Alla fine, il pianto era prevedibile, a giudicare dal malumore che Damiano Cunego, sin dal mattino, non riusciva proprio a nascondere, nonostante gli occhialoni scuri. ‟Ti posso prendere la bici?”, gli ha chiesto un tifoso poco prima della partenza di Rovato. ‟Vai, vai, prenditela, così almeno ho la scusa buona”, è stata la risposta. È rimasto sdraiato sull’ammiraglia fino all’ultimo momento, con i piedi sulla portiera aperta e in testa un cattivo presagio, a sfogliare i giornali e a firmare qualche autografo. Come se l’attesa del pubblico, la festa intorno, l’incognita eccitante del Bondone non lo riguardassero. ‟Gli altri vanno più forte, cosa posso farci... L’importante è che su non piova”. Quando tutti i ciclisti sono passati per raggiungere il gruppo, finalmente si è deciso, si è alzato, è salito in sella e ha raggiunto gli altri, controvoglia. Dopo 168 chilometri (e quasi cinque minuti di ritardo all’arrivo), è scoppiato il pianto. I suoi genitori sono saliti fin qui sperando di rivedere il Piccolo Principe trionfante e allegro del 2004. Invece si sono ritrovati con un figlio in lacrime. Il sorriso sereno di Ivan Basso sembrava fatto apposta per rendere ancora più cupo il malumore di Cunego, uno dei pochi avversari su cui gli è sfuggito, qualche volta, un senso di malcelata insofferenza. In fondo in quella serenità, così insolita per il ciclista gentiluomo dalle poche parole e dagli sguardi un po’indecifrabili, era forse già iscritto l’esito della tappa. E a guardar bene vi è iscritto anche il futuro del campione. Finalmente consapevole. Eppure, per la conquista del Bondone il nome più ricorrente sulle prime era quello di Simoni: ‟Si vede che oggi ha voglia di vincere”, ripeteva il patron Gianni Savio. Davvero la tappa che doveva ricordare la leggenda di Gaul rischiava di trasformarsi nella ‟giornata più pallosa del Giro”, come temeva lo stesso Savio. Poi, con i primi strappi del 9 per cento, tutto si accende di colpo: ‟Bene così, Vladi, vai vai vai, fallo per chi ci vuol male, Vladi!”. Vladi è Wladimir Belli, lo scalatore di Savio. Ma quel che conta è che nel giro di pochi minuti si vedono sfilare quasi tutti, all’incontrario, come attratti verso valle da un richiamo misterioso: Sella e Di Luca, quasi in contemporanea, Pellizzotti, Danielson, Savoldelli, inchiodato sulle rampe, elegante ma rallentato da una pendenza che non ama. E Cunego, sgraziato e a testa bassa con i fedeli Bruseghin e Tiralongo, mentre il giudice di corsa si sbraccia e urla e fischia perché i tifosi aprano almeno un varco al loro assurdo scivolare all’indietro.
Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano, nato ad Avola (Siracusa) nel 1956, giornalista e scrittore, già responsabile della pagina culturale del “Corriere della Sera”, dove attualmente è inviato speciale, ha lavorato anche per “la Repubblica” e per la casa editrice Einaudi come editor. Ha insegnato Cultura giornalistica alla facoltà di Lettere dell’Università Statale di Milano. Tra le sue opere ricordiamo: la raccolta di poesie Minuti contati (Scheiwiller, 1990), l’intervista con Giulio Einaudi, Tutti i nostri mercoledì (Casagrande, 2001), il romanzo Nel cuore che ti cerca (Rizzoli, 2008), La catastròfa (Sellerio, 2011, premio Volponi), sulla tragedia di Marcinelle; Giallo d'Avola (Sellerio, 2013), Ogni altra vita (il Saggiatore, 2015), I pesci devono nuotare (Rizzoli, 2016), La parrucchiera di Pizzuto (con il nome di Nino Motta, Bompiani, 2017), Respirano i muri (con il fotografo Massimo Siragusa, Contrasto 2018) e il romanzo per ragazzi Sekù non ha paura (Solferino, 2018). Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi Baci da non ripetere (1994, premio Comisso per la narrativa), Azzurro, troppo azzurro (1996), Tutti contenti (2003, premi super Flaiano, super Vittorini, Chianti, finalista premio Città di Bari), Aiutami tu (2005, premio Mondello 2006), e il reportage La famiglia in bilico (2001), oltre a l’introduzione a La mite (1997) di Dostoevskij per i “Classici”.

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