La capitale nepalese è di nuovo sotto coprifuoco, dalle tre di questa mattina: su ordine di re Gyanendra, le forze di sicurezza si preparano così alla manifestazione indetta per oggi dall'ampia coalizione dei partiti democratici nepalesi, che chiedono le dimissioni del re e il ritorno a un sistema democratico. La coalizione per la democrazia aveva annunciato centinaia di migliaia di persone in piazza, oggi: si annuncia una nuova giornata campale nel paese himalayano, 26 milioni di abitanti di cui il 40% sotto la soglia di povertà. Da due settimane ormai decine di migliaia di persone ogni giorno sfidano il coprifuoco, le manifestazioni sono estese da Kathmandu alle principali città e il movimento armato che da 10 anni conduce una lotta armata contro la monarchia ha proclamato la tregua, in appoggio alle proteste democratiche: ormai, il Nepal intero è in rivolta contro re Gyanendra.
La tensione è aggravata dalla notizia che ieri altre due persone sono state uccise dalla polizia, portando a 8 il numero dei morti nelle due settimane. L'ultimo episodio è avvenuto nella città di Chandragadi, nell'est del paese, e dalle notizie che trapelano nonostante il coprifuoco in quella zona il bilancio potrebbe essere più grave. La Bbc riferisce di una folla di manifestanti che affronta le forze dell'ordine, comincia a correre, la polizia la incanala verso uno stadio e poi comincia a sparare. I feriti sono numerosi e si teme una carneficina, anche se è difficile verificare le testimonianze.
Poco prima di annunciare il coprifuoco, ieri il governo reale aveva fatto scarcerare due dirigenti della protesta: Madhav Kumar Nepal, segretario generale del Partito Comunista nepalese, e Ram Chandra Poudel, dirigente del Nepali Congress, cioè i primi due partiti del paese. Centinaia di persone li hanno festeggiati con lancio di polvere vermiglia, davanti al tribunale. ‟Il movimento continua”, ha detto Nepal alla folla, ‟andremo avanti finché la piena sovranità sarà restituita al popolo”.

Pressioni internazionali
Finora le pressioni internazionali non hanno convinto re Gyanendra a scendere a patti. Ma le condanne aumentano: ieri il rappresentante dell'Onu per i diritti umani in Nepal, Ian Martin, ha dichiarato che ‟oggi in Nepal non esistono diritti democratici”, e ha chiesto al governo deve rispettarare le pacifiche manifestazioni, ‟invece di chiudere ogni strada a chi vuole protestare in modo pacifico”.
Da ieri poi è a Kathmandu un inviato speciale del primo ministro indiano. ‟Spero che il Nepal possa tornare alla pace e alla prosperità”, ha detto Karan Singh atterrando nella capitale nepalese. Per l'India è una questione di sicurezza: i due paesi hanno in comune una frontiera aperta, il passaggio di persone e beni è intenso; ‟non vogliamo interferire negli affari interni” del vicino, ha detto Singh, ma ‟i nostri interessi sono coinvolti”. Ieri l'inviato indiano ha incontrato alcuni dirigenti della coalizione di partiti nepalesi, oggi dovrebbe incontrare re Gyanendra, con cui Karan Singh, discendente degli ultimi maharaja del Kashmir, è imparentato. È a Kathmandu anche il Segretario agli esteri indiano Shyam Saran: l'India, finora restìa a mollare la monarchia nepalese per timore del caos (e della rivolta maoista, che ha forti contatti con analoghi movimenti nella stessa India), ora ha deciso di intervenire.
Ormai solo le forze dell'ordine sono rimaste fedeli a re Gyanendra, i 150mila uomini dell'esercito e polizia: ma perfino nell'esercito ci sono segnali di allarme, a quanto riferiscono alcuni corrispondenti, anche se nessuno si aspetta che diserti il sovrano. Intanto la parola ‟rivoluzione” è pronunciata sempre più spesso. Partecipano al movimento di protesta ormai persone di ogni estrazione, inclusi gli impiegati e funzionari statali. Un modo generale di rifiuto al re incoronato il 1 giugno 2001 (dopo il misterioso eccidio a palazzo reale in cui fu ucciso il fratello maggiore, re Birendra) e sovrano assoluto dal febbraio 2005, quando ha sciolto il parlamento e messo agli arresti domiciliari il premier e molti esponenti politici. Diceva di aver assunto il ‟potere diretto” perché i politici erano stati incapaci di combattere la decennale rivolta maoista; poi ha cominciato a governare per decreti, limitare i diritti civili, censurare la stampa. Ora i partiti e i maoisti fanno causa comune contro di lui.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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