Non ci voleva un massacro del genere a sei giorni dalle elezioni presidenziali. Eccessivo anche per la Colombia, abituata a tutto il peggio immaginabile. E quasi incredibile. Perché ad essere sterminati, lunedì scorso, sono stati dieci tra i migliori agenti antidroga, comandati dal maggiore Elkin Molina, che al suo attivo vantava la cattura, negli ultimi due anni e mezzo, di 205 narcos, 23 dei quali estradati poi negli Usa. Perché ad ammazzarli è stato un plotone di militari di un battaglione di contro-guerriglia della Terza Brigata dell'esercito. E, infine, perché la strage è avvenuta poco prima del tramonto, su un terreno pianeggiante e nelle stradine di Jamundì, una cittadina di vacanze nella regione del Valle, liberata da anni dai guerriglieri. «Altre vittime del fuoco amico» hanno lamentato le autorità e titolato i giornali. Poi hanno dovuto ricredersi, via via che emergevano i dettagli della vicenda (nessun sopravvissuto tra i poliziotti, alcuni dei quali finiti con colpi sparati a bruciapelo, cadaveri manomessi, armi e bossoli spariti, nemmeno un graffio per i militari...) e dopo le testimonianze degli abitanti della zona che hanno sentito, prima della carneficina, i poliziotti identificarsi e chiedere pietà. «Non ammazzateci. Abbiamo famiglia, abbiamo figli» hanno urlato il maggiore Molina e i suoi uomini.
«Com'è possibile che accadano fatti del genere tra servitori dello stesso Stato?» si sono chiesti prestigiosi editorialisti, prima che, ieri l'altro, risultasse evidente che sono i narcos a comandare a Jamundì, come d'altronde in tutta la regione settentrionale e occidentale del paese e in molte città, come Medellín (che un folto gruppo di reporter italiani, ingaggiati dall'ambasciata colombiana a Roma, ha descritto fiorente e felice su vari giornali e riviste).
La verità che emerge, e che è sempre più difficile nascondere, è una sola: la pattuglia di poliziotti stava confiscando un carico di 200 chili di cocaina appartenenti al clan del potente mafioso Diego Montoya e quest'ultimo ha ordinato ai militari di fermarli. «Mi sono arrivate ipotesi preoccupanti che ho trasmesso subito alla magistratura» ha dichiarato Uribe, sfoggiando una faccia di circostanza e promettendo un'indagine seria e rigorosa. Che finirà - come prevedibile- nella più totale impunità. Perché se da tempo, forse da più di mezzo secolo, in Colombia convivono due stati (uno, formale, intenzionato a rispettare le sue stesse leggi e da sfoggiare all'estero, e l'altro, sostanziale e vincente, corrotto e criminale), da quando Alvaro Uribe è presidente la convivenza si è incrinata.
Il generoso processo di legalizzazione dei paramilitari, allargato senza alcun pudore ai mafiosi a rischio di irritare gli Usa, ha inquinato ulteriormente i diversi poteri dello stato. Da tempo non c'è settimana che passi senza che esploda un nuovo scandalo che fa emergere l'assoluta simbiosi tra il potere uribista, i suoi corpi armati, i paramilitari delle Autodefensas Unidas (Auc) e i mafiosi, che hanno avuto l'intelligenza di farsi proteggere da questi ultimi, anche per evitare di essere spediti nelle carceri Usa. Il più clamoroso è quello che ha coinvolto l'ex console colombiano a Milano, Jorge Noguera, accusato di avere facilitato (quando dirigeva la polizia presidenziale Das) tangenti pubbliche ai leader paramilitari, di avere passato loro liste di presunti simpatizzanti della guerriglia da eliminare e, dulcis in fundo, di avere facilitato l'elezione di Alvaro Uribe nel 2002, attraverso un colossale broglio nelle regioni settentrionali organizzato grazie alle Auc.
«Se queste faccende saltano fuori, significa che abbiamo ancora degli anticorpi e delle istituzioni sane» ha più volte scritto la direzione del giornale El Tiempo, espressione delle grandi famiglie oligarchiche colombiane. Valutazione giusta, se non fosse che tutte le vicende, anche le più sporche, non finissero sistematicamente nell'impunità, con un po' di galera per qualche pesce piccolo o la rimozione di qualche protagonista indifendibile (com'è successo per Noguera, dimessosi dal suo incarico alla chetichella qualche settimana fa).
Dopo quattro anni di cura Uribe, la malattia della Colombia appare sempre più grave. Nessun punto del suo programma è stato raggiunto: lo stato è sempre più corrotto, la droga continua a essere spedita verso il nord del mondo, la guerriglia delle Farc si è rafforzata, sebbene abbia dovuto tatticamente ripiegare in certe regioni, e, in un'economia sempre più subalterna agli Usa, i ricchi sono diventati più ricchi e i poveri più poveri. Ma il potere economico continua a sostenere, pur storcendo il naso per certe storie eccessive come quella di Jamundì, che è un «presidente insostituibile».
Guido Piccoli

Guido Piccoli

Guido Piccoli, giornalista e sceneggiatore, ha vissuto a Bogotá gli anni più caldi della "guerra ai narcos". Sulla Colombia ha scritto la biografia di Escobar, Pablo e gli altri (Ega edizioni 1994) e la guida della Clup (1996).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>