‟Ridi, ridi ché mamma ha fatto i gnocchi”. Il tifoso urlante di Termoli, chissà perché, ce l’ha con Savoldelli, che pedala lento verso il podio di partenza. In realtà c’è poco da ridere, con un Giro così duro, e questa non è neanche terra di gnocchi ma di orecchiette. Meglio non pensare alle orecchiette mentre si sale e si scende seduti sulla macchina del medico, dottor Stefano Tredici, 34 anni, guidata da Armando Villa, baffi alla D’Artagnan. Il guaio è che non ci sono vie di mezzo, si va o troppo piano o troppo forte, si frena di colpo, si scatta di colpo. Si procede a strappi, incollati all’auto del commissario francese Max Michaud. Il quale, se va avanti così, con il busto che fuoriesce dal tettuccio a dare istruzioni, in questo Giro si berrà 3526 chilometri con la faccia controvento. I capelli diritti in testa, il gomito appoggiato sul tetto, la camicia gonfia, le mani che si muovono in continuazione, la cravatta che sembra volar via. Il bollettino medico parla di quattro o cinque cadute senza conseguenze. Niente a che vedere, per fortuna, con la terribile tappa di sabato, Cesena-Saltara, quando quattro ciclisti della Selle Italia sono stati aggrediti da un guaio intestinale (l’insalata della sera prima?) che li ha costretti (loro abituati alle fughe in salita) ad abbandonare la bicicletta per fuggire precipitosamente nei campi. Niente a che vedere neppure con il volo di 50 metri che ha scaraventato in un dirupo il basco Koldo Fernandez, uscitone, non si sa come, solo con qualche acciacco di poco conto. Né con la frattura di Petacchi e con quella di Brandt, capitate lo stesso giorno, in Belgio. Oggi, il guaio peggiore, a parte il tamponamento subito da una delle quattro ambulanze al seguito, è una macchia fresca di gasolio, in una curva all’uscita di San Severo, che ha fatto slittare le ruote del francese Da Cruz, che si è rialzato e ha ripreso come nulla fosse. Deve averci pensato Padre Pio, a gettare un occhio sulla tappa pugliese, visto che si passava dalle sue parti, San Giovanni Rotondo, dove gli hotel a quattro stelle e le oasi spirituali, a giudicare dalla folla di pellegrini in estasi (per i ciclisti) sui bordi delle strade, funzionano a pieno regime. Intanto la famiglia Tredici è qui quasi al completo. Il papà, Giovanni, è il veterano dei medici. La figlia Paola (ricercatrice all’Istituto dei tumori di Veronesi) si fa l’ultimo Giro in coda sull’ambulanza prima di trasferirsi definitivamente in Argentina. E Stefano è tornato dal Michigan (dove ha lavorato per sei anni come anestesista-rianimatore) giusto in tempo per raggiungere Liegi per il prologo. Una passionaccia. L’anno scorso ha lasciato in America il figlio di dieci giorni, Jan Ryszard, nato da una moglie polacca, pur di poter raggiungere la carovana rosa: ‟Ma ho chiesto a mia madre di andare a Detroit per dare una mano”, dice a sua discolpa. Una passionaccia ereditata dal padre: ‟Sa com’è, ho respirato ciclismo fin da piccolo, mi ricordo che con i miei cugini a 6-7 anni in campagna giocavamo a correre il Giro d’Italia, facendo le diverse tappe per i sentieri”. Michaux continua a sbracciarsi dall’alto della sua posizione, urla al microfono che i ciclisti devono evitare di rimanere attaccati all’ammiraglia quando si avvicinano per chiedere acqua: in effetti lo scambio delle borracce permette qualche secondo di tregua e aiuta lo slancio. Tra un attacco e un contrattacco, i motociclisti, parlandosi alle ricetrasmittenti, sognano già la cena con tanto di taralli e, chissà perché, vinsanto. Radio-corsa parla di ‟frazionamento in testa”, ma non è niente di grave, non si tratta di trauma cranico o simili: è solo che il gruppetto (il ‟drappello”) dei fuggitivi comincia a sfaldarsi. Stefano lo sa bene e se ne sta seduto tranquillo. Salutiamo Padre Pio. E ringraziamo devotamente.
Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano, nato ad Avola (Siracusa) nel 1956, giornalista e scrittore, già responsabile della pagina culturale del “Corriere della Sera”, dove attualmente è inviato speciale, ha lavorato anche per “la Repubblica” e per la casa editrice Einaudi come editor. Ha insegnato Cultura giornalistica alla facoltà di Lettere dell’Università Statale di Milano. Tra le sue opere ricordiamo: la raccolta di poesie Minuti contati (Scheiwiller, 1990), l’intervista con Giulio Einaudi, Tutti i nostri mercoledì (Casagrande, 2001), il romanzo Nel cuore che ti cerca (Rizzoli, 2008), La catastròfa (Sellerio, 2011, premio Volponi), sulla tragedia di Marcinelle; Giallo d'Avola (Sellerio, 2013), Ogni altra vita (il Saggiatore, 2015), I pesci devono nuotare (Rizzoli, 2016), La parrucchiera di Pizzuto (con il nome di Nino Motta, Bompiani, 2017), Respirano i muri (con il fotografo Massimo Siragusa, Contrasto 2018) e il romanzo per ragazzi Sekù non ha paura (Solferino, 2018). Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi Baci da non ripetere (1994, premio Comisso per la narrativa), Azzurro, troppo azzurro (1996), Tutti contenti (2003, premi super Flaiano, super Vittorini, Chianti, finalista premio Città di Bari), Aiutami tu (2005, premio Mondello 2006), e il reportage La famiglia in bilico (2001), oltre a l’introduzione a La mite (1997) di Dostoevskij per i “Classici”.

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