Magari non sarà tutto merito dei 340 crocefissi, madonnine, santini e statuette varie che ricevette il giorno in cui era convocato dai magistrati. Ma certo sarà dura adesso toglier dalla testa di Totò che la vittoria sia dovuta anche alla protezione di quel carico impressionante di oggetti devozionali. E chi li aveva mai ricevuti al mondo trecentoquaranta pezzi così da parenti, amici ed elettori!? Fatto sta che ieri pomeriggio, mentre l’onda di rigetto invocata da Silvio Berlusconi per spazzare subito via il ‟governo rosso” si spegneva molle e umiliata a Torino, a Roma e perfino nella Napoli su cui il Cavaliere aveva investito un sacco di soldi e se stesso, e mentre dal resto d’Italia arrivavano notizie sconfortanti e perfino l’amata roccaforte di Milano pareva a rischio, l’unico che si ergeva placido a difesa della trincea che gli era stata affidata era lui, Salvatore Cuffaro. Il Talamone gommoso che, dopo anni di attacchi e polemiche e inchieste giudiziarie, aveva conservato alla Casa delle Libertà la Sicilia. La regione più generosa con la destra d’Italia. Certo, ai primi dati dello spoglio, ieri mattina, qualcuno dei suoi era bianco come uno straccio. Possibile che Rita Borsellino fosse due punti sotto il governatore uscente? Solo due punti? Lui, dicono, era tranquillo. Sono anni che lo dice: ‟Nessuno conosce la mia gente come la conosco io”. Guancia per guancia, disse a Federico Geremicca: ‟Senza presunzione posso assicurare che credo di avere stretto le mani e baciato sulle guance, in segno di affetto, la metà dei siciliani che voteranno in primavera”. E basta, spiega Calogero Mannino a Francesco Foresta, autore di una biografia autorizzata del presidente regionale, con le battute sul nomignolo ‟Vasa Vasa”, in siciliano bacia-bacia. Invita a rileggere, nel Gattopardo, la conversazione tra don Fabrizio e Pallavicino, il colonnello dei bersaglieri che aveva sparato su Garibaldi. ‟Pallavicino racconta di essersi inginocchiato davanti a Garibaldi ferito e steso a terra, ed al cinismo di don Fabrizio che gli obbietta "di avere un po’ esagerato in baciamani, scappellate e complimenti" risponde: "E quand’anche le mie cortesie fossero state superflue, sarei lieto lo stesso di averle fatte: qui da noi, in Italia, non si esagera mai in fatto di sentimentalismi e sbaciucchiamenti, sono gli argomenti politici più efficaci che abbiamo"‟. Conclusione di Mannino: ‟Ecco il ritratto di Totò Cuffaro. Non di colore. Ma analisi di una politica”. Sono un mucchio al suo paese, Raffadali, i Totò Cuffaro. Tutti cugini, tutti dotati di quel nome (Salvatore) che raddrizza religiosamente il cognome (che in arabo vuol dire ‟infedele”) ma ognuno con la sua specialità. C’è quello che trasportava carburanti: ‟Totò ‘u benzinaru”. Quello sempre tirato a lucido come un manichino: ‟Totò Pomata”. Quello che ha a che fare col cinema: ‟Totò ‘u cinemaro”. Ma di ‟Totò ‘u politicu”, dal giorno in cui tenne il primo discorso in piedi su un camion scassatissimo come spalla di un sottosegretario ai Lavori pubblici, c’è solo lui. Un pezzo unico, dicono nel bene e nel male gli amici e i nemici. L’unico a inventarsi, a un comizio da qualche parte dell’isola, la traduzione simultanea, a gesti, per i sordomuti. L’unico a saper domare, come fece lui poche settimane fa, una rivolta di ex detenuti decisissimi a farsi assumere. L’unico a raccontare senza imbarazzi di essersi impratichito nell’arte di Ippocrate, dopo la laurea, facendo le visite mediche al distretto militare: ‟Dovevo controllare eventuali anomalie ai testicoli invalidanti per il servizio militare. Cento visite al giorno, 500 a settimana, 2.000 al mese, 24 mila in un anno. Diventai un vero esperto in palle”. L’unico a mandare a memoria, spiegò a Sebastiano Messina, migliaia di nomi, visi e ‟speranze”: ‟La mia porta è sempre aperta e dunque bussano in tanti. Viene padre Lo Pinto e mi invita alle prime comunioni e alle recite teatrali, io ci vado e lo aiuto a costruire il palco. Quando arrivano le elezioni è lui che mi chiama e poi siede accanto a me dicendo ai parrocchiani: ‘Totò è amico nostro, è cresciuto con noi, votiamolo’‟. Secondo il suo stesso alleato Gianfranco Micciché, ‟nessuno si avvicina alla capacità clientelare di Cuffaro. Uso il termine clientelare non in senso negativo ma perché gli riconosco di avere la capacità di lavorare condominio per condominio”. Per questo, spiega lui, ogni tanto gli appioppano l’accusa di avere rapporti con brutta gente: ‟Sto in mezzo al popolo. Incontro non meno di 300 persone al giorno, e se qualcuno ha rapporti con la mafia che diavolo ne so?”. Certo, i giudici non credono fossero casuali tante relazioni pericolose. Men che meno l’incontro nel retrobottega d’un negozio d’abbigliamento a Bagheria con Michele Ajello, già socio della moglie Giacoma e potentissimo boss delle cliniche, che avrebbe informato di certe indagini. Lui giura però di poter spiegare anche quello. Era lì, senza scorta, a comprare vestiti e pensò di far due cose insieme: ‟Sono abituato a ottimizzare al massimo il mio tempo. L’ingegnere Ajello aveva minacciato di chiudere la sua struttura se non si fossero risolti i problemi legati al tariffario”. Certo è che, sotto tutto quel carico di sospetti, ironie, pretese clientelari impossibili da esaudire, inchieste giudiziarie e sentenze pendenti, un altro sarebbe stramazzato. O si sarebbe ritirato. Tanto più avendo contro Rita Borsellino che lui stesso, anche per arginar la marea, ha definito ‟una donna straordinaria”. Invece ce l’ha fatta. E ieri sera, pur sapendo di dover ringraziare soprattutto il suo amico-nemico Raffaele Lombardo, che gli presenterà il conto, poteva perfino concedersi il lusso di irridere chi aveva intonato alla fine del ‟cuffarismo”: ha perso un po’ di punti? Spallucce. Processo? Quale processo? ‟Ora non parlerò più del mio processo, se ne occupano i miei avvocati...”. Voleva dalla ‟sua” Sicilia un segnale: la ‟sua” Sicilia gliel’ha dato.
Gian Antonio Stella

Gian Antonio Stella

Gian Antonio Stella è inviato ed editorialista del “Corriere della Sera”. Tra i suoi libri Schei, L’Orda, Negri, froci, giudei & co. e i romanzi Il Maestro magro, La bambina, il pugile e il canguro, I misteri di via dell’Amorino. Insieme a Sergio Rizzo ha scritto, per Rizzoli, La Casta, La Deriva, Vandali e Licenziare i  padreterni. Con Feltrinelli ha pubblicato Tribù s.p.a. Foto di gruppo con Cavaliere bis (2005), Bolli, sempre bolli, fortissamente bolli (2014) e Se muore il Sud (con Sergio Rizzo, 2013; Premio Benedetto Croce 2014).

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