È una Thailandia profondamente in crisi, quella disegnata dalle elezioni parlamentari di domenica. Il premier (ad interim) Thaksin Shinawatra aveva chiesto elezioni anticipate come una sorta di plebiscito su se stesso, dopo mesi di manifestazioni di massa che chiedevano le sue dimissioni: ma il risultato delle urne ha approfondito l'impasse politico. Ieri pomeriggio Thaksin si è proclamato vincitore, perché dice di aver ottenuto più del 50% dei voti (era la soglia da lui stesso indicata come ‟vittoria”: meno, si sarebbe dimesso). Ma poi ha perfino ipotizzato di rinunciare alla carica di premier, segno che i giochi non sono fatti.
Si trattava di un referendum, in effetti, perché l'opposizione - il Partito democratico e le forze riunite dell'Alleanza per la democrazia - ha boicottato le elezioni non presentando candidati: così gli elettori potevano scegliere solo il Thai Rak Thai (‟Thailandesi per la Thailandia”), il partito di Thaksin, o votare bianco, che equivaleva a un ‟no”. Il premier uscente ha dichiarato ieri che il suo partito ha ottenuto 16 milioni di voti, 3 milioni meno di quelli ottenuti nel febbraio del 2005, ma pur sempre 349 seggi su 400 (ne aveva 377). Gli aventi diritto al voto sono quasi 45 milioni, su una popolazione di 65 milioni, e sembra che la partecipazione si sia attestata su un normale 70% (in teoria il voto è obbligatorio). Circa 10 milioni di thailandesi hanno votato bianco, cioè contro Thaksin, o per partiti minori senza molte chances. I conti non tornano, ma sono ancora primi risultati, frammentari: si attendono quelli della Commissione elettorale.
Due cose sono chiare, però. Una è che la situazione è bloccata. La Commissione elettorale ieri ha annunciato che 38 seggi su 400 sono rimasti vacanti (dove l'unico candidato in lizza non ha avuto almeno il 20% dei voti): così serviranno elezioni supplettive, perché secondo la costituzione il parlamento non può riunirsi finché tutti i seggi sono occupati, e fino ad allora non si può eleggere un premier e formare un governo. I tempi della crisi si dilatano, la Thailandia scivola in una crisi istituzionale: tutti si chiedono cosa farà il sovrano, che ha mostrato più volte di non gradire Thaksin ma non è intervenuto finora nella crisi.
Ieri pomeriggio Thaksin ha offerto di formare un comitato di ‟personalità eminenti” che includa l'opposizione, gli ex premier, i rettori delle grandi università, e che indichi un percorso per uscire dalla crisi politica: ha perfino ipotizzato di rinunciare alla carica di primo ministro, se lo chiederà tale comitato (ha aggiunto però, in un'intervista tv, ‟dovranno dare ragioni molto valide per le mie dimissioni, per spiegarlo ai 16 milioni che mi hanno votato”). Un'offerta di conciliazione per abbassare la tensione politica, scrivono i commentatori politici thailandesi, che già azzardano i nomi dei suoi uomini che potrebbero prendere il posto. Offerta è fallita però, perché sia il Partito democratico, sia l'Alleanza per la democrazia hanno declinato l'invito.
Non esce rafforzato dal voto dunque il signor Thaksin Shinawatra, ex poliziotto divenuto businessman (nel 1987 ha fondato con la moglie un'azienda che forniva computer alla polizia) e infine padrone di un grande gruppo di telecom, che spazia dai telefonini ai satelliti ai media. Quando ha fatto la mossa di chiedere elezioni anticipate, Thaksin era sicuro di ottenere una vittoria abbastanza netta da mettere a tacere l'opposizione cresciuta negli ultimi mesi sulle accuse di corruzione avanzate da un suo ex socio d'affari e politico, Sonthi Limthongkul, anche lui nel business dei media e poi animatore dell'Alleanza per la democrazia.
La seconda cosa chiara, confermata dai primi risultati, è una spaccatura geografica: il sostegno a Thaksin Shinawatra nelle sue tradizionali roccaforti rurali del nord e nord-est del paese, la prevalenza dell'astensione nelle zone urbane e nel sud, tradizionale roccaforte del Partito democratico. E questo è forse il segno di crisi più profondo del paese: la profonda frattura sociale tra la Thailandia rurale (il 70% della popolazione) e le classi medie urbane. Da un lato i ceti medi urbani, modernizzati, propensi a una democrazia liberale, che accusano il premier di corruzione e di una gestione accentratrice del potere (o di violazioni dei diritti umani, come con la sua ‟lotta alla droga” che nel 2003-2004 si è saldata con l'uccisione di 2.500 persone). Fino a 130mila persone sono scese in piazza a Bangkok nelle ultime settimane: mosse in parte dall'industriale Sonthi, in parte dall'ex militare e governatore Chamlong Srimuang che nel '92 aveva guidato il movimento popolare contro la dittarura, in parte dalle ong dei militanti antiglobalizzazione, o dalle organizzazioni buddisthe rigoriste.
Dall'altro lato una società agraria che resta ancorata alla politica dei notabili. E' nelle zone rurali del nord e nord-est che i programmi lanciati da Thaksin, per demagogici che siano, avevano raccolto il maggiore consenso. Come il programma ‟un villaggio, un progetto”: non ha sviluppato un'economia locale sostenibile, come pretendeva, anzi si è saldato in una grande distribuzione (clientelare) di fondi. Ma sono pur sempre soldi arrivati nei villaggi, via i notabili di turno, alimentando favori e voti di scambio. Poi c'è il programma di assistenza sanitaria ai poveri. Nessuna sorpresa se le campagne hanno votato per Thaksin. Uno ‟zoccolo duro” solido, come numeri: ma è difficile governare contro la Thailandia urbana, l'industria, i servizi, gli affari. Così, la crisi resta aperta.

Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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