L’idea che lo sviluppo possa essere una scelta, non un percorso obbligato, è una giustissima idea: tra l’altro, è un’idea "liberale" nel senso più nobile e profondo del termine, proprio perché implica il concetto di scelta, e rigetta quello, determinista e autocratico, del "fatto compiuto" come sola politica possibile. Ma è un’idea fragile, che abita soprattutto nelle belle speranze e nelle belle letture: perché lo sviluppo, in questo Paese più che in ogni altro che si definisce moderno, è stato soprattutto un tumultuoso e poco meditato sfruttamento intensivo del territorio. È stato benessere economico di parecchi ma anche rapina ai danni di intere collettività, messe a tacere con la promessa di vantaggi immediati e accecate rispetto a un futuro prossimo compromesso dall’avidità di breve periodo. E soprattutto, lo sviluppo italiano, è stato una somma paurosa di fatti compiuti: prima si costruiva, prima si speculava, poi, e non sempre, si ragionava sulle conseguenze.
La storia di Punta Perotti è di straordinaria importanza perché ribalta la sensazione che lo sviluppo – questo sviluppo – sia irreversibile. Che il costruito sia la sola realtà possibile, il solo paesaggio ammissibile, e il più lesto, il più potente, il più intraprendente sia l’attore incontrastato del nostro futuro.
La lunga e complicata trafila giudiziaria che ha dato l’abbrivio alla storica demolizione di oggi, 2 aprile 2006, ha dato ragione a chi intende il territorio come un bene comune. Sul quale l’iniziativa privata ha ovviamente un’enorme influenza e forza di propulsione, ma non il potere di decidere per tutti destinazioni e destini. Non l’arbitrio di ignorare le leggi o di by-passarle.
Paradossalmente, il disfare che prenderà forma a partire da oggi è un gesto costruttivo. Indica una strada (anche economica, tra l’altro: quella del rifacimento e del risanamento) molto diversa dalla via maestra fin qui percorsa dallo "sviluppo". Si può disfare perché si può rifare, e possibilmente rifare meglio. Si può provare a riprogettare quello che ci aspetta, a immaginarlo secondo canoni non obbligatoriamente brutti, o rapinosi, o anche solo mediocri.
Il vuoto che sorgerà al posto di un pieno opprimente segnerà il diritto di riconcepire un paesaggio che, dal dopoguerra a oggi, è stato spesso brutalizzato oltre ogni limite. Perché, a monte degli espropri necessari per cercare di rimediare ai danni, c’è l’esproprio originario perpetrato dalla speculazione di pochi a svantaggio delle prospettive di molti.
La parola "prospettiva", che ha valore architettonico, non per caso ha anche un formidabile significato sociale e politico. Avere una prospettiva, potere affondare lo sguardo oltre la contingenza, è ciò che manca – lo si dice sempre, e lo si è detto molto anche a proposito di questa campagna elettorale – a questo Paese. Punta Perotti, nell’imporre la sua massiccia prospettiva, soffocava tutte le altre. Impediva la vista su altri spazi possibili. E poiché immaginare un futuro differente, e migliore, è la sola vera benzina di una buona politica, la demolizione di Punta Perotti è uno degli atti politici più significativi della storia italiana recente.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma nel 1954 ed è cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su “la Repubblica” e “L’Espresso”. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico “Cuore”. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017) e Le cose che bruciano (2019).

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