La notizia era circolata in modo ufficioso, poi ieri una conferma pubblica: Ramin Jahanbegloo, professore di filosofia politica a Tehran, è stato arrestato pochi giorni fa. Ne ha dato notizia ieri Mohsen Kedivar, un mullah dissidente, dirigente tra l'altro del'Associazione dei giornalisti iraniani: ‟Sfortunatamente oggi, giornata internazionale della libertà di stampa, dobbiamo celebrare sapendo che un intellettuale è agli arresti”: ‟non sappiamo perché sia stato arrestato, ma speriamo che verrà il giorno in cui nessuno sarà privato della libertà... prima di essere stato processato apertamente in tribunale”.
Ramin Jahanbegloo, direttore del dipartimento di studi contemporanei del Cultural Research Bureau, un istituto universitario di Tehran, è intellettuale noto all'estero: uno di quegli arresti che fa notizia. Studioso cosmopolita (ha studiato a Tehran poi alla Sorbona di Parigi e ha avuto incarichi alla Harvard University negli Usa e all'Università di Toronto in Canada), ha pubblicato libri in farsi, francese e inglese; ha scritto in particolare sul filosofo liberale Isaiah Berlin e poi su Gandhi. E' parte di quella che lui stesso chiama ‟generazione post-Khatami”, che si vuole pragmatica e disincantata. In giugno ha firmato un appello a non votare per Mahmoud Ahmadi-Nejad; ultimamente ha scritto un articolo sull'Olocausto degli ebrei per confutare le posizioni negazioniste. In una intervista al manifesto (25 marzo 2005) parlava di un Iran in transizione per virtù della sua società civile: ‟Una sfera pubblica estremamente attiva che produce associazioni, ong, movimenti di studenti, organizzazioni di donne, attività intellettuali”, che ha una ‟vita parallela e autonoma dallo stato”, ‟ha prodotto Khatami e poi è andata oltre” e ‟cerca una sfera democratica”. Forse è proprio questa forza di cambiamento democratico che il potere persegue arrestando persone come Jahanbegloo.
Certo è che i segnali di chiusura si moltiplicano, a partire dalla censura di fatto sui questioni come la crisi nucleare (ai giornali è stato chiesto di non dare notizie che contraddicano le versioni ufficiali: così che gli iraniani, a meno di guardare tv straniere, non sappiano che la crisi è arrivata al Consiglio di sicurezza e potrebbe precipitare in sanzioni). Un bell'arresto senza accuse formali è un modo per ammonire le voci critiche. Del resto, il 25 aprile è stato condannato a un anno per ‟diffusione di false notizie” Rajabali Mazroei, presidente dell'Associazione dei giornalisti; il 9 aprile era stato condannato il direttore di un settimanale del sud, Ali Dirbaz, e pochi giorni fa la giornalista Saghi Bagherinia si è beccata sei mesi per ‟propaganda” ‟contro il sistema”.
Negli ultimi due giorni intanto si sono incontrati a Parigi alti funzionari di Stati uniti, Gran Bretagna, Francia con Russia e Cina (i 5 membri permanenti del consiglio di sicurezza) più la Germania, ma non è emersa una linea comune verso l'Iran. Washington, Parigi e Londra si preparano a far circolare tra i 15 membri del Consiglio di sicurezza una proposta di risoluzione che invoca il capitolo 7 della Carta dell'Onu, quella sulle minacce alla sicurezza e alla pace: chiederà all'Iran di fermare l'arricchimento dell'uranio, e questa volta la richiesta sarebbe vincolante, aprendo la via a sanzioni o addirittura azioni militari, anche se per questo serviranno nuove risoluzioni. Per ora però non sembra che Russia e Cina siano disposti ad accettarla, e il bracico di ferro continua.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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