La questione della laicità è tornata, ormai da mesi, al centro del dibattito pubblico. Perchè?
Le risposte possibili sono molte, alcune semplici, altre assai più complesse. Senza avere la pretesa di affrontarle e vagliarle tutte, qui vogliamo privilegiarne una. Ovvero quella così sintetizzabile: si torna a guardare alla distinzione (e alla contrapposizione) tra politica laica e politica confessionale come a un confine chiaro e certo (e dunque ‟rassicurante”, benchè animato da tensione polemica), capace di produrre e definire schieramenti compatti, in grado di individuare, su una pluralità ampia di argomenti, chi sta ‟di qua” e chi ‟di là”. Uno spartiacque, dunque, in grado di orientare l'opinione pubblica. Sarebbe utile, allora, iniziare col domandarsi se quel confine sia in grado non solo di indicare i soggetti chiamati al confronto e di definire le rispettive ragioni, ma anche di produrre una dialettica utile, che possa preludere a politiche pubbliche non unilaterali. La risposta a questa domanda è, a sua volta, assai complicata.
La polarizzazione delle forze in campo e la radicalizzazione degli argomenti contribuiscono, da un lato, ad animare il dibattito pubblico, facendo sì che ci si senta interpellati e sollecitati a elaborare una propria posizione sulle questioni in gioco. La procreazione assistita, l’aborto e la pillola RU486, l’eutanasia, il testamento biologico, i Pacs, la scuola pubblica, il ‟divorzio breve”, la libertà religiosa e altre questioni ancora: sono tutti temi ricondotti (talvolta a viva forza) alla distinzione tra laicità e orientamento religioso nell’agire politico. Ma che questa distinzione non possa rendere giustizia, in più di una circostanza, della complessità di quelle questioni è del tutto evidente: pure, la riproposizione di un ‟fronte laico” avverso a uno ‟confessionale”, riattivando tradizioni e culture politiche mai sopite, alimenta il tasso di politicizzazione del confronto (specie in campagna elettorale). E molte tra le questioni appena ricordate mostrano risvolti etici complessi e di incerta soluzione, nel merito dei quali la chiesa sente il diritto-dovere di esprimersi, lasciando intravvedere una nuova tentazione temporale: una rinnovata volontà di farsi auctoritas morale di massa, in grado di influire, in maniera significativa, sulle scelte collettive. Da qui, dalla reazione a questo rinnovato indirizzo ‟mondano”, il ritrovato vigore politico delle istanze laiche.
La ripresa del confronto tra laici e cattolici appare, dunque, come l’elemento in grado di collegare tra loro (e spesso impropriamente) tutti questi temi, garantendone rilievo e salienza nell’agenda politica; ma, altresì, quello stesso confronto, in molte sue declinazioni, appare anche come un cattivo esempio di dialettica tutta ‟istituzionale”, tra settori, gruppi, corpi sociali, organizzazioni, apparati, forze politiche. Gli eccessi, le forzature, i fondamentalismi, le provocazioni gratuite sono presenti nelle prese di posizione e negli atti di entrambi gli schieramenti: e talvolta ne condizionano pesantemente gli orientamenti complessivi e le scelte. Pure, lo diciamo senza alcun compiacimento, crediamo siano soprattutto alcuni settori della Chiesa e delle forze politiche di ispirazione cristiana a essere responsabili dei toni più aggressivi e degli episodi più incresciosi registratisi, in questo confronto, da diversi mesi a questa parte. Gli esempi potrebbero essere davvero molti, in tal senso, ma ce n’è uno - recente - che ben li rappresenta: è il caso delle improvvide dichiarazioni del ministro Carlo Giovanardi sul tema dell’eutanasia infantile in Olanda. L’esponente del governo ha tacciato di ‟nazismo” una legge del governo dell’Aia, pensata per poter dare modo di evitare la sofferenza di bambini nati con gravi e incurabili malattie: patologie che li condurrebbero comunque, nell’arco di pochi mesi e attraverso indicibili dolori (loro e dei loro congiunti), a morte certa.
In Olanda si discute, pertanto, di una normativa che possa consentire di porre fine alla vita di quei neonati: una normativa estremamente rigorosa, che non ammette infrazioni, leggerezze, errori (specie per quanto riguarda la fase diagnostica).
È giusto porre termine a una vita così giovane, dinanzi al fatto che essa è comunque destinata a interrompersi di lì a breve, dopo un percorso di dolore? È giusto risparmiare tanta sofferenza accorciando drasticamente quella vita? Oppure, tutto ciò va semplicemente bandito perchè dis-umano? Sono questi gli interrogativi - terribili e ineludibili - che ispirano quella legge; e, ce ne rendiamo conto, sono tutt’altro che facili da risovere. Ma, ancor prima di cercare risposte nette, ci si dovrebbe chiedere se il confronto su una materia tanto delicata e sofferta possa procedere a colpi di invettive.
Giovanardi, con le sue accuse, appare solo come uno tra i molti che traducono il confronto tra difesa dei valori religiosi e laicità in uno scontro tra Verità assoluta e ‟dominio del relativismo”, tra etica e barbarie, tra identità monolitiche e ‟nulla”. È una semplificazione che fa paura, questa, una forma di nichilismo che, come scrive Geminello Preterossi, ‟partecipa della malattia che crede di combattere”.
Luigi Manconi

Luigi Manconi

Luigi Manconi insegna Sociologia dei fenomeni politici presso l’Università IULM di Milano. È parlamentare e presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato. Tra i suoi libri recenti: Corpo e anima (Minimum fax 2016), La pena e i diritti (con G. Torrente; Carocci, 2015), Abolire il carcere (con S. Anastasia, V. Calderone, F. Resta, Chiarelettere 2015), Accogliamoli tutti (con V. Brinis; Il Saggiatore 2013), La musica è leggera (Il Saggiatore, 2012), Non sono razzista ma. La xenofobia degli italiani e gli imprenditori politici della paura (con Federica Resta; Feltrinelli, 2017). Nel 2001 ha fondato l’associazione A buon diritto.

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