L'autunno dell'addio alle armi!
‟Altro che addio alle armi!”. Con questa battuta perentoria Massimo D'Alema ha inteso prefigurare e precisare una settimana fa sulle pagine del ‟Corriere della sera‟ quale sarà la politica estera del nuovo governo italiano. L'Italia non modificherà il suo atteggiamento in tema di uso della forza militare. Schierando oltre i suoi confini circa 10.000 unità, oggi il nostro paese è uno dei più impegnati all'estero con le proprie forze armate. Lo è - dichiara compiaciuto il nostro ministro degli esteri - dagli anni in cui il centrosinistra era al governo. E cioè dagli anni in cui il governo D'Alema ha voluto la piena partecipazione dell'Italia alla ‟guerra umanitaria” della Nato contro la Repubblica jugoslava.
Quella guerra di aggressione -- sarà bene ricordarlo -- ha provocato la morte di migliaia di persone innocenti, ha usato armi di distruzione di massa come le cluster bombs e i proiettili all'uranio impoverito, ha fatto strage di giornalisti serbi bombardando la televisione di Belgrado, ha consentito agli Stati Uniti di insediarsi in Kosovo nell'immensa base militare di Camp Bondsteel. Nel corso della guerra Bill Clinton aveva esaltato la ‟rocciosa fedeltà” di D'Alema e D'Alema si era dichiarato orgoglioso di appartenere al ‟giro nobile dei grandi”, e cioè di essere entrato, come ha scritto, ‟in una certa agenda di telefonate del presidente degli Usa”.
Dunque nessuna discontinuità rispetto al passato. I nostri soldati - dichiara D'Alema - hanno guadagnato sul campo di battaglia il rispetto della comunità internazionale, servendo il loro paese con grande coraggio e abilità, e continueranno a farlo con il governo di centrosinistra. Lo faranno in particolare in Afghanistan e nei Balcani.
A questo punto diventa incomprensibile quali possono essere le ragioni per le quali l'Italia dovrebbe ritirare i suoi soldati dall'Iraq. E infatti, come può bastare l'affermazione di D'Alema, di ritorno da Baghdad che annuncia ‟via le truppe entro l'autunno” senza riflettere sul rischio più che evidente che in questo periodo i soldati italiani siano impegnati in operazioni di guerra indiretta o diretta? Perché non dovrebbe continuare a contribuire alla ‟ricostruzione democratica” dell'Iraq protetta comunque da contingenti armati, oppure conservando, o addirittura aumentando, la presenza delle sue truppe? Che differenza c'è fra Nassiriah e Kabul? Le operazioni che i reparti italiani inquadrati nella Nato stanno compiendo e dovranno compiere sempre più in Afghanistan sono diverse e meno cruente rispetto, ad esempio, alla strage compiuta dai militari italiani nell'aprile 2004 contro la popolazione civile asserragliata sul ponte dell'Eufrate? E perché non garantire subito agli Stati Uniti la partecipazione dei soldati italiani alla prossima ‟guerra umanitaria”, magari contro l'Iran? Condoleezza Rice, che nei prossimi giorni Massimo D'Alema si precipiterà a visitare a Washington, ne sarebbe compiaciuta e l'agenda telefonica del presidente Bush renderebbe sicuramente onore al militarismo umanitario e al patriottismo atlantico del ministro degli esteri italiano. In realtà, ciò che risulta evidente è l'assenza di una linea di politica estera nel nuovo governo di centro-sinistra. Attorno alla questione della guerra e della pace l'ambiguità è radicale anzitutto all'interno della sinistra. Da una parte ci sono i fautori di un pacifismo istituzionale che intende restare fedele ai principi della Costituzione italiana. L'art. 11, come è noto, ripudia la guerra di aggressione e consente l'uso della forza solo per difendere il paese da un attacco armato, come del resto prevede l'art 51 della Carta delle Nazioni Unite. Dall'altra parte, all'ombra del ‟Washington consensus”, ci sono i fautori spregiudicati di un militarismo globale che sotto la copertura della tutela internazionale dei diritti umani o della guerra contro il terrorismo si fanno sostenitori e complici di guerre di aggressione. Sono guerre che violano il diritto internazionale generale, la Carta delle Nazioni Unite e le Convenzioni di Ginevra. Ma nessuna Corte penale internazionale, ad hoc o permanente, li ha mai sottoposti a indagini o processi, pur avendone in teoria la piena competenza.
Danilo Zolo

Danilo Zolo

Danilo Zolo ha insegnato Filosofia del diritto e Filosofia del diritto internazionale nella facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Firenze. È stato Visiting Fellow in numerose università inglesi e statunitensi e nel 1993 gli è stata assegnata la Jemolo Fellowship presso il Nuffield College di Oxford. Ha tenuto corsi di lezioni in Argentina, Brasile, Messico e Colombia. Nel 2001 ha fondato la rivista elettronica internazionale “Jura Gentium”. Fra i suoi scritti: Reflexive Epistemology (Kluwer, 1989); Democracy and Complexity (Polity Press, 1992); I signori della pace (Carocci, 1998); Invoking Humanity: War, Law and Global Order (Continuum, 2002); Globalizzazione. Una mappa dei problemi (Laterza,); La giustizia dei vincitori (Laterza, 2006). Per Feltrinelli ha pubblicato: Scienza e politica in Otto Neurath (1986); Il principato democratico (1992); Cosmopolis (1995); Lo Stato di diritto (con Pietro Costa; 2002); L’alternativa mediterranea (con Franco Cassano; 2007); L’alito della libertà. Su Bobbio (2008) e Sulla paura (2011).

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