A vederlo la mattina dopo, in attesa di arrivare trionfante a Milano, fresco come una rosa (il colore della sua maglia), sbarbato come sempre e sorridente come un attore di Hollywood, non sembra certo che abbia nelle scarpette tremila chilometri e rotti: compresi toponimi che risuonano roboanti nella leggenda del ciclismo, Staulanza, Marmolada, Pordoi, Tonale, Gavia, Mortirolo. Sua Altezza Ivan Basso è più loquace del solito e usa tutti i tempi verbali: passato remoto, passato prossimo, presente, futuro. Molti congiuntivi come sempre. Un solo condizionale, che potrebbe apparire assurdo, ma la dice lunga sul tipo: ‟Avrei sicuramente potuto fare qualcosa di meglio”. Il passato remoto è Ivan che da bambino saliva il Mortirolo, ‟ma sempre dalla stesso lato”. E il ragazzino che aveva una ‟profonda ammirazione” per Indurain: ‟Ho ancora davanti agli occhi un’immagine di Borgo Val di Taro nel ‘92: Indurain che esce dal camper del controllo antidoping, un re in maglia rosa, un armadio. L’ho amato subito e mi sono detto: che bello un giorno essere come lui”. Il passato prossimo sono due o tre flash. Il primo è filosofico e si mescola con il presente: ‟Sono felice, ma non dimentico che nella mia vita ho sofferto molto per arrivare dove sono arrivato. Quando fai una scalinata molto ripida devi sempre ricordarti da dove sei partito”. Il secondo riguarda quello che lui chiama ‟il lavoro mattoncino-su-mattoncino”: ‟La mia metamorfosi è stata lenta, a differenza di altri... Cunego per esempio è arrivato di botto, ventiduenne, a vincere il Giro, e ora fa fatica, ma sono sicuro che tornerà quello di prima”. E a scanso di equivoci, un po’di understatement non guasta: ‟Non ho fatto l’impresa del secolo, non mi piace passare per un extraterrestre, sono solo il corridore che in questo Giro ha avuto meno cedimenti”. Repetita iuvant. Il terzo flash è tecnico, il che si addice al ‟figlio” di un computer in carne e ossa come il danese Bjarne Riis: ‟Quel che ha cambiato molto la cilindrata del mio motore è fare insieme il Giro e il Tour”. Il segreto è nascosto nei dettagli. Lo sa bene il ‟capo”, che, dice Ivan, ‟mi ha tirato le orecchie quando ho fatto la discesa della Thuile senza mantellina”. Il passato più recente è anche politico, ma bipartisan: una chiacchierata al telefono con Prodi che gli ha fatto i complimenti: ‟Ma la strada non è di destra o di sinistra, è di tutti. Dunque, accetterei anche una telefonata del leader dell’altro schieramento”. Poi c’è il presente, il più glorioso dei tempi: ‟È uno dei momenti più belli e non permetterò a nessuno di rovinarmelo, perché non ho rubato niente a nessuno”. Il tempo della felicità raggiunta. C’è la prima figlia, Domitilla (che ‟non vuole parlarmi da quando mi vede in televisione baciare le miss”), e c’è Santiago, che è nato venerdì e non ha ancora visto il suo papà. C’è la fierezza dell’eterno secondo diventato primo della classe, anzi della classifica. Primo anche negli striscioni esposti lungo le strade: ‟L’affetto della gente? La gente ha capito che Ivan è sempre Ivan, in tv, in corsa, al bar, in famiglia, con i suoi compagni. Sono sempre io e non cambio mai, sono sempre a posto con la coscienza e non ho paura di girare a testa alta”. Un tipo tosto? Un po’sì e un po’no: ‟Sono molto sensibile ma sono un testardo, ho la testa dura come il cemento armato”. Riis taglia corto: ‟È solo troppo buono”. Testa di cemento armato, cuore di panna, mettiamola così. Il futuro riassume tutti i tempi precedenti: affetti, figli, stage, training, Santiago e Bjarne, Micaela. Con un chiodo fisso: il Tour e la convinzione di potercela fare: ‟Credo molto al progetto Giro-Tour, ma so che sarà molto dura. Poi sarà la strada a dire...”. Progetto è la parola giusta. Gli avversari? ‟Vinokourov, Landis e Ullrich”. Ivan non lo sapeva, ma i programmi del ‟capo” sono a più lunga gittata: ‟Ho già in testa ogni cosa fino al 2008”, dice il Riis. Il tempo futuro contiene anche la morale di tutto, che spetta a Sua Altezza: ‟I festeggiamenti finiranno stasera a mezzanotte, da domani ci sarà la preoccupazione di restare due o tre giorni in famiglia senza perdere la forma e continuando a pedalare. Il ciclismo è così: le belle cose finiscono subito”.
Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano, nato ad Avola (Siracusa) nel 1956, giornalista e scrittore, già responsabile della pagina culturale del “Corriere della Sera”, dove attualmente è inviato speciale, ha lavorato anche per “la Repubblica” e per la casa editrice Einaudi come editor. Ha insegnato Cultura giornalistica alla facoltà di Lettere dell’Università Statale di Milano. Tra le sue opere ricordiamo: la raccolta di poesie Minuti contati (Scheiwiller, 1990), l’intervista con Giulio Einaudi, Tutti i nostri mercoledì (Casagrande, 2001), il romanzo Nel cuore che ti cerca (Rizzoli, 2008), La catastròfa (Sellerio, 2011, premio Volponi), sulla tragedia di Marcinelle; Giallo d'Avola (Sellerio, 2013), Ogni altra vita (il Saggiatore, 2015), I pesci devono nuotare (Rizzoli, 2016), La parrucchiera di Pizzuto (con il nome di Nino Motta, Bompiani, 2017), Respirano i muri (con il fotografo Massimo Siragusa, Contrasto 2018) e il romanzo per ragazzi Sekù non ha paura (Solferino, 2018). Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi Baci da non ripetere (1994, premio Comisso per la narrativa), Azzurro, troppo azzurro (1996), Tutti contenti (2003, premi super Flaiano, super Vittorini, Chianti, finalista premio Città di Bari), Aiutami tu (2005, premio Mondello 2006), e il reportage La famiglia in bilico (2001), oltre a l’introduzione a La mite (1997) di Dostoevskij per i “Classici”.

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