Bandiere verdi di fronte alla Basilica dell’Annunciazione. Con un colpo di mano gli attivisti del movimento islamico sono tornati a presidiare la piazza che conduce a uno dei luoghi santi più importanti per la cristianità in terra di Israele. Hanno approfittato della confusione e le manifestazioni di protesta ai primi di marzo, quando una famiglia di ebrei (nota come un ‟caso sociale” tra i centri medici locali) aveva fatto irruzione nella Basilica lanciando mortaretti, per abbattere le transenne poste quattro anni fa dalla polizia e riprendersi il luogo dove vorrebbero erigere una moschea. ‟È il segno dei tempi. Il movimento islamico si sente rafforzato dalla vittoria di Hamas in Cisgiordania e Gaza, e adesso cerca di imporre la sua voce tra gli arabi israeliani”, dicono preoccupati i commentatori a Tel Aviv. Una preoccupazione che, a due giorni dal voto, sembra esprimere più evidente che mai una delle tendenze rilevanti tra i 550.000 elettori arabi (il 10% di tutti gli aventi diritti al voto): l’astensione in nome di una nuova identità che si rifà direttamente all’islamizzazione crescente del Medio Oriente. ‟Non sappiamo ancora quale sarà l’affluenza alle urne tra gli arabi israeliani. Alle elezioni del 2003 il tasso di astensione fu del 38%. Se ora fosse molto alto sarebbe però una tragedia. Gli ebrei vedrebbero sempre di più gli arabi come una quinta colonna nel cuore dello Stato. E gli arabi si sentirebbero ancora più esclusi, come dei paria perseguitati”, osserva Elia Rekhess, esperto in materia per l’Università di Tel Aviv. Gli ultimi sondaggi rilevano che oltre il 60% degli ebrei israeliani temono ‟l’arabizzazione” della Galilea, il fatto che in larghe aree gli arabi abbiano la netta supremazia demografica. E raccoglie consensi la proposta di Avigdor Liebermann, leader del partito degli immigrati dall’ex Urss Israel Beitenu, per cui si potrebbe fare uno scambio territoriale con l’eventuale futuro Stato palestinese: espellere migliaia di arabi israeliani in Cisgiordania e cedere alcune regioni vuote di Israele. Eppure il viaggio tra gli attivisti dei gruppi islamici in Galilea non fa che confermare queste tendenze. ‟Questa volta l’astensione potrebbe sfiorare il 50%. E ciò perché gli arabi in Israele non ne possono più di essere presi in giro. Al momento abbiamo 12 deputati arabi sui 120 complessivi al parlamento: 8 per i tre partiti arabi (la Lista Unita più islamica, oltre ai due di sinistra Balad e Hadash), gli altri in quelli sionisti. Ma cosa hanno fatto per migliorare la nostra situazione? Nulla. Le nostre municipalità continuano a ricevere meno fondi di quelle ebraiche, noi siamo comunque considerati cittadini di serie B, se non addirittura nemici potenziali dello Stato”, sostiene lo sceicco Kamal Khataeb, 44 anni, numero due del movimento islamico. La sua biografia è quella di larga parte della nuova classe dirigente in Galilea. Ex comunista (Il leader del Partito Islamico, che invece partecipa alle elezioni, Abdel Malek Dahamsheh, fu in carcere dal 1971 al 1978 per aver militato nel Fatah), nel 1975 si recò a studiare all’università di Nablus, in Cisgiordania, dove conobbe tutti gli attuali leader e mentori spirituali di Hamas. Come lui, Dahamsheh negli anni Ottanta e Novanta fu persino l’avvocato personale di Ahmad Yassin, il capo politico di Hamas assassinato da Israele due anni fa. Racconta Khataeb: ‟Per noi arabi israeliani l’unificazione con la nostra gente di Cisgiordania e Gaza dopo la vittoria israeliana del 1967 rappresentò la riscoperta della nostra vera identità collettiva. Non eravamo nulla e ritrovammo l’Islam. Ecco perché oggi Hamas non può che rafforzarci”.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>