Un governo monocolore, completamente dominato da Hamas e inevitabilmente destinato allo scontro con Israele, oltre che all’isolamento da larga parte della comunità internazionale. Ieri sera a Gaza il neopremier Ismail Haniye ha presentato al presidente Abu Mazen la lista dei suoi 24 ministri. Tutti personaggi legati al blocco islamico, alcuni dei quali da anni ricercati da Israele. ‟Eccezioni” un cristiano di Betlemme al ministero del Turismo, Tannus Abu Eitah, e una donna responsabile delle Pari opportunità, Mariam Saleh. Il presidente ha già detto che non si opporrà, ma toccherà al Parlamento nei prossimi giorni dare l’approvazione. Abbas potrebbe rinviare il voto a dopo le elezioni israeliane del 28 marzo. Hamas controlla attualmente 74 dei 132 seggi al Parlamento palestinese: la maggioranza assoluta. Eppure gli esponenti più pragmatici, compreso lo stesso Haniye, avevano accettato le pressioni di Abu Mazen per cercare di formare una coalizione di unità nazionale con i dirigenti del Fatah e delle formazioni minori legate al vecchio fronte laico dell’Olp. Questa formula avrebbe tra l’altro aiutato Abu Mazen a proporsi come legittimo interlocutore di Israele per il processo di pace. L’alleanza con il Fatah avrebbe inoltre contribuito a rendere il governo di Hamas più presentabile alla comunità internazionale e facilitato l’arrivo dei finanziamenti stranieri. Ma i duri del movimento islamico non si sono piegati alla richiesta del Fatah di riconoscere gli accordi firmati con Israele. Hamas ripete il suo ‟no” alle tre richieste del segretario generale Onu, Kofi Annan: riconoscere il diritto all’esistenza di Israele, rinunciare alla lotta armata, adeguarsi agli accordi internazionali. Ieri anche i tre deputati del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, più estremisti del Fatah, hanno preferito restare all’opposizione quando Hamas ha replicato di non riconoscere la supremazia dell’Olp e il suo programma per la coesistenza pacifica tra due Stati nella regione. Tutto ciò non può che condurre allo scoppio di nuove violenze e tensioni. Anche la scelta di Mahmoud Zahar a ministro degli Esteri lascia poche speranze di dialogo. Considerato più rigido di Haniye, Zahar negli ultimi tempi ha rilanciato la retorica dello scontro con Israele. E le difficoltà sono già alle porte. Le organizzazioni internazionali segnalano la crescita di gravi disagi per un milione mezzo di abitanti palestinesi residenti nella Striscia di Gaza, i cui confini con Israele sono quasi del tutto chiusi al passaggio di persone e merci da circa due mesi. L’Onu parla di ‟crisi umanitaria” per la mancanza di cibo e medicinali. Cominciano a scarseggiare anche alimenti base come farina e riso.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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