at Sefer ‟Vai nella Città del Libro, e capirai come sta a galla il barcone di Israele”, dice all’improvviso rabbi Mordechai mentre un elicottero militare gli passa sulla testa. Gli ebrei hanno appena votato per il dopo-Sharon, la paura di attentati si taglia col coltello, ma il rabbino non è sfiorato dal quotidiano. è come se dicesse: la verità è altrove. E indica un punto bianco sulle alture riarse a ovest di Ramallah, oltre la collina con la tomba del profeta Samuele. Ecco, laggiù c’è Kiriat Sefer, la ‟Città del Libro”. La roccaforte, la foresta di Sherwood degli ultra-ortodossi disarmati. Sussurra: ‟Lì l’unica legge, l’unica difesa, è il Talmud. Lo Stato è un’ombra lontana. Le elezioni un evento irrilevante. Nemmeno gli arabi sono un problema”. Partiamo di mattina, in un paesaggio pugliese inondato di luce gialla, segnato da gradoni bianchi e postazioni militari. Presto le sorprese cominciano. ‟Ma che ci andate a fare da quei bastardi renitenti alla leva, mangiapane a tradimento!” ci dicono a Lapid - letteralmente La Fiaccola - villaggio di ebrei laici tosti, armati fino ai denti. Sanno che nel paese del Talmud non sono affatto sionisti, e nessuno tocca il mitra. Per questo lo vedono come fumo negli occhi. Altri, cui chiediamo la strada, ignorano l’esistenza del luogo. Pare che persino gli abitanti di Kiriat Sefer tacciano su se stessi, si appartino in un silenzio mimetico. E tu senti di avvicinarti a una tana di ribelli, uno spazio franco di anti-Stato.

Un alveare di condomini nuovissimi
Dopo una strettoia tra le rocce appare la città. Una piccola, surreale Manhattan a due passi dai territori occupati, un alveare di condomini nuovissimi a gradoni, tutto in dolomia giallina, piantato lì in mezzo al nulla, bombardato di luce violenta. Rabbi Mordechai esce dall’auto, il vento gli arrovescia la barba grigia, quasi gli porta via il Borsalino nero. Sul cartello d’ingresso c’è scritto un altro nome, ‟Modi’in Ilit”, ma è solo il nome ufficiale, per i forestieri. Kiriat Sefer è quello vero, il nome per iniziati, la formula per varcare i cancelli di un altro mondo. Nella Città del Libro di sabato non si entra, si sbarra tutto per pregare. Non troverai nemmeno un tassista disposto a portarti qui. Il rabbino mi passa uno zuccotto. Uno di velluto nero, non uno qualsiasi. Serve a indicare i "Charedim" - i timorati, i disarmati - per distinguerli dagli avversari storici, gli ultra-ortodossi sionisti, che hanno la kippah colorata a uncinetto. Guai sbagliare zuccotto. Diventa impossibile viaggiare in Israele, rispettando i suoi mille, invisibili confini interni. In poco tempo ti capita di accumulare nella bisaccia anche cinque-sei copricapi diversi, ognuno necessario a entrare in una confraternita. Per un europeo è tutto così assurdo che quasi si diverte. Si sente Fregoli, uno Zelig al contrario, che tenta inutilmente di travestirsi da ebreo. Inutilmente, perché il mimetismo non regge, e tutti mangerebbero la foglia. La kippah è solo l’omaggio a uno spazio governato da regole diverse. Entriamo nella Città del Libro. Austera, proletaria e ribelle. Senza vecchi, senza aratri, senza orti, senza fabbriche e soprattutto senza armi, con un’economia che si regge sul nulla: espedienti, contributi e rimesse dall’estero. Le uniche attività visibili sono la lettura del Libro (per i maschi) e la procreazione (per le femmine). Trentacinquemila abitanti, un monastero per famiglie, una Lhasa ebraica disseminata di accademie talmudiche, venticinque in tutto, una ogni trecento maschi adulti. Una macchina di lettura e preghiera popolata di uomini in nero dal cappello a tese larghe, donne imparruccate, carrozzelle piene di marmocchi. Credi di essere in Israele. Macché, sei a Vilna, Riga, Lublino. Qui il Mediterraneo è come se non ci fosse, molta gente di Kiriat Sefer non è stata nemmeno a Tel Aviv, che è a pochi chilometri. Il mondo sefardita - gli ebrei di cultura araba - è assente. La Città del Libro non è il pittoresco meticciato ultraortodosso di Me’a Sharim o B’nei Brak. Questa è la roccaforte dei soli "Litaim", gli ebrei lituani dal Borsalino nero. Mitteleuropa e Baltico allo stato puro: carpe a pranzo e aringhe a colazione. Non è nemmeno il mondo visionario del romanziere Isaak Singer. è qualcosa di più antico ancora, antecedente al Settecento, quando esplose l’”eresia” dei mistici dal cappello di pelliccia, i Chassidim. Un mondo millenario, autoreferenziale, imbrigliato da regole immutabili. Il top del teorema talmudista. Ti addentri in un dedalo di strade, tutte col nome di grandi sapienti, e subito diventi un alieno. Quasi nessuno attacca discorso o ti guarda negli occhi. Lo sguardo degli uomini in nero si leva al massimo tra il mento e il collo dell’intruso. In Turchia sarebbe impossibile: dovresti difenderti da inviti, approcci, curiosità. Qui, ti senti la turbativa di un ordine cosmico. Se chiedi informazioni, i bambini restano a bocca spalancata. Ed è ovvio: a Kiriat non entrano turisti, e nemmeno gli altri ebrei. I polacchi sono divisi dagli ungheresi, le lituane non sposano i Chassidim, figurarsi gli ortodossi sefarditi o di Bukhara. Tutto è a compartimenti stagni. Qui, come negli altri luoghi dell’ultra-ortodossia sparsi per Israele, nessuno chiede niente a nessuno, perché tutti sanno già dove andare. Ti ci vuole una pazienza infinita, non dico per capire (che è impossibile), ma solo per vedere. è solo grazie al rabbino che riesco a entrare a casa di Davide, 35 anni, sette figli più uno in arrivo. Un altro mondo. Nell’atrio, al posto della pubblicità e delle regole condominiali, svolazzano annunci di conferenze talmudiche con foto di barbuti matusalemme. Al quarto piano, le pareti dell’appartamento sono tappezzate solo di libri in ebraico. Niente caratteri latini. Niente internet, niente giornali, niente televisione. Delle elezioni quasi non si parla: sono un atto meccanico, s’è votato quello che hanno detto le autorità religiose, e stop. Il mondo intorno non esiste. Quando gli uomini in nero traversano il quartiere musulmano della città vecchia, non lo vedono. I bambini gli fischiano dietro, ma loro rigano dritti verso il Muro del pianto. Quando saliamo sulla terrazza di David, chiedo il nome del villaggio di fronte, col minareto che punge le nubi. Sulla mia carta c’è scritto Deir Ibzi. Ma loro niente, non ne conoscono il nome. L’Europa è un mondo virtuale. La Polonia di suo nonno non esiste più, ma David - che non c’è mai stato - ne parla come di un luogo familiare. Cita Hafez Chaim, l’ultimo saggio ebreo di Polonia, morto una settantina d’anni fa, come se fosse autorità vivente. Risale alle sue origini come un salmone, e in quel ritorno c’è tutto il disincanto per un’assimilazione finita male. Rispetto ai cinquemila anni di storia del suo popolo, persino la Shoah è nulla. Ciò che conta è la memoria, le prescrizioni antiche ed accettate. I 613 precetti del Talmud. Il piede con cui scendere dal letto (sempre il destro), il controllo dei cibi kosher, la preghiera prima dei pasti o dopo la toilette, lo stato di purità o impurità rituale della moglie. L’ebraismo non è una religione. È un insieme di regole. Il marchio identitario di un popolo. Chiedo di parlare al capo riconosciuto della città, rabbi Kessler. Al top della gerarchia sociale qui non trovi medici o ingegneri, ma chi sa interpretare meglio il Talmud. Mi dissuadono: ‟Non saprebbe cosa dirti. Il rabbino è un grande consigliere, il suo compito è risolvere i problemi quotidiani della comunità. Punto e fine”. Ah. Non c’è la minima rappresentanza esterna. Sono in un mondo centripeto, che guarda solo al Libro. Oppure al Muro, per la preghiera. Ma non è facile parlarne: in casa di David i discorsi sono al contagocce di fronte al forestiero, la famiglia è un po’sulle spine. ‟Sai - sussurra rabbi Mordechai - gli ebrei non vedono l’utilità di essere conosciuti. Temono di ricadere vittime di Amalech, il mitico popolo che li assimila e cattura”. Un mondo criptato, che ti scoraggia, più impenetrabile della Cina. Ma guai a giudicare secondo le nostre categorie. L’essere trasparente, per un "visitor", ha anche dei vantaggi. Me ne accorgo in una delle 25 "Baté Midrash", case di studio talmudico. Dentro leggono in cento, tutti maschi, divisi a coppie, in uno strepito da mercato. Mi siedo a un bancone davanti al leggìo con un librone rilegato in pelle, dallo storico frontespizio di Vilna, e nessuno mi fa allontanare. Potrei avere la bisaccia piena di dinamite. Semplicemente non esisto, e così da "visitor" divento un perfetto "insider". Lo spettacolo è straordinario. C’è chi canta, chi russa sul leggìo, chi discute col vicino, chi legge ad alta voce, chi prega oscillando col busto, chi si adira con un passaggio difficile sbattendo rumorosamente il pugno sul bancone. Lo strepito della casa del Talmud deve andare lontano, farsi sentire, diventare decibel. La forza di tutto questo è spaventosa. Non è un’agorà (la piazza del mondo greco-mediterraneo) perché sta al chiuso. Non è una sinagoga perché non c’è nessun rito. Non è una biblioteca perché il concetto di silenzio non esiste. È un santuario di libri che parlano. Una biblioteca che tuona, con parole vecchie di cinquemila anni. Tutto si ridicolizza, al confronto. Eccola l’arma segreta di Israele. Quando Saddam sparava i suoi missili su Israele, tutti gli ebrei - anche i laici - videro in queste roccaforti dello studio un invincibile scudo stellare.

Villaggi arabi a un tiro di schioppo
Si fa sera, i villaggi arabi luccicano a un tiro di schioppo. A quell’ora, tutt’intorno, scatta la sorveglianza, e anche molti rabbini ‟non timorati” girano col mitra. Qui, invece, niente. I Charedim non usano fucili, rifiutano la naja. Possono farlo, perché hanno altre armi. La vedi al reparto maternità di Kiriat Sefer. Una macchina che sforna 1500 bambini l’anno. Un’allegra fabbrica di vita a ritmo ambulatoriale, quasi sportivo. Un figlio e via, si torna a casa. Lo sanno tutti che qui il confronto con gli arabi è demografico prima che politico e militare. Gli arabi si moltiplicano più velocemente, nel giro di vent’anni farebbero di Israele uno stato musulmano. Per questo l’esercito non insiste a reclutare gli ultra-ortodossi. Sono troppo imbranati per sparare. Meglio lasciarli a casa a far numero. Ma per molti ebrei sionisti questa gente è un pericolo mortale, esattamente come gli arabi. I ‟timorati” non credono nello Stato, nella frontiera. Creano un’altra Israele, un anti-Stato dell’Utopia che cresce nella pancia dello Stato sionista militante. ‟Roba da pazzi: gente che riconosce i codici civile e penale solo se non contraddicono il Talmud!”. Sanno che possono diventare una spina nel fianco di questo Paese anomalo, laico ma privo di Costituzione. La scritta ‟Bat Israel, tishmerì 'al hatzeniùt”, figlia d’Israele ricordati la modestia, sta nel quartiere ortodosso di Me’a Sharim a Gerusalemme contro gli abbigliamenti scollacciati. A Kiriat Sefer non serve. Le lituane sanno già perfettamente quello che devono fare. Niente donne sposate con i capelli al vento. Per loro, solo parrucca e copricapo. Se un’incauta europea sulla trentina gira a chioma libera, è presa per una poco di buono o subissata di proposte di matrimonio. Le ragazzine da sposare, invece, impazzano con la chioma in fiore. C’è fregola nell’aria. Aprile, stagione di sposalizi. Dai forni delle congreghe arriva il profumo del matzoth, il pane azzimo della pasqua ebraica. Il rabbi spiega che nell’ebraismo si diventa uomini e donne solo sposandosi, ed è compito della famiglia propiziare il tutto. Un lavoro immane, considerato che nessuno ha meno di sette-otto figli. E il nostro Mordechai, che ne ha appunto otto, ripete la sua idea fissa. ‟Il celibato non è un valore” e la castità, usata a dosi giuste, serve a tenere viva la fiamma dell’amore in vista del suo soddisfacimento, rigorosamente di sabato. Finiamo in bettola a mangiare pita e falafel. Mordechai è esausto, c’è da capirlo. è un’impresa menare in posti simili un "Goi". Devi mediare continuamente. ‟La Kabbalà assicura pene spaventose agli scapoli”, ride lisciandosi il barbone da patriarca. Obietto: ma Gesù era scapolo, l’intero cattolicesimo si regge su gerarchie celibi. E lui, sorridendo: ‟Appunto. Come poteva essere Dio se non era stato uomo?”. Ora il cielo ha una luce liquida viola. E lui recita, felice: ‟La tua donna è una vite fruttifera nell’intimo della tua casa, i tuoi figli son germogli d’ulivo attorno al tavolo. Così è benedetto l’eroe che teme Iddio”. La fortezza dei libri si spegne, sono già uscite le prime stelle.
Paolo Rumiz

Paolo Rumiz

Paolo Rumiz, triestino, è scrittore e viaggiatore. Con Feltrinelli ha pubblicato La secessione leggera (2001), Tre uomini in bicicletta (con Francesco Altan; 2002), È Oriente (2003), La leggenda dei monti naviganti (2007), Annibale (2008), L’Italia in seconda classe. Con i disegni di Altan e una Premessa del misterioso 740 (2009), La cotogna di Istanbul (2010, nuova edizione 2015; Audiolibri “Emons-Feltrinelli”, 2011), Il bene ostinato (2011), la riedizione di Maschere per un massacro. Quello che non abbiamo voluto sapere della guerra in Jugoslavia (2011), A piedi (2012), Trans Europa Express (2012), Morimondo (2013), Come cavalli che dormono in piedi (2014), Il Ciclope (2015), Appia (con Riccardo Carnovalini; 2016), Il filo infinito. Viaggio alle radici d'Europa (2019) e, nella collana digitale Zoom, La Padania (2011), Maledetta Cina (2012), Il cappottone di Antonio Pitacco (2013), Ombre sulla corrente (2014), Gulaschkanone (2017).

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