Perché i vigili urbani in servizio devono portare armi da fuoco? La domanda è d'obbligo dopo che mercoledì pomeriggio a Como, nel traffico dell'ora di punta, un ragazzo di 19 anni è finito all'ospedale in condizioni disperate a causa di un colpo partito ‟accidentalmente” (questa per ora la versione ufficiale) dalla pistola di un vigile in borghese che lo stava controllando. La risposta ci parla di anni di campagne nevrasteniche sulla sicurezza e della mutazione genetica, nel celebrato modello lombardo, della figura del vigile urbano, che da bonario garante della routine quotidiana è stato trasformato in agente di polizia locale con la pistola nella fondina e troppo spesso anche in pugno. Appare quindi molto riduttivo, al di là della precisa dinamica dei fatti in corso di accertamento, etichettare come pura fatalità l'episodio che ha ridotto in fin di vita Rumesh Rajgama Achrige, il diciannovenne di origine cingalese finito in rianimazione e sottoposto a un difficilissimo intervento chirurgico alla testa per le conseguenze di un banale controllo di polizia. Erano le cinque del pomeriggio quando tre vigili in borghese della squadra speciale antiwriters hanno intimato l'alt sulla statale Briantea, alle porte di Como, a una Fiat Bravo su cui viaggiavano cinque giovanissimi ‟sospetti” (uno di loro, è stato detto, era già noto per la sua pericolosa attività di graffitaro). L'auto però non si ferma e viene inseguita dagli agenti, che la bloccano pochi minuti dopo nella coda a un semaforo rosso. Qui, armi alla mano, fanno scendere i ragazzi e come nei telefilm li mettono di schiena contro il muro di un palazzo vicino per perquisirli. A questo punto parte il colpo che trapassa la testa di uno dei fermati. Uno dei numerosi testimoni sentiti dal sostituto procuratore di Como Mariano Fadda, che conduce le indagini, ha riferito di aver visto uno degli agenti ‟tirare giù dall'auto il conducente e spingerlo contro il muro. Poi ha preso la pistola, che gli ha puntato contro la nuca. Dopo un suo movimento brusco ho sentito un colpo”. Secondo altre testimonianze, il vigile sarebbe inciampato contro il bordo del marciapiede e dopo aver esploso il colpo avrebbe detto ‟ho sbagliato” rivolgendosi ai colleghi. Per stabilire esattamente cosa sia successo potrà forse rivelarsi utile la ripresa video di una telecamera del sistema di sorveglianza del traffico acquisita ieri dalla procura di Como, ma sembra già piuttosto chiaro che la tragedia poteva essere evitata con un comportamento più prudente. L'accusa nei confronti del vigile, Marco Dainati, 39 anni, è per ora di lesioni gravissime, in attesa di conoscere il destino del ragazzo, che dopo un'operazione durata cinque ore è in prognosi riservata. Il bollettino medico diffuso ieri pomeriggio lo definiva ‟in stato di coma, con deficit neurologici”. Voci più ufficiose parlavano già di morte. Fino all'altro ieri Rumesh Rajgama Achrige era un ragazzo come studente in cerca di lavoro e senza guai particolari. Proprio per questo ciò che gli è capitato ha fatto rabbrividire la città e stimolato riflessioni amare che per una volta lasciano da parte gli argomenti ideologici. ‟A Como - scrive Francesco Angelini in un editoriale pubblicato ieri dal quotidiano ‟La Provincia” - possono stare tranquilli solo i muri. Dopo la punizione esemplare inflitta a un ragazzo che alla pistola avrebbe potuto tutt'al più opporre uno spray, nessuno si azzarderà più a imbrattarli. Rapine, furti, scippi e truffe continueranno. Ma evidentemente, per palazzo Cernezzi e viale Innocenzo - sedi del comune e della polizia municipale - i muri contano molto di più dei cittadini. Della vita stessa dei cittadini”. Il sindaco di Como Stefano Bruni (Forza Italia), chiamato in causa per il comportamento degli ‟sceriffi” della squadra antiwriters, ha espresso ieri ‟pieno sostegno agli agenti che quotidianamente operano sul territorio nell'interesse della convivenza civile”. L'assessore alla polizia locale Francesco Scopelliti (An), di cui l'opposizione in consiglio comunale ha chiesto le immediate dimissioni, ha invece preferito non raccogliere ‟provocazioni” e non commentare l'accaduto mentre le indagini della magistratura sono in corso. Ieri pomeriggio alcune centinaia di giovani hanno partecipato a una manifestazione di protesta davanti al municipio, per esprimere la loro rabbia e il loro dolore per ‟l'assassinio” di Rumesh.
Gianni Rossi Barilli

Gianni Rossi Barilli

Gianni Rossi Barilli, nato a Milano nel 1963, giornalista, partecipa da vent’anni alle iniziative del movimento omosessuale, come militante, scrivendo, discutendo e anche litigando. Ha lavorato a “il manifesto” dal 1986 al 1996. Per Feltrinelli ha pubblicato Il movimento gay in Italia (1999) e ha curato, con Paola Mieli, Elementi di critica omosessuale (2002) di Mario Mieli.

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