Non si può mai stare tranquilli. Questo Giro d’Italia ci ha regalato un nuovo campione dal volto sorridente. Pubblico in delirio per le strade rosa per Sua Altezza Ivan Basso, il ciclista gentiluomo che non si stanca di scattare in montagna quando potrebbe starsene tranquillo all’ombra del suo notevole vantaggio. Il ciclista gentiluomo che preferisce dire una parola in meno e fare una pedalata in più. Non si può stare tranquilli. La teoria del caos insegna che il batter d’ali di una farfalla può provocare un uragano dall’altra parte del mondo. Eppure non si finisce mai di stupirsi. Chi poteva dirlo che qualche sacca di sangue trovata a Madrid sarebbe riuscita a intaccare il quieto vivere di una tappa come tante? Una tappa che sperava allegramente di salutare vincitore a Gemona un gregario, l’immagine pedalante della fatica e della generosità: un Marzio Bruseghin qualunque, che ha portato acqua per una vita, in salita, in discesa, in volata, pur di far vincere i suoi capitani. Speranza delusa, d’accordo, ma pazienza. È questa (fuor di retorica, ma anche dentro la retorica, perché no) la bellezza dello sport: si vince e si perde. Fa parte del gioco. Il geometra Bruseghin ha imparato soprattutto che si perde (non è mai arrivato primo al traguardo). Ha detto: «Mi dispiace, non ho raccolto quel che ho seminato”. Bella metafora per uno che non vede l’ora di chiudere la carriera per raggiungere la sua fattoria a Vittorio Veneto, dove finalmente potrà dedicarsi ai suoi quattordici asini e ai suoi tre cani. E soprattutto potrà pensare a coltivare le sue vigne di prosecco e a cacciare beccacce. Il guaio è che c’è chi raccoglie ciò che non ha seminato. Ci eravamo appena rassegnati alla delusione del Bruss che non ce l’ha fatta per l’ennesima volta, e nel paese simbolo del terremoto è arrivata dalla Spagna una scossa per fortuna non paragonabile a quella del ‘76, ma capace di creare subbugli imprevisti in uno scenario che sembrava più rosa del solito rosa del Giro: un nuovo supereroe dal volto umano, una serie di montagne epiche (le salite sono il sale del ciclismo, si sa), persino le polemiche del mancato arrivo a Plan de Corones (che hanno aggiunto un pizzico di sale sul sale delle salite). Invece, i pensieri non finiscono mai, dicevano le nostre nonne. Si guardava allo scandalo del calcio con malcelato senso di superiorità vicino alla baldanza, ed ecco che il battito d’ali di una maledetta farfalla...
Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano, nato ad Avola (Siracusa) nel 1956, giornalista e scrittore, già responsabile della pagina culturale del “Corriere della Sera”, dove attualmente è inviato speciale, ha lavorato anche per “la Repubblica” e per la casa editrice Einaudi come editor. Ha insegnato Cultura giornalistica alla facoltà di Lettere dell’Università Statale di Milano. Tra le sue opere ricordiamo: la raccolta di poesie Minuti contati (Scheiwiller, 1990), l’intervista con Giulio Einaudi, Tutti i nostri mercoledì (Casagrande, 2001), il romanzo Nel cuore che ti cerca (Rizzoli, 2008), La catastròfa (Sellerio, 2011, premio Volponi), sulla tragedia di Marcinelle; Giallo d'Avola (Sellerio, 2013), Ogni altra vita (il Saggiatore, 2015), I pesci devono nuotare (Rizzoli, 2016), La parrucchiera di Pizzuto (con il nome di Nino Motta, Bompiani, 2017), Respirano i muri (con il fotografo Massimo Siragusa, Contrasto 2018) e il romanzo per ragazzi Sekù non ha paura (Solferino, 2018). Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi Baci da non ripetere (1994, premio Comisso per la narrativa), Azzurro, troppo azzurro (1996), Tutti contenti (2003, premi super Flaiano, super Vittorini, Chianti, finalista premio Città di Bari), Aiutami tu (2005, premio Mondello 2006), e il reportage La famiglia in bilico (2001), oltre a l’introduzione a La mite (1997) di Dostoevskij per i “Classici”.

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