Alla fine, il primo pride glbt della storia russa non c'è stato. L'hanno impedito con un collaudato gioco di squadra la polizia e i gruppi di estremisti scesi in piazza per opporsi militarmente alla manifestazione. La polizia ha fermato una ventina di attivisti ma per il resto si è limitata a non fare niente, lasciando tutto in balia di diverse centinaia di difensori della morale tradizionale che sono effettivamente riusciti a impedire a poche decine di militanti glbt, quasi tutti stranieri, di tentare qualunque iniziativa.
«Ci siamo trovati in una situazione surreale», racconta il presidente di Arcigay Sergio Lo Giudice, presente a Mosca in delegazione con il responsabile esteri dell'associazione, Renato Sabbadini. «Da una parte c'erano 1700 poliziotti in tenuta antisommossa e dall'altra una folla di contromanifestanti che urlavano slogan e comiziavano. Alcuni pregavano vestiti in costumi tradizionali. In mezzo a loro c'eravamo noi, in un rapporto più o meno di uno contro dieci, insieme a una marea di giornalisti e telecamere. Eravamo circondati. Nessuno ha avuto il coraggio neppure di tirare fuori una bandiera o uno striscione per non essere aggredito. Anche se le aggressioni ci sono state lo stesso. Appena qualcuno parlava con i giornalisti veniva identificato come partecipante al pride e veniva assalito dalla folla, mentre la polizia non faceva assolutamente nulla per difenderci».
Dopo il divieto di manifestare deciso dalle autorità cittadine e confermato dalla magistratura gli organizzatori del pride avevano deciso di scendere in piazza ugualmente, modificando all'ultimo momento il programma della manifestazione. Ieri mattina, durante un'affollatissima conferenza stampa, avevano convocato due distinti presidi. Uno alle 14,30 davanti al monumento al milite ignoto e l'altro mezz'ora dopo nella piazza del municipio, vicino alla statua del fondatore di Mosca Yuri Dolgoruki. Le due piazze sono vicine tra loro e nel tragitto tra l'una e l'altra ci sarebbe stata la possibilità di improvvisare un corteo, se non ci fosse stata la bellicosa vigilanza dei contromanifestanti protetti dalla polizia.
Mentre la folla stroncava sul nascere qualunque velleità di marciare, menando le mani all'occorrenza, la polizia fermava i capi della «rivolta omosessuale». Il primo a finire sotto custodia è stato il promotore del pride Nicolai Alekseev, bloccato mentre cercava di deporre una corona di fiori davanti al monumento ai caduti della seconda guerra mondiale per sottolineare il significato antifascista della manifestazione glbt. Altri arresti sono stati effettuati davanti al municipio di Mosca. Tra i fermati anche Yevgenia Debrinskaia, nota militante lesbica portata via dagli agenti perché «provocava» gli estremisti in piazza parlando con i giornalisti.
I fanatici, intanto, picchiavano al grido di «Fuori i sodomiti dalla Russia», con l'assistenza spirituale di religiosi benedicenti e di beghine munite di icone sacre. Delle botte hanno fatto le spese anche alcuni ospiti stranieri, come il deputato verde tedesco Volker Beck, aggredito da una ventina di persone mentre stava rilasciando un'intervista e poi portato via dalla polizia. Sorte simile per due militanti gay francesi, scoperti a parlare di fronte a una telecamera e costretti a scappare inseguiti dalla folla. Sono riusciti fortunatamente a mettersi in salvo rifugiandosi in un bar.
La giornata di ieri ha dimostrato ancora una volta che la Russia rimane molto lontana dagli standard dell'Europa democratica. E che il rifiuto di riconoscere il diritto di esistere delle persone glbt cementa un'opposizione furibonda che mostra i tratti più preoccupanti dell'autoritarismo intollerante. Il potere politico ha dato prova anche in questa occasione di non attribuire troppo peso al giudizio dell'opinione pubblica occidentale, mentre il movimento glbt russo si è rivelato più debole di quanto si potesse supporre e non è riuscito a portare in piazza un dignitoso numero di persone. Una lezione da tenere presente per il futuro è che la solidarietà internazionale, da sola, non basta.
«Nei paesi dell'est - commenta Renato Sabadini di Arcigay - non è bastata la caduta del muro per ottenere un istantaneo cambiamento della cultura delle persone. Alla base delle libertà sessuali ci sono processi che richiedono tempo: a essere ottimisti in Russia occorreranno almeno dieci anni». Un risultato positivo comunque c'è. Grazie all'attenzione internazionale che il mancato pride è riuscito a catalizzare, da domani la battaglia per i diritti glbt avrà qualche chance in più per uscire dall'ombra.
Gianni Rossi Barilli

Gianni Rossi Barilli

Gianni Rossi Barilli, nato a Milano nel 1963, giornalista, partecipa da vent’anni alle iniziative del movimento omosessuale, come militante, scrivendo, discutendo e anche litigando. Ha lavorato a “il manifesto” dal 1986 al 1996. Per Feltrinelli ha pubblicato Il movimento gay in Italia (1999) e ha curato, con Paola Mieli, Elementi di critica omosessuale (2002) di Mario Mieli.

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