‟Elezioni falsate! Bisogna rivotare!”. Manco il tempo di finire di contare le schede e anche sulle comunali di Trieste, Dio ce ne scampi, si allunga l’ombra dei ricorsi e delle carte bollate. Colmo dei colmi: a minacciare sfracelli, a nome della sua mini-Dc, è Gianfranco Rotondi. L’unico, a destra, a non sospirare di sollievo: su cinque prove elettorali in Friuli Venezia Giulia, la Cdl ne ha perse quattro ma ha vinto quella che più contava. Riconquistando lo stupendo municipio di Piazza Unità. Il segretario della Democrazia Cristiana, reduce insieme col Partito Socialista di De Michelis d’un trionfale 0,55% al Senato che alla Camera s’impenna fino allo 0,74, ha ben altro per la testa. E mentre già si delineava la vittoria del sindaco uscente Roberto Dipiazza, lui dettava alle agenzie: ‟Invito chiunque vinca a non entusiasmarsi: per un errore materiale gli uffici preposti hanno ammesso una lista della Democrazia Cristiana collegata al centrosinistra, quindi voglio dirlo prima che si sappia chi vince e chi perde: le elezioni comunali dovranno purtroppo essere ripetute”. Messi gli avvocati al lavoro, Rotondi ha spiegato di avercela con ‟la cosiddetta "Dc di Sandri", tristemente nota alle aule giudiziarie perché questo signore cerca invano da anni di utilizzare la denominazione della Democrazia Cristiana e il simbolo dello Scudocrociato, rispettivamente in uso la prima al mio partito, il secondo a quello dell’on. Casini. Solo a Trieste, per ragioni misteriose il Tar ha ammesso questa lista”. Risultato: ‟L’inevitabile l’annullamento delle elezioni”. Auguri. Tanto più che lo stizzito detentore partenopeo del glorioso marchio dovrà spiegar la cosa a Berlusconi. Il quale, a conti fatti, può rivendicare a buon diritto la riconquista di Trieste come merito suo. E dello show con cui venerdì al microfono del PalaTrieste, cantando Teddy Reno, recitando una poesia di Umberto Saba e versando sale sulle ferite della città (l’amputazione dell’Istria, l’occupazione titina, il paragone con Berlino: ‟Come disse Kennedy davanti al muro così io ripeto: ‘Io sono triestino!’”) aveva dato uno scossone alla campagna elettorale portando l’elettorato di destra, tradizionalmente più distratto in queste cose, a tornare alle urne: quattro punti in più di affluenza rispetto al ballottaggio di cinque anni fa. Ossigeno. Dopo la prima tornata, in cui Dipiazza non aveva sfruttato la forza d’inerzia che premia solitamente i sindaci uscenti e aveva addirittura perso 5.574 voti rispetto alla destra nel parallelo scrutinio per la Camera, perfino Roberto Antonione, già coordinatore nazionale azzurro, confidava agli amici delle preoccupazioni. Macché: strattonati dal Cavaliere, che in tarda serata s’era accaparrato i titoli anche sui giornali di domenica dando spettacolo al ristorante sgolandosi con Mariano Apicella nella sua nuova canzone (‟Andiamo via da tutti, / dai partiti, dalle tv, dai giornali, / lasciamoli lì con la loro aria afflitta / e andiamo in un’isola lontana / in un altro emisfero”) e nell’amata "Malafemmena", i triestini di centrodestra hanno sconfitto la pigrizia. Portando Roberto Dipiazza a quintuplicare il distacco sull’avversario, che al primo turno era stato di soli 423 voti. Ettore Rosato, lo sconfitto impegnato da anni nel volontariato che aveva dalla sua parte del mondo cattolico, è stato fino in fondo fedele alla parte di persona perbene che anche i nemici politici gli riconoscono. E non ha atteso la fine dello spoglio per felicitarsi col vincitore: ‟Evidentemente è stato più convincente con i cittadini di Trieste. Bisogna dargli atto del risultato conseguito e del resto quando sono i cittadini a scegliere hanno sempre ragione”. Piccola postilla: ‟Non disconosco il risultato. Non sono tipo”. Cortesia ricambiata con parole al miele: ‟È stata una campagna elettorale dura”, ha detto Dipiazza, ‟ma alla fine la gente ha premiato le cose che la mia amministrazione ha fatto in questi anni. Siamo riusciti ad andare avanti senza mai portare colpi bassi, in un clima di grande civiltà, confrontandoci con lealtà. Per questo riconosco a Ettore Rosato un comportamento esemplare e lo ringrazio. Mi piacerebbe potergli dire "governiamo insieme". La porta del mio ufficio per lui sarà sempre aperta”. Il sindaco ha buone ragioni per esultare. La sua vittoria, infatti, raddrizza una tornata amministrativa che per la destra, trionfante nelle contemporanee "politiche" con dieci punti di vantaggio (attribuiti da Riccardo Illy, in un’irata intervista al "Piccolo", a una serie di errori della sinistra ma soprattutto alla scelta di Rutelli di rifiutare le liste civiche) sarebbe stata disastrosa. Con il comune di Trieste erano in palio altre quattro amministrazioni: due Province (quella giuliana e quella di Gorizia) e due comuni importanti, Muggia e Cordenons. Tutte governate fino a ieri, tranne la provincia goriziana, dalla Casa delle Libertà. Battuta dappertutto. A Muggia ha perso subito (per 37 voti!) nonostante il sindaco uscente fosse l’erede di Dipiazza. A Gorizia ha incassato quasi 18 punti di distacco. A Cordenons, dove al primo turno si era presentata spaccata in quattro liste diverse che avevano raccolto insieme il 50,8%, è uscita tritata (quasi 20 punti di distacco!) nonostante schierasse a candidato sindaco l’ex-senatore azzurro Dino De Anni, fragorosamente appoggiato dal fratello Elio, presidente della Provincia di Pordenone. Su tutto, però, ha lasciato la bocca amara alla destra la sconfitta alle provinciali di Trieste dove il presidente uscente Fabio Scoccimarro è stato battuto dalla illyana Maria Teresa Bassa Poropat. Lo show del Cavaliere, a lui, non è bastato. Per ‟battere gli sloveni nella Barcolana”, come dicono i suoi avversari, aveva preso in affitto a spese della Provincia un bellissimo veliero. Ha vinto in città. Ma gli sloveni dei comuni vicini, ribaltando il risultato, si son presi la rivincita.
Gian Antonio Stella

Gian Antonio Stella

Gian Antonio Stella è inviato ed editorialista del “Corriere della Sera”. Tra i suoi libri Schei, L’Orda, Negri, froci, giudei & co. e i romanzi Il Maestro magro, La bambina, il pugile e il canguro, I misteri di via dell’Amorino. Insieme a Sergio Rizzo ha scritto, per Rizzoli, La Casta, La Deriva, Vandali e Licenziare i  padreterni. Con Feltrinelli ha pubblicato Tribù s.p.a. Foto di gruppo con Cavaliere bis (2005), Bolli, sempre bolli, fortissamente bolli (2014) e Se muore il Sud (con Sergio Rizzo, 2013; Premio Benedetto Croce 2014).

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