L'accusa è precisa: secondo Amnesty International alcuni stati europei sono complici delle violazioni dei diritti umani commessi durante il programma delle rendition attuato dagli Stati uniti. È chiamata così la pratica (illegale sotto ogni profilo) di detenere persone senza attenersi a procedure legali e trasferirle segretamente in paesi dove questi prigionieri saranno interrogati, in molti casi torturati, a volte scomparsi. Proprio come è successo all'imam egiziano Abu Omar, prelevato a Milano da agenti della Cia nel febbraio 2003, portato nella base Usa di Aviano e là fatto volare prima a Ramstein (Germania) e poi in Egitto, dove pare sia stato torturato - ed è ancora detenuto, senza accuse precise e in isolamento.
Finora gli stati europei coinvolti in episodi simili hanno negato di avere alcuna responsabilità nelle rendition. Ed è proprio questo che Amnesty confuta in un rapporto diffuso oggi. Dal titolo ‟Partner in un crimine: il ruolo dell'Europa nelle rendition Usa”, si fonda su registri di volo, inchieste giornalistiche, dichiarazioni di agenti delle intelligence, denunce di organizzazioni non governative e indagini della magistratura. Ricostruisce in particolare sei casi di rendition che coinvolgono sette stati europei (di cui 4 membri dell'Unione europea) e 13 vittime: l'imam preso a Milano è uno di questi e coinvolge l'Italia; gli altri coinvolgono Macedonia, Bosnia Erzegovina, Turchia, Germania, Regno unito e Svezia. Le persone prelevate illegalmente sono state trasferite verso paesi dove è noto che subiranno tortura o altri abusi (nei casi descritti, in Egitto o Siria, o nel campo di prigionia di Guantanamo, o nella base americana di Bagram in Afghanistan).
Questi stati europei, dice Amnesty, sono da considerare complici. I loro aereoporti e basi aeree militari sono stati usati da aerei della Cia (o presi in affitto dalla Cia); in qualche caso le autorità di stati europei hanno fornito informazioni utili a far arrestare persone o le hanno arrestate e consegnate ai servizi statunitensi. In altri casi hanno semplicemente permesso l'uso delle proprie infrastrutture e spazio aereo. In generale, hanno chiuso gli occhi. E in base al diritto internazionale, insiste Amnesty, questo significa essere complici di abuso dei diritti umani.
Amnesty International chiede che il Summit europeo di domani discuta della complicità di alcuni stati dell'Unione nelle rendition. Chiama in causa anche, in particolare, il governo di Roma: la sezione italiana di Amnesty ieri ha inviato una lettera al presidente del consiglio Romano Prodi e al ministro della giustizia Clemente Mastella, in cui afferma che ‟la complicità e le omissioni degli stati coinvolti, contrarie ai loro obblighi di diritto internazionale e interno, hanno contribuito fortemente a rendere possibili gli abusi connessi a questa prassi illegale e tra questi paesi vi è anche l'Italia”. Nel caso dell'imam Omar appare ‟inverosimile che tale operazione si sia svolta senza che alcun pubblico funzionario italiano ne fosse a conoscenza”. Al governo italiano dunque l'organizzazione per i diritti umani chiede di ‟contribuire a fermare la pratica delle "rendition" dichiarando pubblicamente tale impegno, avviando inchieste imparziali e cooperando alle inchieste internazionali già in corso”.
Finora la storia delle rendition è stata indagata solo dal Parlamento europeo (un rapporto ancora provvisorio pubblicato in aprile diceva ‟non plausibile che certi governo europei non fossero a conoscenza ... delle attività che avevano luogo nei loro territori, aereoporti e spazi aerei) e dal Consiglio d'Europa (il 7 giugno il senatore Dick Marty, a nome dell'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa, ha diffuso il suo rapporto provvisorio: ‟è ormai chiaro che le autorità di diversi paesi europei hanno attivamente partecipato con la Cia in queste attività illegali”, dice). E l'intera storia tra l'altro mette in luce che i servizi segreti Usa possono svolgere operazioni coperte in Europa senza rendere conto di nulla: l'Unione europea, chiede Amnesty, deve stabilire un quadro di regole per disciplinare le attività dei servizi, nazionali ed esteri.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>