Oggi il vecchio Papa bavarese si sdoppierà. Avvertirà dentro di sé la presenza dell’adolescente Joseph che fu lui stesso, coscritto nella Hitlerjugend. Insieme varcheranno il cancello di Auschwitz con l’umiltà del pellegrino giunto all’epicentro degli orrori novecenteschi. Dal primo maggio 2004 anche la Polonia democratica ha ottenuto il posto che le spetta nell’Unione dei popoli europei, e sarebbe dunque legittimo ora fare conto su di un’armonia ritrovata. Ma purtroppo il malessere e i veleni sprigionano da dove meno te l’aspetti. Benedetto XVI, teorico delle radici cristiane dell’Europa, si trova a fare i conti con i sottoprodotti più imbarazzanti di tale ricerca identitaria. Nel suo viaggio ha incontrato una Polonia cristiana tutt’altro che pacificata con la sua storia, più clericale che devota, talmente soggiogata dalla retorica tradizionalista da farci dubitare che vi abbiano lasciato traccia duratura le formidabili aperture di Karol Wojtyla e il cattolicesimo liberale dei fondatori di Solidarnosc. Qui siamo davvero nel cuore d’Europa, e in particolare di quell’Europa cristiana che tiene tanto in ansia papa Ratzinger. Solo che è un cuore ferito. Afflitto da fobie che a ben vedere si rivelano come uno specchio esasperato delle nostre medesime paure, diffuse a vasto raggio per il continente. Fobie a noi molto familiari: dal complottismo all’anticomunismo, dall’anti-élitarismo al populismo, dal clericalismo all’ostilità antieuropea, dal disprezzo nei confronti degli omosessuali alla denigrazione dei codici del ‟politicamente corretto”. Certo le condizioni economiche e le tragedie storiche della Polonia colorano tutto ciò di tinte più fosche. La destra cattolica enfatizza le ‟insidie esterne” (nemici storici come Russia, Germania, lobby ebraica, cui si sommano massoneria, banche e commissione europea). Ma soprattutto miete consensi col progetto della ‟decomunistizzazione” anti-establishment. In pratica mette sotto accusa buona parte della classe dirigente artefice di un quindicennio di faticosa transizione all’economia di mercato. I padri fondatori della democrazia polacca, a cominciare da Tadeusz Mazowiecki, vengono processati di volta in volta per collaborazionismo con lo straniero o per complicità con l’ancien régime comunista. L’offensiva inquisitoria ha coinvolto persino numerose diocesi, dove viene riesumato il fantasma dei sacerdoti-spia. Costringendo papa Ratzinger a una netta presa di distanze (che solo il narcisismo di Vittorio Messori ha potuto leggere come una critica a Giovanni Paolo II, ‟proprio in Polonia”). Dunque le assonanze con gli argomenti dei populisti di tutta Europa, e di casa nostra, si manifestano impressionanti. Ma decisiva in Polonia si evidenzia la frattura culturale interna alla Chiesa e al mondo cattolico. Il populismo reazionario polacco parla infatti con la voce di Radio Maria, non con lo slang della tivù commerciale. Guarda caso i leader della destra al governo, dagli omofobi gemelli Kaczynski all’antieuropeo Lepper all’antisemita Giertych, vengono comunemente definiti come politici ‟radio-comandati”. Ovvio che costoro dovessero prendere le difese del padre redentorista Tadeusz Rydzyk, potentissimo direttore di Radio Maria, anche dopo il recente commissariamento dell’emittente, imposto dal Vaticano a una renitente Conferenza episcopale polacca. Senza la forza ideologica e militante (ma ormai anche finanziaria) di Radio Maria, è evidente, non ci sarebbe governo di destra in Polonia. E allora la deriva identitaria precipitata fino al punto di destare l’allarme del Papa, sollecita un interrogativo che riguarda pure la situazione italiana. Il fenomeno inquietante di Radio Maria - denunciata per il suo antisemitismo da Marek Edelman, l’ottantacinquenne eroe della rivolta del ghetto di Varsavia - scaturisce dalla crisi del cattolicesimo polacco: compresso per decenni dalla dittatura comunista, impossibilitato a vivere l’esperienza conciliare, penalizzato nelle sue componenti democratiche e liberali. Radio Maria nasce dall’implosione di Solidarnosc, cioè di uno straordinario movimento innovativo che aveva realizzato una fusione tra diverse identità popolari e intellettuali. Un movimento capace di sconfiggere il totalitarismo comunista nel nome della solidarietà, proponendosi come alternativa di progetto sociale nell’epoca dei Reagan e delle Thatcher. Con tutte le evidenti differenze, un modernissimo processo fusionale che precede e richiama nelle sue componenti l’aspirazione dell’Ulivo. Certo, tra i fondatori di Solidarnosc c’erano pure i tradizionalisti gemelli Kaczynski che oggi guidano il rigurgito antieuropeo della Polonia. Ma la guida del movimento era condivisa fra i sindacalisti dei cantieri di Danzica, i teologi del cattolicesimo liberale riuniti intorno all’arcivescovo di Cracovia, Karol Wojtyla, i dissidenti marxisti Kuron, Michnik, Mozelewski. La crisi del cattolicesimo liberale polacco, favorita dalle chiusure integraliste di una parte dell’episcopato, ha prodotto la frantumazione identitaria di oggi con tutte le pericolose tentazioni autoritarie che ne derivano. Il pericolo evocato dagli spettri del passato risorti nel cuore ferito dell’Europa, fino all’assurdo di un nuovo antisemitismo senza ebrei, chiarisce l’importanza della posta in gioco. Se il cattolicesimo liberale e democratico, sottoposto al fuoco incrociato di una durissima battaglia politica e culturale, non riuscirà a portare a compimento il suo incontro con le altre componenti riformiste - come invece è accaduto in Italia - gli effetti implosivi potrebbero rivelarsi devastanti nell’epoca dei nuovi populismi tradizionalisti. La modernizzazione della politica contempla una relazione strettissima con l’incontro delle culture e con l’apertura delle esperienze religiose. La Polonia è a noi più vicina di quanto non sembri.
Gad Lerner

Gad Lerner

Gad Lerner è nato a Beirut nel 1954 da una famiglia ebraica che ha dovuto lasciare il Libano dopo soli tre anni, trasferendosi a Milano. Come giornalista, ha lavorato nelle principali testate italiane da inviato o con ruoli di direzione. Ha ideato e condotto vari programmi d’informazione televisiva alla Rai, La7 e Laeffe. Ha diretto il Tg1. Le sue ultime trasmissioni d’inchiesta sono “Operai” e Ricchi e poveri. Con Feltrinelli ha pubblicato Operai (1988, 2010) e Tu sei un bastardo. Contro l’abuso delle identità (2005), Scintille (2009) e Concetta. Una storia operaia (2017).

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