Su e poi giù. Con lo stomaco che, al contrario, prima scende pesante e poi sale pericolosamente. Su per dieci chilometri con una pendenza media del 9.8 per cento e una punta massima del 15. Poi di colpo giù dal 9 per cento fino al 13. Dislivelli dai 900 ai 1951 metri, e dai 1951 ai 1442. Non sono le montagne russe, è una montagna italianissima, il Colle San Carlo, al confine con la Francia. Che qui un tempo passasse la strada romana delle Gallie deve importare pochissimo a chi è costretto a farsela in bicicletta, e per di più con una pioggia che ti cade addosso ostinata. Sono cose a cui puoi pensare se sei comodamente seduto in una macchina della direzione di corsa, con accanto l' autista più sicuro del mondo, l' ex ciclista Marino Vigna che nel ' 60 fu campione nella pista olimpica di Roma, e sul sedile posteriore un avvocato che parla con calma, fa domande precise e racconta. È Franco Petrelli, giudice di pace a Monza e presidente onorario della categoria. Un vip che non si dà arie da vip, e che da direttore generale Rcs ha frequentato il Giro ai tempi del vecchio Torriani. «In cima polenta concia per tutti», recita uno striscione a metà salita. Per tutti tranne per quelli che dopo il gran premio della montagna devono cambiare direzione e precipitarsi giù a più non posso. «È una discesa molto tecnica, con un sacco di curve strette negli ultimi due chilometri», dice Vigna, che come commissario conosce metro per metro il percorso. A essere esatti, le curve sono una cinquantina, roba da mal di mare su quattro ruote, figurarsi su due. Curve a «esse», a «elle», a «ci»: chi le ha disegnate ha voluto sbizzarrirsi con l' alfabeto. Tredici tornanti, a destra e a sinistra. «Le biciclette di oggi non sono adatte per la discesa - continua Vigna -, i telai di carbonio e alluminio sono più rigidi dell' acciaio e se sbagli a impostare la curva vai in tilt». Dimostrazione, la doppia caduta di Sella e Mori dell' altro giorno: «Sembravano Fantozzi, anche perché, diciamo la verità...». Diciamola. «C' è il discorso del profilo». Di profilo, la testa pelata di Vigna è troppo gentile per far pensare al tenente Kojak. Più magro, più alto, e soprattutto più affabile. Insomma, se non fosse per la testa, sarebbe l' opposto. Ma qui si tratta di altri profili. «Il profilo delle ruote è troppo alto, le ruote sono leggere ma in discesa diventano come una lama e ti obbligano ad andar giù dritto». Ivan Basso, prima di scollinare, deve aver intravisto il cartello che lo invitava a «volar basso» e l' ha preso sul serio. Prudenza, prima di tutto. «Non sarebbe stato meglio: Basso vola alto?», sorride l' Avvocato. «Non dimentichiamo - risponde l' anti-Kojak - che Basso è stato scottato troppo l' anno scorso, e dopo una botta del genere hai paura anche dell' acqua tiepida». Altro che acqua tiepida, i tre gradi di temperatura tagliano le mani e la faccia. E poi, in effetti, se scende con l' andatura di un cicloamatore della domenica Basso, con il vantaggio che ha, avrà pure le sue ragioni. Basterebbe un niente per scivolare sull' asfalto bagnato in cui avendo il tempo ci si potrebbe anche specchiare. Se volesse, potrebbe pure permettersi il lusso di dare un' occhiata al verde che scorre di fianco e alle strisce di neve che macchiano le montagne. Senza contare che il «falco» Savoldelli ha volato troppo basso in salita per impensierirlo in discesa. In genere è lui il re delle discese: «Indovina le curve prima degli altri, ha fegato e riflessi», dice Vigna. Questione di stomaco e di fegato. Secondo Gianni Motta, il fegato c' entra poco: «Il problema è che devi sentire la bicicletta sotto, devi essere padrone del mezzo. Io ho smesso di correre quando mi sono accorto che in discesa guardavo troppo il guard rail: lì ho capito che non era più il mio mestiere». Chi deve volare alto, tenere a bada lo stomaco e inventarsi il fegato pur essendo uno scalatore, è Leonardo Piepoli, anche se appena arrivato al traguardo ha un pensiero per il suo ex compagno dilettante Diego Pellegrini. Il quale nel ' 93, proprio in questa discesa, è volato giù dalla bici e poi via, in alto, molto in alto, per sempre.
Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano, nato ad Avola (Siracusa) nel 1956, giornalista e scrittore, già responsabile della pagina culturale del “Corriere della Sera”, dove attualmente è inviato speciale, ha lavorato anche per “la Repubblica” e per la casa editrice Einaudi come editor. Ha insegnato Cultura giornalistica alla facoltà di Lettere dell’Università Statale di Milano. Tra le sue opere ricordiamo: la raccolta di poesie Minuti contati (Scheiwiller, 1990), l’intervista con Giulio Einaudi, Tutti i nostri mercoledì (Casagrande, 2001), il romanzo Nel cuore che ti cerca (Rizzoli, 2008), La catastròfa (Sellerio, 2011, premio Volponi), sulla tragedia di Marcinelle; Giallo d'Avola (Sellerio, 2013), Ogni altra vita (il Saggiatore, 2015), I pesci devono nuotare (Rizzoli, 2016), La parrucchiera di Pizzuto (con il nome di Nino Motta, Bompiani, 2017), Respirano i muri (con il fotografo Massimo Siragusa, Contrasto 2018) e il romanzo per ragazzi Sekù non ha paura (Solferino, 2018). Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi Baci da non ripetere (1994, premio Comisso per la narrativa), Azzurro, troppo azzurro (1996), Tutti contenti (2003, premi super Flaiano, super Vittorini, Chianti, finalista premio Città di Bari), Aiutami tu (2005, premio Mondello 2006), e il reportage La famiglia in bilico (2001), oltre a l’introduzione a La mite (1997) di Dostoevskij per i “Classici”.

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