Uno è moro, l’altro è biondo. Uno è timido, l’altro finge di esserlo. Uno è testardo e pignolo fino all’ossessione, l’altro è incontrollabile e fantasioso. La serietà del primo concede solo qualche temperato sorriso, l’altro scoppia in risate allegre ogni tre minuti. Uno parla l’inglese quasi come l’italiano, l’altro infarcisce le sue frasi di ‟attimini”. Uno esibisce un’eleganza internazionale, l’altro una goffaggine vistosamente provinciale per non dire montanara. Ivan Basso e Damiano Cunego sono agli antipodi. Anche morfologicamente: fisico longilineo e armonico il primo (1 metro e 81 per 70 chili); sproporzionato il secondo (1.69 per 59 chili), con un tronco minuto, quasi infantile, su due cosce massicce. Sono diversissimi e non devono amarsi molto. Specie da quando, nel finale dell’ultima Liegi-Bastogne-Liegi, Cunego ha pensato bene di chiudere Basso in curva, lasciandolo sui pedali. Un dispetto. Così, tanto per gradire. Gli esperti dicono che saranno i protagonisti di questo 89° Giro. Due opposte filosofie di corsa che coincidono alla perfezione con due filosofie di vita. Che si esprimono, come spesso accade, nei gusti musicali: la smodata passione di Ivan per Mango (possiede tre copie di ogni cd: non si sa mai...) contro l’attrazione fatale di Damiano per Jim Morrison (i suoi poster appesi in ogni camera d’albergo). Ma soprattutto: ostinazione contro talento naturale, programmazione tecnologica contro estro e spensierata incoscienza. Poco importa se le origini familiari non sono del tutto distanti: macellaio varesino il padre di Basso, carrozziere veronese il padre di Cunego. ‟Io e Damiano non abbiamo niente in comune”, taglia corto Basso. E si intuisce che non parla solo di pedalata. C’è di mezzo anche l’anagrafe: i 24 anni di Damiano contro i 28 di Ivan. Quattro anni che contano, sulla strada, aggravati dal fatto che il più giovane ha già vinto un Giro, mentre il più maturo non ha ancora ottenuto risultati proporzionati alla sua tenacia. Eterno secondo del mostro Armstrong, ora la sua squadra, la danese CSC, punta tutto su di lui: il direttore sportivo Bjarne Riis è concentratissimo, sembra crederci. Prima il Giro, poi il Tour: ‟Vogliamo dimostrare che si può...”. Se non ci credesse, come spiegare l’ingaggio di Basso (1,8 milioni l’anno contro il milioncino di Cunego)? Si può: le tv straniere lo rincorrono, le ragazze lo assediano per gli autografi. E Ivan non si scompone. In effetti con la sua testa quadrata, si può. Se poi si aggiunge la preparazione invernale quasi militare (si dice ‟team building”) sul mare del Nord, la fiducia è d’obbligo. Damiano è più domestico: i francesi ce lo invidiano ma non lo ammettono. Scommettono anche loro su Basso. L’hanno ammirato sulle montagne del Tour e lo sentono un po’roba loro. Hanno in comune pochissimo. Per esempio, la sfortuna dell’anno scorso: per Ivan Basso la morte della madre, a 48 anni, poche settimane prima del Giro. Per Cunego la mononucleosi, il calo di forma e di umore. E poi, andando più in là nel passato, si scopre che hanno in comune anche un team manager, Luciano Rui, che li allenò giovani dilettanti nella Zalf Fior di Castelfranco Veneto: ‟Già ai tempi, Ivan correva 368 giorni all’anno. Non lo ferma nessuno. È uno che mangia pasta in bianco anche in vacanza. Damiano era più garibaldino, ma se continua a correre così, saranno dolori per tutti”. Hanno in comune pochissimo, d’accordo. Ma il Mortirolo se ne frega: e li aspetta tutti e due.
Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano, nato ad Avola (Siracusa) nel 1956, giornalista e scrittore, già responsabile della pagina culturale del “Corriere della Sera”, dove attualmente è inviato speciale, ha lavorato anche per “la Repubblica” e per la casa editrice Einaudi come editor. Ha insegnato Cultura giornalistica alla facoltà di Lettere dell’Università Statale di Milano. Tra le sue opere ricordiamo: la raccolta di poesie Minuti contati (Scheiwiller, 1990), l’intervista con Giulio Einaudi, Tutti i nostri mercoledì (Casagrande, 2001), il romanzo Nel cuore che ti cerca (Rizzoli, 2008), La catastròfa (Sellerio, 2011, premio Volponi), sulla tragedia di Marcinelle; Giallo d'Avola (Sellerio, 2013), Ogni altra vita (il Saggiatore, 2015), I pesci devono nuotare (Rizzoli, 2016), La parrucchiera di Pizzuto (con il nome di Nino Motta, Bompiani, 2017), Respirano i muri (con il fotografo Massimo Siragusa, Contrasto 2018) e il romanzo per ragazzi Sekù non ha paura (Solferino, 2018). Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi Baci da non ripetere (1994, premio Comisso per la narrativa), Azzurro, troppo azzurro (1996), Tutti contenti (2003, premi super Flaiano, super Vittorini, Chianti, finalista premio Città di Bari), Aiutami tu (2005, premio Mondello 2006), e il reportage La famiglia in bilico (2001), oltre a l’introduzione a La mite (1997) di Dostoevskij per i “Classici”.

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>