Ora è tutto tirato a lucido, i tralicci e gli stabilimenti di mattoni rossi, con tanto di biglietto d’entrata per ripercorrere cinquant’anni dopo la catastrofe di Marcinelle. 8 agosto 1956, ore 8.10. Un carrello scivola via e va a urtare contro i cavi elettrici e la condotta dell’olio, provocando un incendio in un pozzo a 975 metri sotto terra. E una paurosa catena di eventi: il fuoco alimentato dal ventilatore di superficie, la nube di gas tossico che invade le gallerie, comprese quelle del livello più basso, a 1035, le gabbie di risalita che non si muovono. Risultato: 262 minatori morti, 136 dei quali italiani. Nessun colpevole. Al Villaggio d’Italia si aspetta per oggi il Giro d’Italia. Bandiere tricolori, striscioni, piccoli stand di legno, porchetta e vino a gogò. Associazione ex minatori: è qui che si incontrano i vecchi ragazzi italiani che arrivarono a Marcinelle dalla fine degli anni ‘40. Abbattitori e cavatori, caricatori, fuochini, ingabbiatori. ‟Quello che contava nelle mine era il carbone, la persona era considerata una bestia da soma, voilà”. Ancora oggi portano sul corpo i segni del carbone come tatuaggi (‟Con il caldo si lavorava anche in mutande, distesi a pancia in giù o sulla schiena”). E ancora combattono con la silicosi: almeno tre inalazioni al giorno. Mario Ziccardi è un miracolato. In quei giorni si trovava al paese, Terrazzano (Campobasso), per sposarsi. Doveva tornare il 4 agosto, ma il ritardo dei documenti impedì la partenza. Il destino. Come i suoi amici, parla mescolando dialetto e francese. Dice: ‟La catastròfa”. E conclude ogni frase con un ‟voilà” o con un ‟bon”. ‟So’ arrivato a Charleroi nel ‘54, avevo 18 anni e faceva una nebbia e un freddo da morire. Dopo un giorno, il 24 dicembre, mi hanno messo sull’ascensore e buttato giù nella mina. Tremavo di paura per il rumore e per il buio, dicevo: se succede qualcosa dove scappo?”. Il suo posto di lavoro era un pozzo a Bois du Crazier, esattamente dove sarebbe successa la ‟catastròfa”. Il 10 luglio parte in treno per il matrimonio. Doveva riprendere a lavorare il 5 agosto: ‟Non arrivavano i documenti per la chiesa. A un certo punto dico al prete: se il certificato arriva va bene, sennò tra qualche giorno lei mi sposa ugualmente, voilà”. Il prete celebrò anche senza documenti: ‟Sono tornato a Marcinelle il 9 e ho visto la catastròfa, c’erano ancora le fiamme che uscivano e i miei amici erano tutti sotto, voilà”. Sul fondo nero delle gallerie rimasero per molto tempo le sagome più chiare lasciate dai cadaveri. ‟Amici prima della catastròfa ne avevo tanti, ogni domenica mattina era una bella festa, erano quasi tutti di Manoppello”. Spesso anche la domenica Mario scendeva giù: per dare da mangiare ai cavalli destinati per sempre a lavorare nelle miniere. I cadaveri dei cavalli trovati dopo l’incidente erano gonfi di tutta l’acqua buttata giù per giorni: ‟Fecero delle iniezioni per sgonfiarli, bon”. Un pò come Ziccardi, tutti qui si sentono miracolati. Anche Alfredo Damiani e Vittorio Dal Gar, che dice con orgoglio: ‟Siamo stati noi del carbone a fare l’Europa”. E Giuseppe Avanzato, di Agrigento, 79 anni 25 dei quali passati in miniera. Sposò la vedova di una vittima di Marcinelle, anche se il suo futuro suocero non era d’accordo: ‟Non ci sono abbastanza belgi da sposare?”. Le cose però andarono come dovevano andare, e Avanzato oggi è fiero di avere dieci figli. Fu lui uno dei soccorritori della prima ora: ‟Mi acchiappò la paura, ma alle due e mezzo di notte scesi giù. Quando rimontai, c’erano migliaia di famiglie che volevano sapere se i parenti erano rimasti uccisi dentro la catastròfa. Io li conoscevo, erano buoni compagni e buoni italiani”. Doveva essere un buon italiano anche il padre, minatore, di Elio Di Rupo, leader socialista, sindaco di Mons, oggi presidente della Vallonia, uno dei pochi politici capaci di dichiarare la propria omosessualità. Qualche anno fa fu accusato di aver molestato un minore, ma la giustizia provò che era tutta un’invenzione. Aveva un anno il giorno in cui, nel ‘57, suo padre in bicicletta venne travolto da un camion. Eppure, oggi Di Rupo non deve odiare troppo le due ruote, se ha deciso di investire due milioni di euro della Regione pur di regalare agli emigranti italiani (e ai belgi) qualche tappa del Giro nell’anniversario di Marcinelle.
Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano, nato ad Avola (Siracusa) nel 1956, giornalista e scrittore, già responsabile della pagina culturale del “Corriere della Sera”, dove attualmente è inviato speciale, ha lavorato anche per “la Repubblica” e per la casa editrice Einaudi come editor. Ha insegnato Cultura giornalistica alla facoltà di Lettere dell’Università Statale di Milano. Tra le sue opere ricordiamo: la raccolta di poesie Minuti contati (Scheiwiller, 1990), l’intervista con Giulio Einaudi, Tutti i nostri mercoledì (Casagrande, 2001), il romanzo Nel cuore che ti cerca (Rizzoli, 2008), La catastròfa (Sellerio, 2011, premio Volponi), sulla tragedia di Marcinelle; Giallo d'Avola (Sellerio, 2013), Ogni altra vita (il Saggiatore, 2015), I pesci devono nuotare (Rizzoli, 2016), La parrucchiera di Pizzuto (con il nome di Nino Motta, Bompiani, 2017), Respirano i muri (con il fotografo Massimo Siragusa, Contrasto 2018) e il romanzo per ragazzi Sekù non ha paura (Solferino, 2018). Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi Baci da non ripetere (1994, premio Comisso per la narrativa), Azzurro, troppo azzurro (1996), Tutti contenti (2003, premi super Flaiano, super Vittorini, Chianti, finalista premio Città di Bari), Aiutami tu (2005, premio Mondello 2006), e il reportage La famiglia in bilico (2001), oltre a l’introduzione a La mite (1997) di Dostoevskij per i “Classici”.

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