Romano Prodi ha detto: zitti! E il governo intero è ammutolito: è o non è il capo? Le interviste in corso si sono fermate, i registratori sono stati spenti, le telecamere sono state bloccate, le penne son rimaste a mezz’aria sui taccuini come se il vociante caravanserraglio fosse stato pietrificato dallo sguardo della Medusa. Erano le 10.08 di ieri mattina. E per cinque minuti (300 interminabili secondi!!!) ha dominato su tutto un magico silenzio. Poi, alle 10.13, è arrivato Vincenzo Visco, aveva qualcosa nel gozzo sulle tasse, l’ha espulso ed è venuto giù il diluvio: alle otto di sera si sarebbero contati già 184 takes d’agenzia di esternazioni, reazioni e reazioni alle reazioni. Un capolavoro. Che a qualcuno ha fatto venire in mente un vecchio e geniale titolo di ‟Cuore”: ‟Ci arrendiamo: basta che state zitti!” È una settimana infatti che i ministri ‟coesi” del governo ‟coeso” frutto della maggioranza ‟coesa”, per usare la parola più abusata di questa primavera, se ne vanno ognuno per conto proprio. Sarà perché sono ancora spinti dalla forza d’inerzia dopo una campagna elettorale in cui ogni voce ha cantato per conto suo, sarà perché ognuno vuole dimostrare che il suo partito ha portato a casa un tozzo per i rispettivi elettori, sarà perché la vanità di dire qualcosa e di vederlo finire nei tiggì può essere irresistibile, fatto sta che parlano, parlano... Intendiamoci, sono tutte posizioni legittime: chi vince, sia pure di strettissima misura, ha il diritto di governare. Di più: ogni singolo proponimento potrebbe essere perfino giusto, doveroso, sacrosanto. Potrebbe aver ragione il responsabile dei Trasporti Alessandro Bianchi, che con quella somiglianza al mago Gandalf del Signore degli Anelli pare ancora più solenne quando s’erge contro il Ponte di Messina inutile e dispendioso. E così l’addetto alla Solidarietà Sociale, Paolo Ferrero, che come primi obiettivi dice d’essersi dato quelli di metter mano alla Bossi-Fini e abrogare la Fini-Giovanardi sugli stupefacenti e di puntare alla depenalizzazione delle droghe leggere dato che ‟anche alla Camera molti hanno fumato uno spinello e non mi sembra sia morto nessuno”. E ancora Cesare Damiano, che vuole ‟superare e cancellare le norme più precarizzanti” della Legge Biagi, che pure Walter Veltroni aveva definito l’altra settimana come ‟la via giusta”. E potrebbe aver ragione Barbara Pollastrini a promettere come ‟uno dei primi atti da ministra delle Pari Opportunità” una legge ‟avanzata ed equilibrata” sulle unioni di fatto in accordo con le aperture di Rosy Bindi con cui si ripropone di fare ‟un lavoro coeso”. E poi il verde no-global Paolo Cento che appena fatto sottosegretario al Tesoro ha spiegato che i mercati finanziari si devono adeguare al nuovo corso e dunque, dopo anni spesi a far soldi (puah...), devono ‟imparare che al centro devono essere messi i consumatori e i risparmiatori”, per non dire dell’appello a non sfilare con le armi nella parata del 2 giugno nella scia dello slogan hippy (‟Mettete dei fiori nei vostri cannoni”) cantato dai Giganti. E potrebbe aver ragione Livia Turco nel dichiararsi favorevole alla pillola abortiva RU486 essendo ‟per l’interruzione di gravidanza, che già è un fatto drammatico per le donne, con metodiche meno invasive e dolorose”. E poi Clemente Mastella sull’abolizione almeno di una parte delle leggi volute da Castelli e Paolo Gentiloni sull’abolizione della Gasparri. E così, per ultimo, potrebbe essere nel giusto Vincenzo Visco, quando dice tra lo scandalo delle destre che ‟siamo ben oltre il 4,5% del deficit-Pil” e che ‟l’eredità lasciata dal Polo è micidiale” e che ‟veniamo da mesi in cui hanno raccontato un mondo che non esisteva” e che i segnali di ripresa sono ‟modesti” e che il governo ‟agirà sia sulla tassazione delle rendite finanziarie sia sulle imposte di successione”. Ma il punto è: a nome di chi parla? Parla per sé, sfogando la rabbia di essere stato sbeffeggiato per anni da Tremonti cui vuol render pan per focaccia rovesciandogli addosso le stesse accuse (il buco occultato, l’eredità disastrosa dei conti, la mediocrità professionale, la disonestà intellettuale...) che aveva ricevuto? O parla anche per Romano Prodi, Tommaso Padoa-Schioppa e insomma il governo nel suo insieme? I suoi colleghi sono d’accordo, sulle sue sortite? Vale per lui e vale per gli altri: anche Beppe Fioroni, per esempio, pensa che ‟di spinelli non è mai morto nessuno”? Anche Arturo Parisi, che sta alla Difesa e in gioventù si diplomò alla Scuola Militare della Nunziatella, vorrebbe vedere alla parata del 2 giugno tutti in borghese o magari, come sogna Fausto Bertinotti, fasciati dai colori della pace? E per pura curiosità, si stanno chiedendo Rosa Russo Jervolino a Napoli e Bruno Ferrante a Milano e Sergio Chiamparino a Torino e Rita Borsellino in Sicilia, l’ex ministro del Tesoro oggi ‟vice” alle Finanze e tutti gli altri Esternators di questi giorni sono stati informati che c’è una tornata amministrativa dove i candidati dell’Unione si giocano moltissimo? Hanno idea di come sia stato eroso in poche settimane il credito (risicato) che aveva il centro-sinistra? Hanno già dimenticato, come ricorda irritatissimo Daniele Capezzone, i danni creati nelle fasi finali della campagna elettorale dalle sventurate ‟ricette” per le tasse, sventolate da questo e quello nel caos totale con ingredienti e dosi sempre differenti? Sia chiaro, non è la prima volta. Non c’è governo, nella storia repubblicana, che non sia stato minato al suo interno dalla volontà di questo e quel ministro di affermare la propria linea per rassicurare i propri elettori. Basti ricordare la battuta di Alfredo Biondi in uno dei momenti caldi passati dagli esecutivi di Silvio Berlusconi: ‟Ormai la Casa delle libertà è diventata un casino. Con una sola differenza: nei casini c’era almeno la tenutaria che teneva l’ordine”. Qualche anno fa, stufo di sentire qualche collega che parlava troppo e a sproposito, Enrico La Loggia sbottò: ‟Bisognerebbe recuperare uno strumento dal nome ‘parlapicca’ utilizzato dalle mie parti per limitare la logorrea...”. Pinuccio Tatarella lo conosceva bene, il rischio. E teorizzava: ‟Non occorre mentire, ma non sempre è bene dire cosa si pensa. Se tutti dicessero sempre cosa pensano andrebbe tutto in pezzi...”. Dice oggi Romano Prodi: ‟Testa bassa e pedalare”. Vale per tutti?
Gian Antonio Stella

Gian Antonio Stella

Gian Antonio Stella è inviato ed editorialista del “Corriere della Sera”. Tra i suoi libri Schei, L’Orda, Negri, froci, giudei & co. e i romanzi Il Maestro magro, La bambina, il pugile e il canguro, I misteri di via dell’Amorino. Insieme a Sergio Rizzo ha scritto, per Rizzoli, La Casta, La Deriva, Vandali e Licenziare i  padreterni. Con Feltrinelli ha pubblicato Tribù s.p.a. Foto di gruppo con Cavaliere bis (2005), Bolli, sempre bolli, fortissamente bolli (2014) e Se muore il Sud (con Sergio Rizzo, 2013; Premio Benedetto Croce 2014).

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