Ci sono tante fotografie che mostrano Beppe Fenoglio nei suoi luoghi. Il suo modo di porsi, rispetto al paesaggio che lo circonda, sempre con cravatta, abito chiaro, fazzoletto infilato nel taschino, rende, forse involontariamente, il senso di superiore astrazione e insieme di devozione alla sua terra. Che è la terra dei morti. In una famosa fotografia lo vediamo camminare sulla via principale di San Benedetto Belbo, sempre giacca chiara e cravatta scura, sempre un fazzoletto bianco al taschino: quasi fosse in fuga solitaria da una festa di nozze. Il passo deciso ma dinoccolato, le braccia penzolanti, l’eleganza estemporanea fanno pensare a certi macachi di provincia cantati da Paolo Conte. Quello stesso giorno, lo ritroviamo seduto con due amici su un tronco rovesciato lungo una strada sulla collina. Nell’autoscatto, gli altri due sono in posa, lui è colto di sorpresa, in movimento, una sigaretta tra le dita. C’è poi una fotografia che lo raffigura sempre in cammino, sempre le braccia penzolanti, su un curvone sterrato dalle parti di Valdivilla, più o meno dove il suo compagno d’armi Dario Scaglione, detto Tarzan, dopo aver salvato un partigiano ferito, era morto fucilato dai repubblichini il 24 febbraio 1945. Una camminata svelta e molleggiata, quasi Beppe, anche qui in fuga, avesse fretta di raggiungere il suo amico. La foto più bella incornicia per intero la sua sagoma asciutta di scorcio, la solita cravatta nera, mentre dall’alto guarda la Valle Belbo, distesa davanti a lui a perdita d’occhio. In una lettera all’amico Bertolino, Fenoglio ironizzava sul proprio stile «cavalleresco e superiore». Ma c’è poco da scherzare, sono due aggettivi che dicono bene il rapporto di Fenoglio con le sue Langhe e quel modo di guardare alle sue colline. Con la devozione e la pietà di chi sa che lì sotto ci sono i propri morti. Lo stesso sentimento che ha prodotto uno degli incipit più belli della nostra letteratura (La malora): «Pioveva su tutte le Langhe, lassù a San Benedetto mio padre si pigliava la prima acqua sottoterra».
Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano, nato ad Avola (Siracusa) nel 1956, giornalista e scrittore, già responsabile della pagina culturale del “Corriere della Sera”, dove attualmente è inviato speciale, ha lavorato anche per “la Repubblica” e per la casa editrice Einaudi come editor. Ha insegnato Cultura giornalistica alla facoltà di Lettere dell’Università Statale di Milano. Tra le sue opere ricordiamo: la raccolta di poesie Minuti contati (Scheiwiller, 1990), l’intervista con Giulio Einaudi, Tutti i nostri mercoledì (Casagrande, 2001), il romanzo Nel cuore che ti cerca (Rizzoli, 2008), La catastròfa (Sellerio, 2011, premio Volponi), sulla tragedia di Marcinelle; Giallo d'Avola (Sellerio, 2013), Ogni altra vita (il Saggiatore, 2015), I pesci devono nuotare (Rizzoli, 2016), La parrucchiera di Pizzuto (con il nome di Nino Motta, Bompiani, 2017), Respirano i muri (con il fotografo Massimo Siragusa, Contrasto 2018) e il romanzo per ragazzi Sekù non ha paura (Solferino, 2018). Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi Baci da non ripetere (1994, premio Comisso per la narrativa), Azzurro, troppo azzurro (1996), Tutti contenti (2003, premi super Flaiano, super Vittorini, Chianti, finalista premio Città di Bari), Aiutami tu (2005, premio Mondello 2006), e il reportage La famiglia in bilico (2001), oltre a l’introduzione a La mite (1997) di Dostoevskij per i “Classici”.

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