La fila è ordinata, anche se gli uomini in attesa hanno volti tirati, visibilmente nervosi. Si tengono contro il muro di un grande androne e avanzano lentamente verso una porta socchiusa; dentro si vede un tavolo, un uomo in camice bianco, scatole di medicinali, un paio di assistenti: ragazzi non molto diversi da quelli che stanno in coda, uno segna nomi e dosi su un registro, l'altro conta scatole di farmaci. E' la quotidiana distribuzione di metadone nella sede di Persepolis, organizzazione non governativa iraniana per il recupero dei tossicodipendenti.
Siamo in una traversa di via Sush, zona operaia di Tehran meridionale, in un piccolo edificio di due piani come quelli circostanti, tra officine meccaniche e magazzini. Lo stanzone a piano terra serve per la ‟prima accoglienza”, ai due piani superiori ci sono uffici e atelier.
‟Fino a una decina d'anni fa, per disintossicare un eroinomane in Iran si conosceva solo il 'metodo turco': lo metti sotto chiave e lo lasci a smaltire la crisi d'astinenza”, spiega Bijan Nasirimanesh, sulla quarantina, medico. ‟Diciamo: non è un metodo efficace, oltre a essere durissimo”. Lo dice per far meglio apprezzare quanto avviene nella palazzina di via Sush. Nasirimanesh è uno dei fondatori di questo centro; lavora nella capitale iraniana da quasi quattro anni, ma aveva cominciato nel '99 nella provincia di Fars, in una cittadina vicino a Shiraz nota per le rovine dell'antica Persepoli - da cui il nome della Ong. E' un'esperienza pilota (‟questo è stato il primo centro drop-in a Tehran, un posto dove chiunque entra riceve qualche assistenza”), ma non è più unica perché altri gruppi fanno un lavoro simile, e ormai è appoggiata dal sistema sanitario pubblico.
La tossicodipendenza in Iran è un problema dilagante, spiega il dottor Nasirimanesh. L'Iran è una via di transito ‟naturale” degli oppiacei afghani diretti ai mercati europei: ‟Una parte ormai prende la via settentrionale, attraverso il Tajikistan e il Turkmenistan: è una rotta emergente. Ma il canale iraniano continua ad assorbire il 60% della produzione afghana”, dice Roberto Arbitrio, rappresentante a Tehran dell'Unodp, il Programma delle Nazioni unite sulle droghe e il crimine organizzato. Via di passaggio, l'Iran è diventato ormai anche un mercato.
‟La divisione tra regioni produttrici e consumatrici è sempre più labile”, spiega Arbitrio: ‟In questa regione era comune fumare oppio. Aveva un uso 'ricreativo' e un uso medico; in qualche modo era ritualizzato, accettato culturalmente, e comunque l'accesso era limitato. Quando però negli anni '80 e '90 è arrivata l'ondata di oppiacei dall'Afghanistan, così abbondanti e poco costosi, l'effetto è stato dirompente”. Il funzionario dell'Onu sottolinea che il governo iraniano ha preso molto sul serio la lotta al traffico di narcotici, tanto che è al primo posto per i sequestri: il 25% dei sequestri di oppiacei al mondo avviene qui. ‟La lotta al traffico di droga è un settore in cui la cooperazione tra Tehran e gli stati europei è ottima, e non ha subito la tensione di questi mesi”, almeno per ora. Non solo: ‟L'Iran sta anche affrontando in modo molto pragmatico e aperto il problema della tossicodipendenza, con politiche di recupero e di riduzione del danno assai avanzate per gli standard europei”. E' la terminologia tecnica: ‟riduzione del danno”, ad esempio distribuire metadone, o siringhe sterili perché insieme al ‟buco” non passino anche epatiti o l'Aids.

Metadone al mercato nero
La distribuzione quotidiana nella palazzina di via Sush è un esempio. Il dottor Nasirimanesh racconta però che non è stato facile far accettare il metadone al ministero della sanità, né alla polizia: fino a qualche anno fa era catalogato dal ministero della sanità iraniano nella classe delle droghe: ‟Il metadone era prodotto in Iran, ma solo per essere usato come antidolore per malati terminali, non nel trattamento della tossicodipendenza. Così all'inizio abbiamo dovuto rivolgerci al mercato nero. Erano disponibili ben dieci marche diverse di Bupromorfina ma tutte iniettabili, così abbiamo trattato con i fornitori perché ci procurassero il farmaco in pastiglie. Il vantaggio è che allontana il tossicodipendente dall'iniezione. Abbiamo dovuto combattere con la mafia dei fornitori ma alla fine ci siamo riusciti”.
Il medico indica gli uomini in fila: ‟Il punto è che un tossico non verrà mai di sua iniziativa a chiedere cure. Sei tu che devi andare a cercarli, fuori, sulla rotta dell'auto dello spacciatore. E non è un lavoro facile”. Per questo ‟abbiamo usato l'approccio 'da pari a pari': in altri termini ci hanno aiutato gli ex tossici, loro sanno qual è il modo giusto per rivolgersi a uno in quella condizione, ci sono passati”. Di nuovo, indica intorno a sé: ‟Vede i ragazzi che lavorano con noi? sono quasi tutti ex tossici. Abbiamo imparato a non guardarli come un problema ma come una risorsa”. Quando hai ‟agganciato” un tossico, continua il medico, ‟prima di tutto gli offri un bagno, vestiti puliti, cibo, un posto sicuro, e gli spieghi che può usare il metadone invece di continuare a iniettarsi quella roba. Prima devi guadagnarti la sua fiducia e sollevarlo dal problema pressante della dose. Solo dopo puoi andare oltre, convincerlo a scalare, disintossicarsi”. In tre anni e mezzo in questo centro hanno trattato più di tremila persone grazie al programma outreach, andare ‟sul campo” - cioè per strada.
‟I primi anni abbiamo lavorato tra le polemiche e in un clima di illegalità”, ricorda Nasirimanesh. E' stato necessario cambiare l'atteggiamento delle autorità verso la tossicodipendenza, spiega. Così i fondatori di Persepolis, insieme agli operatori di altre ong o del servizio sanitario più sensibili alla questione, hanno cominciato anche un discreto lavoro di ‟lobby” politica (‟per questo abbiamo lasciato Shiraz e siamo venuti a lavorare a Tehran”). Hanno lanciato un allarme sulla diffusione del virus Hiv: ‟Avevamo fatto i test su 900 persone in trattamento e abbiamo trovato che il 25% era Hiv-positivo: una prevalenza del 25% è una soglia spaventosamente alta”.

Una bomba a tempo
Non ci sono dati precisi sulla popolazione ‟tossica” nazionale, ma chi si occupa di sanità pubblica in Iran parla di Hiv come una ‟bomba a tempo” pronta a scoppiare, e spiega che è soprattutto legato all'uso di droghe, o alle carceri. ‟Così abbiamo ottenuto l'appoggio del ministero della sanità: e se ha accettato di distribuire metadone, cioè un farmaco classificato come droga, vuol dire che hanno compreso il concetto di riduzione del danno. Così ora quello che era un progetto pilota è diventato una procedura standard, da protocolli ministeriali”.
E' solo l'inizio, però: ‟Calcoliamo che al massimo il 5% della popolazione tossicodipendente sia raggiunta da misure di riduzione del danno, ma se vogliamo fermare la diffusione dell'Hiv l'obiettivo è raggiungere almeno l'80%. Ci vogliono più fondi, più centri drop-in, più lavoro. Siamo ancora nella fase acuta dell'esplosione”.
La sorpresa maggiore è stata quando l'ayatollah Mahmoud Hashemi Shahroudi, il potentissimo capo della magistratura (che non risponde al governo: è uno dei poteri normativi ‟superiori”), qualche mese fa ha emesso un decreto che legittima la ‟riduzione del danno” e il metadone. ‟Resta da cambiare la mentalità di funzionari e poliziotti 'sul campo', e sarà un lavoro lungo”, dice il fondatore di Persepolis: ‟Ma ci sono segni positivi. La polizia, che ogni anno lancia un'operazione contro la tossicodipendenza, quest'anno ci ha chiesto di collaborare. Si comincia a parlare di training per gli agenti, si troverà un linguaggio comune”.
In tarda mattinata davanti alla palazzina ‟dei tossici” c'è movimento. In effetti Persepolis sta traslocando, si trasferirà in un luogo molto simile poche strade più in là, stesso panorama di tehran operaia. E' un piccolo contrattempo, c'è stato un malinteso con il padrone di casa e ‟abbiamo avuto l'ingiunzione a sloggiare in due giorni”, dice il dottor Nasirimanesh - che parla a raffica mentre impartisce istruzione a ragazzi che stanno portando giù per le scale scatoloni e mobilio. ‟Non ci saremmo riusciti senza il loro aiuto”: loro, gli ex tossici. Un ragazzo sta finendo di impacchettare cartoline e disegni, parte di una campagna per sensibilizzare ai problemi delle droghe e dell'Aids - sono prodotti in uno degli atelier da persone in trattamento.
All'angolo, davanti a un'officina di meccanico, un paio di operai guardano il via vai del trasloco con scetticismo, se non ostilità. ‟I rapporti col quartiere? Meglio di quel che sembra. Certo, all'inizio guardavano con sospetto quelli che vengono a prendere il metadone: ma poi li hanno visti partecipare a attività sociali, ripulire la strada, organizzare attività culturali. Abbiamo cercato di dimostrare che questo centro non rappresenta un pericolo, anzi è una sicurezza per la comunità. E che queste persone sono normali”.
Già, chi sono? ‟Come ovunque al mondo: sono marginalizzati e poveri, ma non lo erano quando hanno cominciato a farsi. Ci sono persone istruite, più o meno benestanti, originari di Tehran sud o della borghese Tehran nord, urbani o provinciali. Magari avevano un lavoro. Certo, dopo anni di vita per strada sono diventati vagabondi. Quando cominciano a riprendere un po' di fiducia in sé ti rendi conto che l'eroina ha selezionato la parte migliore della società, persone spesso sensibili, istruite, intelligenti, diventate fragili per qualche motivo”.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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