Due le rivelazioni più importanti di Report, a nostro avviso. Innanzitutto la percezione di Andrea Carpani (l'agente del Sismi alla guida della macchina su cui viaggiavamo con Calipari, dunque un esperto militare) che a sparare quella notte del 4 marzo 2005 fossero armi diverse, come hanno sempre sostenuto i nostri periti, e non una sola. Non è cosa da poco rispetto alla dinamica dei fatti.
La seconda rivelazione riguarda i contenuti della trattativa rivelati nell'intervista di Gabriele Polo e Valentino Parlato, che confermano la valenza politica del sequestro. Che non aveva come obiettivo tanto un riscatto in danaro ma una richiesta politica. Aver compreso questo ha del resto permesso ai compagni del ‟manifesto”, ai pacifisti e a chi voleva la mia liberazione di realizzare grandi mobilitazioni con una doppia valenza ben sintetizzata nella parola d'ordine: ‟Liberate Giuliana, liberate l'Iraq”.
L'obiettivo politico del sequestro era il rientro sulla scena politica irachena dei sunniti che ne erano rimasti esclusi, tanto più che non avevano partecipato alle elezioni del 30 gennaio 2005 e quindi non avrebbero avuto una rappresentanza né nell'elaborazione della Costituzione né in una futura ricostruzione (politica, istituzionale ed economica) dell'Iraq. L'Italia, paese impegnato nell'occupazione dell'Iraq, avrebbe potuto svolgere un ruolo di mediazione rispetto agli alleati americani, che pure cercavano un contatto con gruppi sunniti per provare a disinnescare la violenza della resistenza. Una resistenza che peraltro tentava sempre più di smarcarsi dal terrorismo dei gruppi jihadisti legati ad al-Zarqawi, che con le stragi di iracheni macchiavano l'immagine di chi combatteva per la liberazione del proprio paese.
Una trattativa che se avesse avuto buon esito in effetti avrebbe potuto ripristinare un controllo sul ‟triangolo sunnita”, visto che le milizie dell'ex partito Baath e i soldati del disciolto esercito (molti dei quali sostengono la resistenza) sono gli unici iracheni (ancora oggi) ad avere la preparazione e la conoscenza del terreno per poterlo fare.
La richiesta, dunque, oltre alla mia liberazione avrebbe potuto veramente contribuire all'inizio di una ‟pacificazione” (anche se cosa diversa dal ritorno della pace) dell'Iraq e a un coinvolgimento dei sunniti (e non solo di alcuni partiti religiosi) nel processo iracheno. Una trattativa è stata effettivamente avviata in quel periodo dai comandi militari americani con alcuni gruppi sunniti ma evidentemente non con quelli che avrebbero potuto garantire una tregua sul piano militare per favorire un dialogo anche sul piano politico.
Un tentativo fallito dunque non tanto perché votato in partenza al fallimento quanto perché gli interlocutori erano sbagliati.Questa ipotesi, che del resto era stata proposta e sostenuta anche dalla Francia come base per una conferenza internazionale sull'Iraq, resta tuttora valida. Senza avere bisogno di uno o più sequestri di persona.
Giuliana Sgrena

Giuliana Sgrena

Giuliana Sgrena, inviata de ‟il manifesto”, negli ultimi anni ha seguito l'evolversi di sanguinosi conflitti, in particolare in Somalia, Palestina, Afghanistan, oltre alla drammatica situazione in Algeria. Negli ultimi due anni ha raccontato la guerra e l'occupazione in Iraq. Nei suoi servizi cerca di indagare la realtà che sta dietro lo scontro armato, la vita quotidiana delle principali vittime delle guerre moderne: donne e bambini. Ha dedicato particolare attenzione all'islamismo e al suo effetto sulla condizione delle donne. Attualmente collabora, tra l'altro, con RaiNews24, con il settimanale tedesco ‟Die Zeit”, con la radio della Svizzera italiana e con riviste di politica internazionale. Libri pubblicati: La schiavitù del velo, voci di donne contro l'integralismo islamico (manifestolibri 1995); Kahina contro i califfi, islamismo e democrazia in Algeria (Datanews 1997); Alla scuola dei taleban (manifestolibri 2002); Il fronte Iraq, diario da una guerra permanente (manifestolibri 2004).

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