Il ritorno in massa dei pellegrini è l'unica consolazione per i palestinesi nel momento della crisi economica derivata dal blocco degli aiuti internazionali imposto da Israele e dall'occidente dopo la vittoria elettorale di Hamas. «Almeno i visitatori daranno un po' di lavoro alle agenzie turistiche e ai negozi di souvenir» dice Siham, che sembra sorpresa da tanto affollamento. Ma soprattutto è angosciata, come tutti i palestinesi, per l'isolamento internazionale. Paradossalmente si sentono più isolati i palestinesi di Gerusalemme, anche se vivono in una grande città e hanno più libertà di movimento di quelli che si trovano oltre il muro. Quella parete di cemento che si insinua come un serpente tra un insediamento e un villaggio della Cisgiordania, smembrandolo, e la cui costruzione è rimasta uno dei pochi posti di lavoro accessibili ai palestinesi, li fa sentire esclusi: molti, ong comprese, si sono trasferiti a Ramallah.
La pressione sugli abitanti di Gerusalemme est è molto forte, con l'evidente intenzione di ridurne sempre più l'incidenza demografica. Il territorio della «Grande Gerusalemme» continua ad escludere villaggi (come il campo profughi di Shufat) e quartieri palestinesi - oltre alle case confiscate nel centro storico - e a rafforzare gli insediamenti come quello di Ma'aleh Adumim che, secondo i piani del governo israeliano, collegandosi ad altre colonie vicine, dovrebbe raggiungere i 120.000 abitanti. L'obiettivo dichiarato del nuovo premier Olmert è di arrivare ad un rapporto di 40 palestinesi contro 60 israeliani su cento abitanti. Tuttavia il governo non riesce a prevedere tutti i comportamenti sia dei palestinesi che degli israeliani: la situazione ha indotto molti ebrei a trasferirsi da Gerusalemme e gli appartamenti lasciati liberi vengono affittati a palestinesi, così che cominciano ad esserci diverse case miste, come non si era mai visto.
Il territorio palestinese non è sezionato solo orizzontalmente, ma anche in senso verticale: per vietare ai palestinesi le strade destinate ai coloni vengono costruiti tunnel riservati ai primi mentre i secondi passano sui ponti che li sovrastano. In tutto alla fine saranno costruiti sedici tunnel e ponti. Mentre si spendono miliardi di dollari per costruire il muro, le strade che lo costeggiano sono sempre più dissestate. Questo sistema di controllo non esclude i check point fissi che insieme a quelli mobili, che compaiono e scompaiono improvvisamente, rendono impossibili gli spostamenti nei Territori occupati. Anche i regolamenti cambiano di giorno in giorno: a volte passi altre no, a volte se hai la residenza a Gerusalemme puoi andare a Betlemme, altre invece devi avere la residenza a Betlemme e dimostrarlo con la ricevuta di una bolletta della luce, pagata, naturalmente. Ai posti di blocco i militari danno la caccia soprattutto ai lavoratori che cercano di entrare in Israele in tutti i modi, anche nascosti dentro ai container. Se scoperti, vengono trattenuti ai chek point sotto il sole cocente per l'intera giornata.
Anche i bambini per andare a scuola devono girare intorno al muro, spesso impiegando molto tempo, oppure devono passare nelle strade vicino alle colonie, con il rischio di essere colpiti dagli irriducibili settlers, tanto da indurre i soldati israeliani ad accompagnare gli alunni palestinesi. La situazione è sempre più insostenibile e molti genitori cominciano a tenere i figli a casa. Molti giovani arrivano persino a farsi arrestare ai posti di blocco - e non ci vuole molto, basta avere un'arma impropria o qualcosa di simile - per avere la possibilità di continuare gli studi: in carcere hanno cibo, spazio per studiare e insegnanti! Anche il cibo è diventato un problema: il 50% della popolazione palestinese vive sotto i livelli di povertà. E la situazione è destinata a peggiorare.
Il blocco dei fondi ha già provocato gravi danni e non si tratta solo delle saracinesche chiuse di molti negozi della Cisgiordania. Che ogni giorno aumentano. Blocco militare ed economico hanno trasformato il solitamente affollato suq di Hebron in un intrico di strade deserte, i pochi viandanti devono passare attraverso una grata girevole per poi subire il controllo dei militari israeliani. Che presidiano anche la casa sloggiata nei giorni scorsi, dopo scontri con i coloni che l'avevano occupata, in seguito alla decisione in questo senso della Corte suprema israeliana.
Il boicottaggio ha già ripercussioni pesanti: comincia a mancare la benzina e il diesel. Israele ha bloccato i rifornimenti perché l'Anp non paga, la precedente fattura è stata pagata dal presidente Abu Mazen, ma l'ultima sembra troppo pesante per le sue tasche. Scarseggiano i medicinali: ci sono state le prime vittime per la mancanza di prodotti per dialisi. Mancano anche i soldi per pagare i salari ai dipendenti pubblici ormai da tre mesi. Molti di loro non vanno più a lavorare perché non hanno nemmeno i mezzi per pagare il trasporto. Anche molti poliziotti restano a casa, forse non è solo la mancanza di soldi a motivarne la disaffezione.
Per le strade di Ramallah si vedono quasi solo le guardie del presidente Abu Mazen che, in vista del suo passaggio, presidiano la strada che porta alla Mukata. Nei ministeri e persino nell'edificio che ospita il parlamento a Ramallah si entra senza nessun controllo. Tanto che quando scoppia un incendio mentre stiamo intervistando il presidente del parlamento Aziz Dweik pensiamo subito a un boicottaggio, a un attacco degli oppositori di Hamas. La sera prima c'era stato uno scontro con morti tra Hamas e Fatah a Gaza. Ma Aziz Dweik resta l'unico a insinuare un incendio doloso mentre la perizia ufficiale dei tecnici conferma la versione del corto circuito, forse un sovraccarico della rete elettrica. Se non è boicottaggio forse sarà uno dei tanti prodotti della corruzione, visto che il palazzo è stato ristrutturato solo tre anni fa. Certo qui non si può pensare agli standard europei, ma quando qualcuno si affaccia alla finestra del terzo piano per buttare nel vuoto una bombola del gas tutti si mettono ad urlare per dissuaderlo. Comunque, dopo essere riusciti a fuggire dall'edificio, il fumo nero che si vede uscire dal tetto è impressionante.
Non ha comunque toccato quella bandiera palestinese che i militanti di Hamas per festeggiare la vittoria elettorale avevano sostituito con una verde islamica. «Che orrore! - ricorda un'amica - e pensare che solo tredici anni fa i ragazzi palestinesi si facevano uccidere per appendere una bandiera palestinese a un palo». La bandiera verde comunque è scomparsa ed è tornata quella palestinese. Una vicenda che ben rappresenta le contraddizioni della realtà palestinese.
Hamas ha ottenuto la maggior parte dei seggi in parlamento (74 su 132), grazie alla legge elettorale pur non avendo la maggioranza dei voti, mentre nessuno se l'aspettava. Una grande affermazione del movimento islamista era nelle previsioni ma non la sua vittoria. Nemmeno Hamas se l'aspettava. Ed è ancora spaesata. Un conto è fare l'opposizione, un altro governare. Non si tratta solo di far fronte ai pesanti effetti del boicottaggio internazionale ma anche di rispondere alle aspettative degli elettori, che non sono tutti militanti islamisti. Nei vari uffici della presidenza del parlamento si vedono molte impiegate velate che chiacchierano e sorseggiano il tè davanti a scrivanie vuote, anche gli uomini che circondano Aziz Dweik non sembrano avere idea di che cosa fare, ridono, mangiano dolci, si scherniscono, sembrano girare a vuoto.
Sulle pareti poster che sembrano ereditati dal passato: foto della via Dolorosa, una piantina della moschea al Aqsa e un poster di Fatah che ricorda un «martire» caduto nel 2005. L'unico che sembra muoversi a suo agio è un palestinese nato in Algeria, lavora in parlamento da quattro anni, ci dice, ed è stato nominato recentemente direttore del protocollo. Non è evidentemente un uomo di Hamas. Incontriamo altri «quadri» di Fatah impiegati nei vari ministeri che sono stati recentemente promossi. Per ora, ci spiega un dirigente del ministero degli interni, Hamas ha imposto solo il ministro e il suo staff, gli altri dipendenti sono quelli di prima, in maggioranza di Fatah. Forse in futuro ci sarà un rigonfiamento dei dipendenti pubblici che contano già un sovrannumero di circa 15.000 persone. Anche se alcuni dei dipendenti della sinistra pensano a un pensionamento se la politica di Hamas renderà incompatibile la loro presenza. Certo nuove assunzioni saranno difficili visto che non sono pagati nemmeno i dipendenti che già ci sono, circa 165.000, grazie al cui introito vive oltre un milione di palestinesi.
Qualcuno fa notare che in passato se dopo tre settimane non arrivava lo stipendio cominciava la protesta. Per ora il boicottaggio della comunità internazionale fa aumentare l'appoggio a Hamas: prevale la solidarietà nazionale e la pazienza, oltre alla frustrazione e alla depressione. Sembra che l'ottusità della Comunità internazionale ispirata da Bush stia ancora una volta prevalendo, con l'effetto di rafforzare gli estremisti. Peraltro Hamas quando non governava e soprattutto serviva all'occidente (Israele in testa) a indebolire l'Olp, ha potuto far entrare a Gaza ingenti contributi finanziari della rete dei Fratelli musulmani che hanno permesso all'organizzazione islamista di sostituirsi all'Autorità nazionale palestinese nel fornire servizi sociali carenti: scuole, ospedali e anche case. Mentre il governo di Fatah faceva costruire moschee, servite alla campagna elettorale di Hamas. La cui vittoria elettorale diventa ora per la Comunità internazionale il pretesto per una punizione collettiva contro tutto il popolo palestinese stanco delle promesse di una pace che non è mai arrivata, nonostante le concessioni fatte.
Giuliana Sgrena

Giuliana Sgrena

Giuliana Sgrena, inviata de ‟il manifesto”, negli ultimi anni ha seguito l'evolversi di sanguinosi conflitti, in particolare in Somalia, Palestina, Afghanistan, oltre alla drammatica situazione in Algeria. Negli ultimi due anni ha raccontato la guerra e l'occupazione in Iraq. Nei suoi servizi cerca di indagare la realtà che sta dietro lo scontro armato, la vita quotidiana delle principali vittime delle guerre moderne: donne e bambini. Ha dedicato particolare attenzione all'islamismo e al suo effetto sulla condizione delle donne. Attualmente collabora, tra l'altro, con RaiNews24, con il settimanale tedesco ‟Die Zeit”, con la radio della Svizzera italiana e con riviste di politica internazionale. Libri pubblicati: La schiavitù del velo, voci di donne contro l'integralismo islamico (manifestolibri 1995); Kahina contro i califfi, islamismo e democrazia in Algeria (Datanews 1997); Alla scuola dei taleban (manifestolibri 2002); Il fronte Iraq, diario da una guerra permanente (manifestolibri 2004).

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