L’atterraggio è quello tipico delle città in stato di assedio. Con i cordoni di poliziotti appostati attorno all’aeroporto, i pochi tassisti che chiedono somme esorbitanti per portarti in centro, i voli semivuoti in arrivo e quelli in partenza carichi di stranieri. Ancora quando l’aereo era a poche decine di metri dalla pista si vedevano nei quartieri circostanti le barricate, qualche copertone in fiamme, gruppi di giovani che tiravano sassi contro le camionette degli agenti. ‟Oggi è un’altra giornata difficile. La folla ha sfidato apertamente il coprifuoco e addirittura ha cercato di attaccare il palazzo reale”, avvertono già gli ufficiali alla dogana. Le conseguenze? Re Gyanendra ha le ore contate, come potrebbe sembrare leggendo gli ultimi bollettini? ‟Non è assolutamente detto. L’opposizione resta divisa. La folla non vuole la dittatura di questo re, considerato dai più corrotto, anti-democratico e inaffidabile. Ma teme le divisioni tra i sette partiti dell’opposizione e teme ancor più l’estremismo cieco dei guerriglieri maoisti loro alleati”, risponde il giornalista del Kathmandu Post. A bordo di un taxi privato (evitati i minibus imposti dal governo) tentiamo di raggiungere il centro durante le ore del coprifuoco. Il viaggio nella città quasi completamente buia, deserta, con frotte di cani che si aggirano liberi dove generalmente trionfa un traffico inquinante e convulso, dà ancora di più il senso dello stallo imperante in Nepal. I manifestanti sono sempre più arrabbiati, crescono i gruppi che chiedono ‟le dimissioni immediate del tiranno”. Per la prima volta da quando la guerriglia maoista ha iniziato a colpire dieci anni fa, nelle zone più remote dell’Himalaya, lungo il confine con la Cina, adesso è in grado di paralizzare la capitale. Dopo un crescendo di violenze negli ultimi sei-sette giorni, ieri oltre duecentomila si sono dati appuntamento per sfidare il coprifuoco. Gli agenti hanno risposto con un tiro fittissimo di lacrimogeni, che in serata ristagnavano ancora nelle viuzze più anguste. E quando non bastava, hanno anche usato i mitra ad altezza uomo. Gli ospedali e la Croce rossa segnalano ‟almeno centocinquanta feriti, alcuni gravi”. Ma la piazza resta in controllo alle forze di sicurezza. ‟L’opposizione non è in grado di battere i 130.000 soldati inquadrati nell’esercito regolare. E non c’è alcun segnale che le unità possano disertare. L’esercito resta con la monarchia. Se è così, non c’è spazio per la rivolta aperta” notano tra i circoli diplomatici occidentali. Stallo militare e stallo politico. Lo sciopero per ora non è revocato. I militari impongono il coprifuoco. Ieri i massimi dirigenti dell’opposizione si sono riuniti nell’abitazione del presidente del Partito del Congresso Nepalese, Giriya Prasad Koirala, e hanno ufficializzato il loro ‟no” alle offerte di compromesso avanzate due giorni fa dal re. Gyanendra offriva sostanzialmente di tornare alle regole della monarchia costituzionale da lui abrogate unilateralmente nel febbraio 2005. ‟Mettetevi d’accordo, trovate il nome di un premier e parliamo”, aveva detto. Loro gli ridono in faccia. ‟Non vanno bene, sono offerte troppo limitate”, replicano. E avanzano un’offerta di ultimatum: ‟Se entro 24 ore il re non tornerà a parlare alla nazione, offrendo la nascita di un’assemblea costituente, le sommosse riprenderanno più dure di prima”. Hanno costretto il re a offrire pubblicamente il compromesso, adesso esigono che torni a promettere molto di più. Dunque oggi ci risiamo, la mobilitazione torna a minacciare la falsa calma all’imbrunire a Kathmandu. Ieri sono stati gli scrosci di pioggia a contribuire a disperdere la folla. Nelle prossime ore i conti delle vittime potrebbero crescere (sono già una ventina i morti complessivi, quasi tutti civili). Stallo che la diplomazia internazionale vorrebbe comunque tutelare. Gli americani per primi hanno incoraggiato l’opposizione a tenere più in considerazione le aperture reali. ‟Adesso è il turno dei partiti politici di formare un governo ed esprimere un premier”, ha detto a chiare lettere Condoleezza Rice. L’Europa segue a ruota. Lo stesso suggerisce Kofi Annan dal Palazzo di Vetro. Anche India e Cina, da sempre in competizione per il controllo della piccola monarchia arroccata sul ‟tetto del mondo”, fanno capire di preferire una posizione di compromesso pur di evitare il caos destabilizzante ai loro confini. Eppure in alcune circostanze pare sia stata la stessa folla a pretendere dai loro dirigenti la linea dell’intransigenza. ‟Non ci tradite, non ci abbandonate proprio adesso. Continuate la lotta”, gridano in tanti. Il grido spiegato in poche parole da Babu Lama, il venticinquenne ‟pedalatore” di risciò, incontrato ai posti di blocco presso il palazzo reale: ‟La rivolta deve proseguire. Io sono contro le violenze. Ma questo re deve assolutamente andarsene. Nel 2001 ha assassinato gran parte della propria famiglia reale. È un criminale che pensa solo a se stesso”. Normalità e rivolta. Accanto a lui transitano a piedi piccoli gruppi di turisti: tedeschi, americani, inglesi, giapponesi, francesi, qualche italiano. Sono venuti a curiosare tra i carri armati. Quattro alpinisti del Cai dell’Emilia Romagna stanno partendo per il trekking al campo base dell’Everest. Una coppia di bergamaschi andrà verso il Makalu, un altro ‟8.000” celebre. Spiega Nima Nuri, sherpa proprietario della Cho-Oyu-Trekking: ‟Le rivolte non colpiscono gli alpinisti che vanno sulle grandi montagne. In questo momento ci sono in Nepal 36 spedizioni internazionali, una quota normale per questo periodo. Molto più colpito invece il turismo di massa nelle vallate, dove si vanno a visitare i ponti Indu attorno a Kathmandu. Ora sono segnalate circa 70.000 presenze, ma in periodi normali dovrebbero essere almeno il doppio”.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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