La polizia è arrivata intorno alla mezzanotte di mercoledì davanti a Jantar Mantar, edificio monumentale nei pressi del parlamento indiano, nel centro di New Delhi, dove da otto giorni ormai erano in sciopero della fame Medha Patkar e altri attivisti del Narmada Bachao Andolan, o "movimento per salvare la valle di Narmada". Lei digiuno ininterrotto, gli altri a turno. E dopo otto giorni le condizioni di Medha, donna dallo spirito d'acciaio ma dalla salute fragile, erano preoccupanti: i medici al mattino avevano detto che le 48 ore successive potevano essere critiche. Fatto sta che la polizia è arrivata a mezzanotte, ha prelevato Medha Patkar e l'ha trasportata in ospedale. In stato d'arresto, però: l'accusa è d'aver incitato disordini e impedito ai pubblici ufficiali di compiere il proprio dovere, ha precisato un dirigente della polizia all'Associated Press. Altre 70 persone sono state arrestate, riferisce la Bbc. La mattina dopo, cioè ieri, le tv hanno riportato testimonianze di attivisti indignati: accusano la polizia di ‟intervento brutale”.
Lo sciopero della fame di Medha Patkar aveva costretto la Delhi politica a prendere nota, dopo parecchi giorni di un sit-in di protesta passato più o meno inosservato. Gli attivisti del movimento di Narmada erano arrivati con una rivendicazione precisa: sospendere la decisione di alzare la diga di Sardar Sarovar, il maggiore di una serie di grandi sbarramenti che tagliano il fiume Narmada (1.300 chilometri attraverso tre stati del centro-nord dell'India). Il ‟progetto di sviluppo della valle di Narmada”, con trenta grandi dighe e centinaia di sbarramenti minori, è diventato un paradigma dei conflitti che possono sorgere attorno a una risorsa naturale come l'acqua. Presentato come un progetto per ‟il bene comune”, necessario a fornire acqua per irrigare la campagne aride del Gujarat (a valle) e produrre energia idroelettrica, ha già creato circa 400mila sfollati. E questi, accusa il ‟Narmada Bachao Andolan”, non ne hanno avuto in cambio nulla: né altre case e campi, né la possibilità di ricostruire l'autosufficenza e le relazioni sociali perdute.
La diga di Sardar Sarovar, nel territorio dello stato del Gujarat, ha creato un gigantesco lago artificiale a monte, in Maharashtra e in Madhya Pradesh. È cresciuta poco a poco, e più la diga saliva più si allargava l'area sommersa a monte, e nuovi villaggi si vedevano costretti a sfollare. Così, quando in marzo l'Autorità del fiume Narmada (l'ente di controllo di bacino) ha autorizzato ad alzare la diga dagli attuali 110 metri a 121,92 metri, il Narmada Bachao Andolan è insorto. Secondo dati ufficiali, 220 villaggi sparsi nei tre stati interessati saranno sommersi e 24mila famiglie (circa 122mila persone) entreranno nella categoria di dam affected people, da risistemare (vedi ‟Terra Terra”, 31 marzo). Ma la decisione è illegale, dicono gli attivisti di Narmada, perché viola una sentenza della Corte suprema che impone di risistemare prima tutte le future vittime con altre terre da coltivare, case e servizi essenziali. Per questo hanno presentato un ricorso alla Corte suprema, che terrà un'udienza il 17 aprile.
Negli otto giorni di digiuno, Medha Patkar aveva ricevuto numerose visite di solidarietà - tra gli altri di Nirmala Deshpande, anzianissima gandhiana. Aveva ricevuto anche appelli a desistere: tra gli altri dal primo ministro indiano Manmohan Singh, che ha inviato dagli attivisti di Narmada il ministro delle risorse idriche, Saifuddin Soz: è stato così concordato che un grupppo di 4 ministri federali visiterà nei prossimi giorni gli stati interessati alla diga e al suo lago artificiale, per constatare la situazione delle comunità sfollate. Nella delegazione saranno anche rappresentanti del movimento di protesta. Medha Patkar però aveva rifiutato di sospendere il digiuno: finché non sarà nota una decisione finale, aveva detto. Ora è in ospedale. Ma un risultato l'ha ottenuto: la valle di Narmada è tornata all'attenzione del governo.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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