Se il comportamento della coalizione e del neonato governo di centrosinistra, in queste prime settimane di lavoro, può aver dato adito a qualche critica, è pur vero che si sono registrati segnali incoraggianti, capaci di evidenziare un'impronta politica di discontinuità positiva rispetto al precedente esecutivo. L'operazione con cui si va stigmatizzando, in una cornice di allarmismo, la ‟radicalità” delle posizioni espresse dai ministri Rosy Bindi, Livia Turco, Barbara Pollastrini ed Emma Bonino - colpevoli, secondo alcuni, di un'avventurosa emulazione del sistema di libertà civili promosso dal governo spagnolo - appare tanto di maniera quanto poco attenta al dato politico. Un dato che vorremmo, sinteticamente, riassumere così: si propone un corso politico alternativo a quello illiberale promosso dal governo Berlusconi: e lo si va facendo, per l'appunto, a partire da provvedimenti che non impegnano l'economia e che riguardano le garanzie e le libertà riconosciute ai cittadini. È in questo quadro, crediamo, che possono essere letti i pronunciamenti in materia di unioni civili, di pillola abortiva Ru486, di procreazione assistita, di difesa della legge 194, ed altri ancora: ovvero il tentativo di invertire una deriva proibizionista, paternalistica, espressione di una concezione etica dello stato e della sfera pubblica, promossa dalla Casa delle libertà per cinque lunghi anni. Un tentativo, insomma, che, più che avere a che fare con la Spagna o con qualche altro côté politico di tendenza, ha molto a che fare con la storia recente del nostro paese.
Altrettanto colpevolmente si tende a isolare taluni argomenti, agitando la ‟questione cattolica” e richiamando alla sensibilità etica dei temi in discussione, senza riconoscere che essi fanno parte di un programma organico: li si presenta come provocazioni, fughe in avanti, estremismi laicisti, tentativi di smantellamento dell'operato del precedente governo.
Prendiamo la questione della Ru486. ‟Nessun ostacolo alla pillola abortiva Ru486, ma all'interno delle indicazioni della legge sull'aborto e senza alcuna sperimentazione selvaggia”. Questo è quanto ha affermato Livia Turco, che ha aggiunto di essere favorevole a quel farmaco ‟come metodica alternativa e sicura per la salute della donna, ma nell'ambito della legge 194”. E giù polemiche e ridda di contestazioni, e già si alzano barricate, e già si profilano strenue tenzoni ‟a botte” di morale. Nessuno che abbia notato come quelle dichiarazioni si inquadrino in un indirizzo complessivo, che contempla temi altrettanto rilevanti, almeno da un punto di vista sanitario. Due su tutti: l'agevolazione del ricorso ai farmaci derivati da oppiacei nelle cure palliative e l'inserimento nei livelli essenziali di assistenza (Lea) dell'anestesia epidurale per il parto senza dolore. Se si considerano congiuntamente le tre questioni, ci si rende conto che quello in atto non è un programma di ‟secolarizzazione dei costumi”, ma - più pragmaticamente e semplicemente - il tentativo di affermare in Italia una cultura e una prassi mediche ispirate alla riduzione del dolore.
Sono passati cinque anni dalla legge che ha semplificato le procedure relative alla prescrizione dei farmaci a base di morfina. Quella legge ha prodotto risultati contraddittori e disomogenei: l'impiego di quei prodotti farmaceutici è cresciuto sensibilmente (da 7 a 22 milioni di dosi annue nell'ultimo biennio); e, tuttavia, il mercato di quella classe di farmaci copre appena lo 0,30% della spesa farmaceutica nazionale, dato senza eguali a livello europeo. Nel nostro paese ci sono, altresì, circa trecentomila malati interessati da dolori gravissimi: metà di questi sono malati di cancro senza speranza di guarigione, l'altra metà è composta da malati affetti da patologie neurologiche, respiratorie, cardiache, infettive. Se ci riferiamo, poi, a forme di dolore pur sempre croniche e persistenti, ma meno acute, le cifre aumentano considerevolmente: ad esserne colpito sarebbe addirittura il 14% degli italiani.
I farmaci antidolore oggi più utilizzati sono gli antinfiammatori: che, oltre ad avere un costo dieci volte superiore a quello degli oppiacei, comportano un sensibile rischio di tossicità, specie negli anziani (ovvero nei pazienti dove è più frequente una sintomatologia dolorosa e cronica). Pure, la morfina e i suoi derivati, dai molti studi scientifici prodotti negli anni, si rivelano farmaci efficaci, con modesti effetti collaterali e di facile impiego. Sono molte le cause - di natura legislativa, burocratica, medica - che spiegano il loro scarso utilizzo: ma, sopra ogni altra, vi è la mancata disponibilità a riconoscere che il dolore, in molti casi, non è un semplice sintomo, men che meno un sintomo inevitabile; piuttosto è, in sé, una patologia vera e propria.
Ovvero un modo di essere, di vivere, di percepire, una condizione generale e pervasiva. Ecco perché le terapie antalgiche non dovrebbero limitarsi alle fasi terminali delle malattie neoplastiche e a poche altre condizioni ‟classiche”; piuttosto, dovrebbero interessare varie condizioni patologiche di gravità e persistenza (come nel caso del dolore neuropatico per lesioni nervose centrali o periferiche, che con l'invecchiamento della popolazione colpisce un numero crescente di persone).
Ora il neoministro della Sanità intende ridurre sensibilmente il carico burocratico che grava sulla prescrizione e l'impiego dei farmaci antidolore, divenuto ancor più oneroso con la nuova legge sulle droghe, la ‟Giovanardi-Fini”: partendo dall'eliminazione dei ricettari speciali, fornendo linee guida per un impiego metodico di queste terapie attraverso la misurazione e la registrazione del dolore e l'aggiornamento degli operatori sanitari, promuovendo informazione e consapevolezza nella cittadinanza (il 78% degli italiani ignora del tutto la possibilità del ricorso alle cure palliative).
Assumiamo, allora, la questione degli oppiacei come emblematica delle altre citate in ambito sanitario (si pensi a quel 30% di donne che richiedono l'anestesia epidurale per il parto: solo il 4% di loro riesce ad ottenerla con il supporto del servizio sanitario nazionale; e pensiamo a quale attesa ha suscitato la pillola Ru486, tra quante credono di non dover vivere l'aborto come una sofferenza fisica, oltre che morale). Ecco, ci viene da pensare che sempre più spesso, in questo paese, si finisce col tirare in ballo questioni etiche laddove la ratio della politica imporrebbe il confronto su altri piani; e, in questo caso, interviene il timore che a una politica sanitaria di lotta al dolore si opponga, infine, una cultura che per secoli ha interpretato la sofferenza come espiazione, come male necessario e nobilitante, salvifico, produttivo di senso e di insegnamento.
Una tradizione che legge la volontà di riduzione del dolore come opzione edonistica e mondana, che non comprende come la sofferenza fisica, assai spesso, renda l'uomo molto più ‟corporeo”, fino a fare di lui, nelle esperienze estreme, un semplice ‟corpo dolente”. Ma non è con questo schema di lettura che si può interpretare la speranza che migliaia di pazienti nutrono in una vita (e in una conclusione della vita) più dignitosa. Che è, poi, la premessa affinchè la possibilità di sottrarsi al dolore intollerabile limiti la domanda di anticipare la morte.
Luigi Manconi

Luigi Manconi

Luigi Manconi insegna Sociologia dei fenomeni politici presso l’Università IULM di Milano. È parlamentare e presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato. Tra i suoi libri recenti: Corpo e anima (Minimum fax 2016), La pena e i diritti (con G. Torrente; Carocci, 2015), Abolire il carcere (con S. Anastasia, V. Calderone, F. Resta, Chiarelettere 2015), Accogliamoli tutti (con V. Brinis; Il Saggiatore 2013), La musica è leggera (Il Saggiatore, 2012), Non sono razzista ma. La xenofobia degli italiani e gli imprenditori politici della paura (con Federica Resta; Feltrinelli, 2017). Nel 2001 ha fondato l’associazione A buon diritto.

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