Dalla A dell’armatore Attanasio alla G delle gazze ammaestrate, da ‟Qui, Quo, Qua” spiati nel Laziogate fino alla Z di Zapatero e alla X del temuto pareggio. Ecco l’alfabeto delle elezioni.
Attanasio, le gazze e Qui Quo Qua Lo slalom della campagna elettorale Dall’armatore napoletano a Zapatero, personaggi e slogan di mesi da dimenticareDalla A alla Z, anzi alla X, come la croce che andrebbe messa su questa campagna elettorale dai toni esageratamente accesi e con troppe volgarità: l’alfabeto delle ultime settimane prima del voto ‟Servi del nazi-omosessualismo!”. Solo Salvatore Marino, rissoso fondatore del movimento ‟Maschio al 100%” e candidato di Destra Nazionale (slogan: ‟Votatelo perché ha le palle!”) , poteva scagliare contro gli avversari un neologismo così. Ma anche se la nuova legge ha escluso i personaggi più incredibili di altre elezioni, si pensi a ‟Doctor Satisfaction” o allo ‟Schiattamuorto professionista uso sfiga avversari”, forse mai si era vista una campagna così tesa, volgare, spiritata e spesso ridicola.
Sperando di fare cosa gradita, riassumiamo per i lettori un po’di temi. Attanasio (Diego) l’armatore napoletano ti rato dentro la campagna elettorale da Berlusconi come il vero autore del famoso versamento all’avvocato David Mills, che secondo i magistrati milanesi proveniva invece dall’entourage Fininvest: fino ad allora, gli italiani lo associavano a un carosello, ‟Attanasio, cavallo vanesio”. Ma anche ‟Ad personam”: le sinistre dicono che il Cavaliere di leggi così ne ha fatte un mucchio, lui nega: ‟Ho fatto solo una legge ad personam: la Carta Oro. Siccome sono vicino a compiere anch’io l’età dell’anzianità...”. ‟Bambini bolliti per fare concime” ai tempi di Mao, battuta berlusconiana che ha fatto arrabbiare i cinesi. Ma anche Bigami, come gli intellettuali rossi citati ieri da Giuliano Ferrara spiegando perché tema l’arrivo di un ‟potere senza trucco, tacchi e cotonatura, e invece pallido, mal rasato, bofonchione, inconcludente come l’altro ma in più noioso e impiccione. Lo portano sugli scudi orde di giornalisti organizzati in lotta per i loro diritti, intellettuali atei militanti e spesso bigami”.
Coglioni (Berlusconi: ‟Vinceremo perché non siamo coglioni!”) o Caimano (l’”orrendo” film di Nanni Moretti) o Calderoli, autore con la vignetta antislamica sulla maglietta della provocazione più sventurata del 2006. Ma anche come il neo-Dc Mauro ‟Cotica” Cutrufo, che col suo quintale è il teorico dei pranzi di lavoro: ‟Nei momenti di emergenza elettorale riesco a fare quattro pasti completi in un giorno”. ‟Delinquenza politica”. Attribuita da Pro di a Tremonti, reo di ‟attribuire sistematicamente all’Unione cose mai dette”.
Ma anche come Diego Della Valle, che dopo aver fatto invelenire Berlusconi in tivù (‟Se ti vedo con quei quattro disegnini, mi cascano le braccia”) è stato ricambiato dal Cavaliere nello sciatica-show di Vicenza: ‟Prego il signor Della Valle, se si rivolge al presidente del Consiglio, di dargli del lei e non del tu”. Euro. Berlusconi gli ha dedicato l’aper tu ra della sua agiografia elettorale La vera storia italiana col titolone: ‟Addio alla lira: il grave errore di Prodi”. Sottotitolo: ‟Secondo gli italiani il cambio giusto era a 1.500 lire”.
Da lì, dice il Cavaliere, sono venuti i problemi. Scontata la risposta da sinistra: negli archivi dell’epoca non c’è una sola dichiarazione di dissenso berlusconiana. Anzi, ci si può trovare una lapidaria rassicurazione del gennaio 2002: i prezzi avrebbero avuto ‟un aumento quasi impercettibile”. Ferrando (Marco), candidato rifon darolo surfista-trotzkista escluso dopo che aveva detto che l’attentato contro i nostri militari a Nassiriya rientrava nel ‟diritto alla sollevazione popolare irachena contro le nostre truppe”. O come Finocchi, quali quelli lanciati da neofascisti poi espulsi da An, contro Vladimir Luxuria, la ‟drag queen” di Rifondazione protagonista d’una sorprendente performance che l’ha vista, nonostante certe confessioni (‟Andavo sul marciapiede quando avevo bisogno di soldi, una o due volte la settimana”) guadagnarsi rispetto anche da Gasparri o Castelli. Forse divertiti anche dalla sua battuta più incredibile: ‟Adoro il porno: c’è sempre il lieto fine”.
Gazze, come quelle esibite alla Fiera di Roma e addestrate a sventolare i manifestini di Berlusconi e becchettare quelli di Prodi. O la Baghavat Gita citata da Geminello Alvi: ‟Berlusconi è la più perfetta incarnazione della terza casta indiana che si dia nel cosmo almeno da quando i Sette Santi Rishi diedero forma alle caste indoeuropee, istruiti da Manu. Berlusconi è il vaisha perfetto.
C’è quasi da sorprendersi che il suo nome non compaia nella Baghavat Gita”. Hitler, scelleratamente preso a parago ne con Goebbels dall’una e l’altra fazione ma in particolare da Carlo Giovanardi: ‟La legislazione nazista e le idee di Hitler in Europa stanno riemergendo come ad esempio in Olanda attraverso l’eutanasia e il dibattito su come si possono uccidere i bambini affetti da patologie”. Iraq, uno dei principali temi di scontro elet torale tra sinistra e destra. Nonché fonte di irresistibili sbandate. Quali quella di Bossi: ‟La guerra durerà il tempo di un sigaro toscano”. Kgb. Tirato in ballo da Paolo Guzzanti per spiegare il mistero della seduta spiritica sulla prigione di Moro e le fortune politiche del Professore. Scrive il senatore azzurro ‟secondo le testimonianze a lui note” che ‟il Kgb selezionò un gruppo di intellettuali non comunisti europei, fra cui Prodi, con l’intenzione di svilupparne prestigiose carriere e poterli usare come agenti di influenza”. Letizia Moratti, protagonista della ‟magnifica riforma” sbandierata dalla Cdl, candidata a sindaco di Milano e dama capace di reggere il panoramico sorriso anche se Bossi urla in piazza: ‟Ha scelto di venire da noi perché ce l’abbiamo duro”. Marinaretto, culmine della descri zione berlusconiana della sinistra: ‟Un tavolo con intorno Vladimir Luxuria che dà via gratis gli spinelli, Pannella con su scritto "Vaticano talebano", la Bonino di fianco con un cartello con su scritto "Aboliamo il concordato", Francesco Caruso con il passamontagna e i bulloni, Diliberto che sventola la bandiera di Fidel Castro e Massimo D’Alema vestito da marinaretto”. Napoleone, impropriamente citato dal Cavaliere a paragone della sua opera: ‟Solo lui ha fatto di più. Ma io sono più alto”. Oppure come Nervi, saltati sia a Silvio (ad esempio a Genova quando a un giovane che lo provocava gridando ‟Viva Mangano!” ha sibilato: ‟Certe cose non puoi dirle, io sono una persona perbene, tu uno stronzo”) sia a Romano, come con l’ascoltatore radiofonico: ‟Questo è matto!” Operaio, che il leader azzurro ha cita to in tivù quale prova che a sinistra ‟continuano a essere convinti che il fine del governo sia redistribuire il reddito con le tasse, rendendo uguali il figlio del professionista e il figlio dell’operaio”. Onu, i cui osservatori sono stati invocati a vigilare sul voto: ‟Se va avanti così chissà cosa ci combinano...”. Pol Pot, una delle citazioni preferite del premier anche nel comizio finale: ‟Volete voi essere governati da chi ha avuto per idoli Stalin, Lenin, Mao, Pol Pot e Castro?”. O come Porcata, sintetica definizione della legge elettorale data da Roberto Calderoli: ‟Lo dico francamente, l’ho scritta io ma è una porcata”. Qui, Quo e Qua, soprannomi dati ad Alessandra Mussolini, Piero Marrazzo e Giovanna Melandri dagli spioni che ruotavano intorno a Francesco Storace. Il quale, davanti alle indiscrezioni sull’idea di adescare un ‟viado” per incastrare il rivale alle regionali, è sbottato secondo Pietrangelo Buttafuoco in un ‟ragionamento molto di destra: "Ahò, mo co ‘sto viado m’avete rotto er (bip). Se volevo capì quant’era frocio je mannavo ‘na bella fica, no?"‟. Rotondi (Gianfranco) segretario del la Nuova Dc escluso a Napoli dal palco dei leader della Cdl ma accompagnato nel giro partenopeo da Emanuele Filiberto, per la serie ‟Il principe e il povero”. O come Ruini (Camillo) che tutti tirano per la tonaca, al punto che il giornale di Feltri, gli ha dedicato un titolone: ‟Tra Chiesa e Silvio è unione di fatto”. Il cardinale, nella vignetta, era in borghese e con la bandierina di Forza Italia. San Saba, lager italiano la cui esistenza è negata da un pezzo della destra vicino ad Adriano Tilgher, organizzatore a Trieste di un convegno dove lo ‟storico” Ugo Fabbri ha sostenuto che ‟i presunti crimini della Risiera sono stati inventati ad arte dai comunisti per controbilanciare quelli realmente commessi dai titini”. O come Serietà, sostantivo femminile amatissimo da Prodi, che l’accompagna sempre a serenità: ‟Noi siamo seeeeri. Sereeeeni e seeeri”. Tasse, il tema dominante. Col Cavaliere che su Panorama presenta ‟La mia Italia senza tasse” e accusa la sinistra di ‟colpire il ceto medio” e Prodi che risponde: ‟Dopo la promessa di abolire la tassa sui rifiuti arriveremo al rifiuto delle tasse”. O come ‟Tripartisan”, l’angolo sportivo milan-juve-interista (guai a scegliere: e i voti?) messo su dalla radio online di Roberto Formigoni. Unipol, scandalo che dopo avere imba razzato i Ds pare evaporato al punto di spingere Piero Fassino, dopo settimane passate in difesa per la famosa telefonata con Giovanni Consorte, a dire: ‟La rifarei”. O come ‟Ubriaco”, accusa lanciata da Prodi a Berlusconi usando una citazione di Bernard Shaw. Ricambiata citando Lenin: ‟E lei è in utile idiota”.
Vitaliano Della Sala, il prete no-glo bal: ‟Ho schifo di Berlusconi e della sua Casa delle pseudo-libertà, ma mi rifiuto di far parte di coloro che vinceranno le prossime elezioni”. O come le Vedove evocate da Maurizio Gasparri: ‟Il centrosinistra è un’agenzia di pompe funebri: dopo la morte di qualcuno acchiappano la vedova e la candidano, speculando su chi muore servendo il Paese”. Zapatero, l’ossessione della destra e l’ossessione, nel bene e nel male, delle due diverse sinistre. O come Zelig, il film di Woody Allen sull’omino ebreo tra gli ebrei, grasso tra i grassi e magro tra i magri che secondo Veronica Lario è ‟il vero film, che è ancora di attualità, su Berlusconi”.
X. Come l’incubo che dalle urne esca un pa reggio. Una X che non può che chiudere, sia pure con licenza sull’ordine alfabetico, la nostra carrellata. E che verghiamo volentieri su una campagna elettorale così: mai più, mai più.
Gian Antonio Stella

Gian Antonio Stella

Gian Antonio Stella è inviato ed editorialista del “Corriere della Sera”. Tra i suoi libri Schei, L’Orda, Negri, froci, giudei & co. e i romanzi Il Maestro magro, La bambina, il pugile e il canguro, I misteri di via dell’Amorino. Insieme a Sergio Rizzo ha scritto, per Rizzoli, La Casta, La Deriva, Vandali e Licenziare i  padreterni. Con Feltrinelli ha pubblicato Tribù s.p.a. Foto di gruppo con Cavaliere bis (2005), Bolli, sempre bolli, fortissamente bolli (2014) e Se muore il Sud (con Sergio Rizzo, 2013; Premio Benedetto Croce 2014).

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