Ogni notizia di un sequestro mi fa rivivere l'angoscia del mio, ogni liberazione mi fa provare quella gioia che io non ho potuto provare, ogni testimonianza o arresto di uno dei miei sequestratori o presenti tali mi fa scavare nella memoria e riscoprire quei volti che vorrei cancellare per sempre dai miei ricordi. Ma non ho il diritto di farlo.
Se chi mi ha fatto del male - a me e a molti altri - viene individuato e gli viene impedito di continuare a sequestrare chi cerca di fare onestamente il proprio lavoro di informare è motivo di soddisfazione. Non si può accettare che chi combatte una giusta causa possa usare la violenza contro civili, iracheni o stranieri. Da quando sono tornata da Baghdad non sono mai riuscita a staccarmi dall'Iraq, seguo le notizie, rispondo alle email degli amici e cerco anche di scoprire quello che si può scoprire dietro i rapimenti attraverso le testimonianze di altri sequestrati. Per questo le notizie che arrivano dall'Iraq - da parte del governo iracheno e del comando americano - sono troppo generiche e confuse per offrire qualche certezza che possa farci archiviare il nostro caso. Così è stato ieri, con la notizia dell'arresto di Mohammed al Obeidi dell'Esercito islamico dell'Iraq legato a Al Zarqawi - oppure dell'Esercito islamico segreto, la versione irachena dell'organizzazione? L'Esercito islamico dell'Iraq ha rivendicato i sequestri di Christian Chesnot e George Malbrunot oltre che di Enzo Baldoni, sequestrati tutti nella stessa zona di Mahmudia a sud di Baghdad. Ma non ha mai rivendicato il mio (firmato da un improbabile gruppo di ‟mujahidin senza frontiere” mai più sentito) né quello di Florence Aubenas, entrambe sequestrate nello stesso luogo: all'uscita dell'universita Nahrein di Baghdad. Perché? Forse semplicemente perché non era lo stesso gruppo. Cosa che risulterebbe anche comparando il comportamento dei sequestratori dei due francesi - di cui ho letto di recente il libro - e dei miei. Che i militanti dell'Esercito islamico dell'Iraq fossero salafiti e jihadisti era evidente anche dalla richiesta di abolire la legge del velo francese, impostazione che si rifà più a una visione globale dell'islam che alla lotta di liberazione dell'Iraq dall'occupazione, come vuole invece la resistenza. I miei sequestratori invece per quanto ho potuto capire - e non solo perché mi dicevano, e non potevo certo credere alle loro parole, che non erano ‟tagliagole di Zarqawi ‟ - sembravano meno ortodossi nelle pratiche religiose (io non ho mai messo il velo e loro a volte mi facevano scherzi non proprio da fondamentalisti islamici). Certo i gruppi che fanno sequestri sono molto eterogenei. Ma le notizie che vengono buttate in pasto ai giornalisti per dimostrare un successo nella lotta al terrorismo sarebbero piu efficaci se suffragati da maggiori prove. Comunque per avere maggiori certezze basterebbe che si rispondesse alle rogatorie concedendo ai magistrati italiani di interrogare i vari rapitori o presunti tali arrestati dalle forze americano-irachene.
Giuliana Sgrena

Giuliana Sgrena

Giuliana Sgrena, inviata de ‟il manifesto”, negli ultimi anni ha seguito l'evolversi di sanguinosi conflitti, in particolare in Somalia, Palestina, Afghanistan, oltre alla drammatica situazione in Algeria. Negli ultimi due anni ha raccontato la guerra e l'occupazione in Iraq. Nei suoi servizi cerca di indagare la realtà che sta dietro lo scontro armato, la vita quotidiana delle principali vittime delle guerre moderne: donne e bambini. Ha dedicato particolare attenzione all'islamismo e al suo effetto sulla condizione delle donne. Attualmente collabora, tra l'altro, con RaiNews24, con il settimanale tedesco ‟Die Zeit”, con la radio della Svizzera italiana e con riviste di politica internazionale. Libri pubblicati: La schiavitù del velo, voci di donne contro l'integralismo islamico (manifestolibri 1995); Kahina contro i califfi, islamismo e democrazia in Algeria (Datanews 1997); Alla scuola dei taleban (manifestolibri 2002); Il fronte Iraq, diario da una guerra permanente (manifestolibri 2004).

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