Una battaglia in piena regola: i protagonisti erano armati di fucili automatici kalashnikov, mortai e rpg (acronimo di rocket-propelled grenades, i lanciarazzi ‟portatili” che si tengono su una spalla e sparano granate). Nello scontro sono state ferite 12 persone, dicono fonti ospedaliere; testimoni parlano anche di due morti, una donna e un bambino, ma non ci sono conferme certe. La battaglia è avvenuta lunedì, teatro di guerra è stata l'agenzia di Kurram, uno dei distretti semiautonomi del Pakistan nord-occidentale al confine con l'Afghanistan. È una zona di montagne aspre e semiaride popolate dai clan pashtoon, o pathan (8 o 9 milioni di pathan sono cittadini pakistani e hanno legami familiari o di clan con i circa 6 milioni di pathan nelle regioni afghane confinanti). Protagonisti del conflitto scoppiato lunedì sono gli uomini di due clan, i Malikhel e un altro gruppo di cui le agenzie di stampa non riferiscono il nome. Oggetto del contendere, l'acqua: lo scontro è scoppiato in effetti quando i Malikhel hanno tentato di deviare alcuni canali di irrigazione verso i loro campi, e uomini del clan rivale hanno tentato di fermarli, spiega la ‟Reuter”. Uno scontro a fuoco con kalashnikov, mortai e rpg non è una notizia così straordinaria, in quelle montagne di frontiera: da almeno vent'anni il confine pakistano-afghano è zona di conflitto e fa notizia per le sue varie ‟guerre sante” (anti-sovietica negli anni '80, anti-americana adesso), i movimenti fondamentalisti cresciuti all'ombra di scuole coraniche tradizionaliste, la densità di armi, il contrabbando di oppiacei, le ondate di profughi. È nota anche come anche una zona molto tradizionalista, i pashtoon sono molto attaccati alla loro immagine di ‟razza guerriera”, l'onore del clan è un valore supremo, gran parte delle persone sono ben armate e la violenza è un modo accettato di risolvere le dispute”. Quello che è meno noto è che quelle ‟agenzie tribali”, come tutta la Provincia pakistana di Nord-Ovest, sono estremamente fragili dal punto di vista ecologico: che non è certo la prima volta che scoppia un conflitto violento per le scarse risorse naturali. La scarsità d'acqua ad esempio è strutturale. Certo, quest'anno manca acqua anche perché le piogge e la neve l'inverno passato sono state scarse (e questa parte occidentale del Pakistan non risente del regime dei monsoni che regola le piogge nel subcontinente indiano - ma del resto anche il monsone che sta raggiungendo proprio in queste settimane l'India settentrionale quest'anno sembra scarso). La crisi è profonda, anzi: secolare. Oggi la strada che sale al Khyber Pass attraversa vallate aride, con poche macchie di verde attorno ai villaggi o lungo il corso dei torrenti. Non è sempre stato così: ma a metà dell'800, questo era l'estremo occidentale dell'India britannica, i colonizzatori hanno cominciato a tagliare le foreste di pino azzurro, abete e abete rosso che ricoprivano i pendii, per fornire materia prima alle infrastrutture del Raj (‟regno”: era chiamata così l'India coloniale). Non sono mai riusciti a pacificare del tutto le tribu pashtoon, i colonizzatori, e il Khyber Pass - via commerciale importantissima sulla strada che da Kabul scende in India - è sempre rimasto un luogo infido. Ma hanno cercato di colonizzare la regione organizzandovi l'agricoltura e costruendo sistemi di irrigazione. Il panorama brullo di oggi ne è il risultato. La deforestazione è stata massiccia (ed è proseguita anche dopo la decolonizzazione, bisogna dire), i sistemi di irrigazione inefficenti. ‟Oggi l'erosione dei suoli, la saturazione d'acqua dei terreni durante le piogge, le alluvioni improvvise, la salinizzazione del terreno sono il risultato”, scrivono Richard Matthew e Asif Ali Zaidi nel libro collettivo Conserving the Peace: Resources, ivelihood and Security (edito dall'International Institute for sustainable Development e dall'Unione mondiale per la conservazione della natura-Iucn), dove analizzano il caso del Pakistan settentrionale. Dunque: un secolo e mezzo di deforestazione, l'erosione dei suoli, sistemi di irrigazione che funzionano male anche perché i reservoirs si riempiono di sedimenti, le ondate di profughi delle guerre afghane, l'aumentata pressione di una popolazione in crescita su terre fragili, l'inquinamento del fiume Kabul che scende dall'Afghanistan e va a confluire nell'Indo. Infine un'annata o due di siccità, ed ecco che la crisi diventa esplosiva. E' così che l'acqua di un canale diventa oggetto di scontro con mortai e lanciarazzi.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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