Insomma, visto che l'onorevole Cuffaro ha vinto le elezioni, del suo processo non se ne deve parlare più. Pena scomuniche politiche o grossolane invettive. La scomunica arriva, per diretta televisiva, dal senatore Angius (‟Gravissime le parole di Fava...”). L'invettiva la scaglia invece un anonimo articolo del ‟Foglio” (scritto, sappiamo, dal suo vicedirettore Bellasio, lo stesso che duettava con Angius in tivù) che rispolvera il più vieto armamentario polemico: ‟Fava? Giustizialismo forcaiolo!”. Amen.
Ora, sul ‟Foglio” si può anche sorvolare: il sig. Bellasio appartiene a quella genia di garantisti pronti, magari, a invocare il carcere a vita se gli rubano l'autoradio sotto casa ma convinti che in Sicilia la parola mafia non debba essere nemmeno sillabata, pena l'epiteto di ‟forcaiolo”. E transeat pure per Gavino Angius che sulle cose di Sicilia mostra la stessa algida supponenza di chi discetta di terzo o quarto mondo. Resta il fatto: cioè quel processo. Che per la prima volta vede il presidente di una Regione imputato e rinviato a giudizio per favoreggiamento aggravato a vantaggio di Cosa Nostra.
D'accordo, Cuffaro è stato riconfermato governatore: e con questo? Dobbiamo fingere che il processo non sia mai esistito? E che la sentenza rischia di precipitare la Sicilia nella più indecorosa crisi istituzionale della sua storia? Oppure vogliamo affidare ai plebisciti elettorali - come chiedeva Cuffaro alla vigilia del voto - il compito di sostituirsi ai giudici? Sarebbe pure più semplice: se un imputato viene rieletto, è per ciò stesso innocente...
Il problema (uno dei problemi) è che non siamo di fronte a un episodio marginale o alla vaga disavventura giudiziaria di un politico siciliano. Questo processo ha portato sul banco degli imputati un'intera stagione di governo, mostrando - al di là delle responsabilità che verranno o meno accertate a carico di Cuffaro - la promiscuità tra la mafia e un pezzo determinante di politica siciliana. Tanto per capire di che si parla: ci sono tre assessori di Cuffaro, tutti del suo partito, finiti in manette uno dopo l'altro per aver offerto, a vario titolo, favori e coperture a Cosa Nostra. Ci sono i documenti filmati degli incontri tra il governatore e il signor Michele Aiello, re delle cliniche siciliane e grand commis di Bernardo Provenzano, nel retrobottega di un negozio di biancheria intima di Bagheria. C'è la disinvolta richiesta di Cuffaro ad Angelo Siino in occasione - siamo nel 1991 - della sua prima campagna elettorale: ‟Devi farmi arrivare primo degli eletti in Sicilia!”.
Quel processo è insieme cronaca e storia, che ci piaccia o no. È la foto impietosa ma onesta di una terra in cui voto e consenso non sempre marciano affiancati. È il segno di una politica - nel migliore dei casi - opaca, ammiccante, reticente. Che ha meritato il diritto elettorale di rimanere, per i prossimi cinque anni, politica di governo. E allora? C'imbavagliamo fino al 2011? Oppure facciamo atto di sottomissione popolare ai vincitori e chiediamo ai giudici di cancellare tutti i processi che li riguardano? Nessuno si augura la condanna di Cuffaro: ci auguriamo un atto di verità e di giustizia dal quale (colpevolezza o innocenza) non potremo prescindere. E pazienza se nei salotti buoni della capitale anche la memoria dei fatti è ormai sbrigativamente bollata come giustizialismo: siamo adusi a ricevere queste invettive dagli amici di Cuffaro. Meno a sentirne l'eco nelle parole dei dirigenti dei Democratici di Sinistra.
Claudio Fava

Claudio Fava

Claudio Fava (1957), giornalista e politico, ha dedicato gran parte della sua attività professionale alla denuncia della criminalità organizzata (il padre Giuseppe è stato ucciso dalla mafia) ed è autore tra l’altro di Cinque delitti imperfetti (Mondadori, 1994), Il mio nome è Caino (Baldini & Castoldi, 1997) e Quei bravi ragazzi (Sperling & Kupfer, 2007). Con Feltrinelli ha pubblicato I cento passi (2001), insieme a Marco Tullio Giordana e Monica Zapelli, e Teresa (2011).

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