Fatemi pure la tara, su questo articolo. Anzi, fatemela doppia. Prima tara. Lavoro per una piccola tv concorrente di Mediaset. E, a differenza di tanti colleghi (Biagi, Bocca, Santoro, i primi che vengono in mente), mi sono potuto concedere il lusso di non lavorare mai per l’azienda di Berlusconi, neanche al tempo in cui ciò mi veniva gentilmente proposto. Seconda tara. Non ho mai condiviso, né riesco a comprendere, il bisogno di stare per decenni di fila e il più a lungo possibile di fronte alla lucina rossa delle telecamere accese che contraddistingue alcuni mostri sacri della nostra televisione, come Maurizio Costanzo o Pippo Baudo. Al posto loro mi godrei diversamente la gloria e i meritati risparmi. Preferisco mille volte il modello Mina o − perché no − il rassegnato, autoironico ridimensionamento di Mike Bongiorno. Mi riesce quindi difficile seguirli nelle sempre più frequenti polemiche con le aziende che tendono a emarginarli, e nei battibecchi fra loro. Spero di saper gestire un’uscita di scena differente, quando sarà il mio turno, con una quindicina d’anni d’anticipo. Tanto per cominciare, evito di mettermi in lista d’attesa per un rientro in Rai che puzzerebbe di lottizzazione lontano un miglio. La tv italiana ha bisogno di più concorrenza, ma anche di un ricambio generazionale. Ora che vi ho messi in guardia, vorrei fare qualche ragionamento sull’ultimo litigio pubblico fra Maurizio Costanzo e il colosso commerciale per il quale egli lavora, se non sbaglio, da un quarto di secolo. Ho l’impressione che sia andato in crisi il modello culturale della tv privata all’italiana, così come Mediaset e Costanzo l’hanno incarnato nel bene e nel male. Le protezioni politiche di cui la tv di Berlusconi ha goduto negli ultimi anni hanno mascherato solo in parte una deriva creativa cui non poteva porre rimedio neppure l’exploit senza precedenti dei profitti economici. Come è noto, nessun altro network privato europeo realizza utili così elevati in rapporto al fatturato. Ma il guaio di Mediaset è che li realizza quasi tutti sul ristretto mercato della nostra penisola, dove gode di una posizione monopolistica nella raccolta pubblicitaria (l’unico altro suo punto di forza è Telecinco in Spagna, dove però ha subito di recente il sorpasso da parte della concorrente Antena Tres, gestita guarda caso dagli italiani della De Agostini che finora non hanno ritenuto conveniente sfidare sul suolo patrio la tv dell’ex presidente del Consiglio). Lavorare in condizioni di monopolio rimpingua le casse ma dissecca la creatività. Uno dopo l’altro se ne sono andati via da Mediaset i Freccero, i Gori, i Giovalli, i Campo Dall’Orto, cioè i direttori più fantasiosi. Non servivano più, anzi, rischiavano di disturbare una navigazione tranquilla, commisurata sulla raccolta pubblicitaria. Ai direttori della tv commerciale si chiedeva solo di pianificare le spese dei programmi in base alle previsioni di share. Tagliando i costi in un sostanziale accordo con la Rai: i due colossi erano quasi sempre in grado di imporre le proprie tariffe ai produttori di contenuti, costretti pure loro alla routine. Risultato. Dapprima programmi sempre più simili e qualità in discesa. Ma che importava, visti i bilanci sfavillanti? Poi si è cominciato ad avvertire il malessere, di cui la difficoltà a gestire Maurizio Costanzo è solo l’ultimo sintomo. Sempre più spesso Mediaset ha dovuto fronteggiare stagioni di insuccesso, nervosismo, né l’importazione di format stranieri bastava più a suffragare le carenze d’inventiva. Oggi la nostra tv commerciale fatica a mettersi in sintonia con la società in cui opera, molto meno che in passato ne rappresenta i sentimenti e le aspettative. Per forza: da tempo i suoi manager sono disabituati a un’autentica, salutare competizione. Adesso che si sono ribaltati gli equilibri governativi e Mediaset ha minori protezioni politiche, il pericolo è che si rifugi nel vittimismo. L’ottimo Fedele Confalonieri già grida all’esproprio proletario anche solo di fronte all’ipotesi che s’introducano in Italia le più banali regole antitrust vigenti in tutto l’Occidente capitalistico. Lo capisco: oggi come oggi il management di Mediaset non pare attrezzato a reggere una concorrenza ad armi pari. Ma allora quando si parla della necessità che Mediaset e la Rai dimagriscano in parallelo per uscire dalla paralisi del nostro mercato televisivo, bisognerebbe precisare: più che giganti, entrambe sono aziende obese e flaccide. Per farsi i muscoli Mediaset dovrebbe crescere all’estero, dov’è ancora poco più che un nanerottolo.
Gad Lerner

Gad Lerner

Gad Lerner è nato a Beirut nel 1954 da una famiglia ebraica che ha dovuto lasciare il Libano dopo soli tre anni, trasferendosi a Milano. Come giornalista, ha lavorato nelle principali testate italiane da inviato o con ruoli di direzione. Ha ideato e condotto vari programmi d’informazione televisiva alla Rai, La7 e Laeffe. Ha diretto il Tg1. Le sue ultime trasmissioni d’inchiesta sono “Operai” e Ricchi e poveri. Con Feltrinelli ha pubblicato Operai (1988, 2010) e Tu sei un bastardo. Contro l’abuso delle identità (2005), Scintille (2009) e Concetta. Una storia operaia (2017).

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